S. Giovanni al Sepolcro: l’epigrafe nascosta

Probabilmente sono solo in pochi a sapere che, alle spalle del leone stiloforo posto di guardia all’entrata del Tempietto di S. Giovanni al Sepolcro, quello a sinistra del portale per intenderci, si trova reimpiegata una epigrafe di età romana. Sarà a causa della scomoda posizione, che rende molto difficile anche solo scorgerla e quasi impossibile poterla fotografare, se fino ad oggi poco si sapeva della sua esistenza.

Un recente studio, condotto dal prof. A. Parma (Università del Salento), pubblicato su Epigraphica – Periodico Internazionale di Epigrafia, LXXVI 1-2 2014, ha permesso di restituire la corretta lettura del testo inciso.

Prima di leggerlo però, crediamo sia necessario dotarsi di un supporto minimo di conoscenze che riguardano questa materia sconosciuta ai più eppure così importante per la conoscenza della storia, qual è l’Epigrafia.

“L’epigrafia latina (dal greco «ἐπὶ γράφειν», scrivere sopra) è la scienza che studia i documenti iscritti in lingua latina su supporti di varia tipologia.

Lo studio delle iscrizioni latine riveste particolare importanza, nell’ambito della storia romana e dell’archeologia, per la conoscenza della società antica, dei suoi usi e costumi, della religione, dei rapporti tra i vari strati della popolazione, ecc.

La consuetudine epigrafica romana fa largo uso di abbreviazioni, spesso, ma non sempre, ridotte alla sola lettera iniziale. L’editore è solitamente tenuto a sciogliere le abbreviazioni contenute nel testo attraverso l’uso delle parentesi tonde ( a(bc). L’integrazione delle lacune di un testo epigrafico costituisce il compito più arduo per un epigrafista, nel quale sono messe alla prova le sue competenze linguistiche, la familiarità con i testi, le conoscenze storiche, giuridiche, archeologiche e prosopografiche, nonché il suo acume.

In epoca alto-imperiale ciascun cittadino romano di sesso maschile era contraddistinto da una formula onomastica composta da tre membri:

Il praenomen (prenome) Nelle iscrizioni esso è di norma abbreviato alla sola lettera iniziale.

Il nomen gentilicium (nome gentilizio) è il nome con il quale era identificata la gens (famiglia allargata, clan).

Il cognomen (non traducibile in italiano con la parola cognome per le diverse funzioni da esso espletate) rappresenta l’elemento caratterizzante; nato come una sorta di soprannome derivato da caratteristiche fisiche, morali o di altro genere (ad es. Ahenobarbus, Enobarbo, “dalla barba rossa”).” (wikipedia)

Questo il documento del Prof. Parma:

Nota a CIL IX 6114 Brundisium: il cavaliere C. Caltius C. f. Pal. Optatus

La riapertura al pubblico, dopo i recenti lavori di restauro e consolidamento, della chiesa di San Giovanni al Sepolcro in Brindisi ha permesso di rivedere un’iscrizione frammentaria già edita nel CIL IX 6114 a cura di W. Helbig; questi probabilmente vide solo in parte le prime due linee superstiti dell’iscrizione, restituendo l’onomastica dell’onorato come C. Cali[- – -] C. f. Pal(atina) Op[- – -].

Sulla stessa iscrizione è poi tornata Angela Donati nel 1970, integrando la scarna lettura data da W. Helbig nel Corpus in questo modo:

La revisione della pietra porta, invece, a questa lettura:

Il riesame della Donati rilevò infatti una terza riga di grande interesse, perché se ne poteva dedurre il rango equestre del personaggio, avendo questi rivestito la prefettura di una coorte, il cui nome venne restituito come cohors II Thes[salum], coorte che tuttavia sarebbe qui attestata per la prima volta.

In base alla mia autopsia (settembre 2011) è possibile aggiungere ulteriori novità e dare una lettura più completa e sicura del testo epigrafico. Si tratta di una base onoraria in marmo bianco, riutilizzata sul finire dell’XI sec. Come blocco lapideo nel quale venne scolpito uno dei leoni stilofori, quello di sinistra, che sorreggono il protiro della porta settentrionale della chiesa. La lettura delle linee superstiti è sicura:

C(aio) Caltio

C(ai) f(ilio) Pal(atina) Opt[ato],

praef(ecto) c(o)h(ortis) II Theb[aeor(um)]

– – – – – –

Nella lin. 3 la S finale, proposta dalla Donati, non è a ben vedere sicura; sulla pietra infatti si può ancora oggi scorgere un segno di asta verticale e un tratto curvilineo di occhiello di una lettera che potrebbe essere solo una P o una B. A questo punto, si può trattare, come già suggerito per congettura dal Devijver, soltanto della cohors II Thebaeorum, che era di stanza in Egitto, verosimilmente nell’oasi del Fayum, e della quale si hanno diverse altre attestazioni databili ad un periodo fra il regno di Domiziano e quello di Settimio Severo.

Inoltre dall’esame autoptico il gentilizio del nostro cavaliere è con certezza Caltius, e non Cali[dius], come supposto dai precedenti editori, un nomen assai raro e finora senza altre attestazioni in tutta l’Apulia; ciò potrebbe far dubitare di una origine locale del cavaliere, anche se una nascita brindisina non contrasterebbe con la dichiarata appartenenza alla tribù Palatina.

Il cognomen del personaggio può essere molto verosimilmente restituito con il diffusissimo Opt[atus]; altre eventuali integrazioni, considerate le dimensioni del campo epigrafico, restano molto meno plausibili.

La base onoraria del cavaliere C. Caltius C. f. Pal. Optatus è databile per diversi motivi, non escluso quello paleografico, alla prima metà del II secolo d. C.”

ANIELLO PARMA

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