Prime indagini sull’architettura civile in Brindisi dal Medioevo alla fine del Settecento

L’autrice di questo articolo del giugno 1959, Claudia Refice Taschetta, direttrice della Galleria Spada di Romacompie un’attenta valutazione dello “stato dell’arte” di Brindisi, sul finire degli anni ’50, quando, superato il trauma della guerra, si poneva il problema della ricostruzione. Si era anche alla vigilia di quelle profonde trasformazioni economiche e sociali che avrebbero portato la nostra città a diventare, da centro prevalentemente agricolo, un importante polo industriale. Era apparso subito chiaro che questo cambiamento di “vocazione” territoriale avrebbe avuto ripercussioni anche sulla struttura di strade e palazzi cittadini, con asservimento di molte aree alle mutate esigenze derivate dall’aumento di mano d’opera nell’industria e conseguentemente dei suoi abitanti. In quegli anni sorgono infatti edifici importanti come il palazzo dell’INPS, l’Intendenza di Finanza, il palazzo INAIL, tutti funzionali al nuovo modello di sviluppo che si era avviato e il criterio che si era fatto strada  era: “cancelliamo il passato di guerra e macerie e progettiamo un futuro radioso,  moderno e funzionale”.

In questa ottica molte scelte per noi scellerate erano sembrate agli amministratori dell’epoca in certo senso “obbligate” e giuste, tanto  che, prescindendo dal loro colore politico,  quasi all’unanimità non si fecero scrupolo di abbattere la Torre dell’Orologio e interi caseggiati in Piazza Sedile, il parco della Rimembranza e il Teatro Verdi. Come si diceva, essi non avevano nè voglia nè modo di difendere il comune patrimonio storico architettonico; mancava o era del tutto insufficiente la “cultura” intesa in senso ampio, come conoscenza e gusto per il bello e l’antico. Questa ottica deformata,  sembra aver influenzato anche le scelte di molti privati che poi commisero  gli stessi errori, con il seppellimento dell’area archeologica di S. Pietro degli Schiavoni e la distruzione del vecchio Banco di Napoli.

Per nostra fortuna, qualcuno che sapeva guardare lontano già lanciava i semi di un sapere che, esso solo, poteva e forse può ancora salvare quel che rimane dei nostri monumenti, dall’incuria del tempo e dall’incoscienza umana.

Abbiamo voluto riproporre questo documento perchè anche a distanza di oltre mezzo secolo riteniamo che esso abbia ancora la sua validità e possa essere importante per capire quello che è stato fatto e quanto resta ancora da fare. Guardando le immagini dell’epoca che sono indicate con Ieri per distinguerle da quelle odierne espresse con Oggi, il lettore si renderà conto di come la città sia cambiata in questi anni. Ogni giudizio viene lasciato a chi legge. Per parte nostra vogliamo solo raccogliere l’appello a studiare e divulgare lanciato dalla studiosa,  nella convinzione che questa sia ancora la strada giusta atta a “far crollare la barriera di indifferenza che circonda l’antica architettura brindisina, nella città e nella sua provincia”.

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Prime indagini sull’architettura civile in Brindisi dal Medioevo alla fine del Settecento

È ben noto che la Puglia, al pari di tante altre regioni d’Italia, è ricca di vestigia d’arte e di monumenti degni del massimo interesse e studio.
L’età medievale e l’epoca barocca hanno dato espressioni d’arte tra le più pure e complete che conti l’Italia: come in grande suggestione attesta lo splendore delle cattedrali di Ruvo, Trani, Barletta, Troia, Molfetta e S. Nicola di Bari. Ne è da obliare l’età barocca, che affermò nel Barocco leccese una indiscutibile e singolare originalità di forme pur in seno al varissimo barocco italiano, sì da costituire una corrente ed un gusto omogenei e stilisticamente del tutto individuali.

Cattedrale di Trani (1)

Cattedrale di Barletta (1)

Cattedrale di Troja (1)

Vecchia cattedrale di Molfetta (1)

Basilica di S. Nicola a Bari (1)

Si può dire, invero, che non esiste lembo di terra pugliese che non rechi tracce molto interessanti delle antiche civiltà artistiche. Tuttavia – a parte alcuni, ormai noti anche in campo internazionale — non si può dire che i monumenti e gli edifici pugliesi con valore d’arte siano conosciuti e “divulgati” come meritano. Per le opere architettoniche di alcune province — in particolar modo trattandosi di edifici privati — non risulta che esistano ricerche esaurienti e pubblicazioni omogenee, che ne illustrino la storia artistica e il notevole significato nelle vicende culturali del popolo che li ha concepiti ed eretti.
Tutto questo non soltanto ha impedito finora una più chiara, coordinata e generale visione dell’intero sviluppo dell’architettura della Puglia attraverso i secoli, ma ha altresì resa sempre più ardua, col passar del tempo, l’indagine d’archivio e rinvenimento di documenti e fonti, tali da facilitare lo studio e rendere più certe e provate le conclusioni dello storico.

Ciò ha ovviamente incoraggiato i più all’oblio per edifici degni del massimo interesse artistico ed ha reso anche difficoltosa la precisazione delle personalità che quegli edifici crearono. Non è possibile, infatti, credere che in intere province, pur esistendo tangibili e vive prove di un’arte operante ed evolventesi, sia costantemente mancato l’artefice individuale ed ogni cosa sia frutto, in ogni tempo, di anonime maestranze: chè, pur immaginando l’assenza di un artista veramente geniale, è molto difficile ammettere – soprattutto davanti ad opere degne di notevole riconoscimento — che sia da escludere, in ogni momento della vita di una città e di una provincia presenza almeno di un artefice noto e personale.

Ma ancora oggi, invero, per alcuni tratti della terra pugliese capita proprio questo: che l’assenza a volte quasi assoluta di notizie e di citazioni — per non dire di studi sui loro complessi architettonici non soltanto impedisce l’insieme della loro sia pur superficiale conoscenza, ma evita anche la possibilità di attuare un suggestivo lineamento delle varie personalità operanti e quindi la generale visione dello sviluppo artistico locale. E ciò, infine, porta come spiacevolissima conseguenza il disinteresse verso reali opere d’arte e, da questo, il loro sempre più fatale decadere e la loro definitiva distruzione.

Brindisi e la sua provincia sono, senza dubbi, tra le città pugliesi meno artisticamente indagate ed illustrate da ricerche e pubblicazioni. Esistono pochissimi e molto rari studi su questa città e il suo territorio: studi spesso dettati più dall’affettuoso amore di concittadini che non da una effettiva e profonda competenza della materia trattata. Capita, infatti, di trovare testi e brevi articoli curati da storici, da giuristi, da amatori ma non da specifici studiosi di argomenti artistici: mentre la bibliografia più moderna si ferma al volume del Vacca, certamente molto utile, ma, per le stesse intenzioni dell’autore, a carattere prevalentemente descrittivo e storiografico.

Brindisi è turisticamente nota soprattutto per le colonne terminali della Via Appia — che danno un fascino senza dubbio legittimo ai suoi ricordi e alla sua storia — e per la casa dove morì Virgilio. In questi ultimi tempi grazie ai restauri condotti dopo la guerra – anche la medievale chiesa di S. Maria del Casale (tuttavia già largamente nota agli studiosi) è divenuta meta anche del turista più frettoloso. Ma chi – compresi gli stessi brindisini – può dire di ben conoscere le vestigia del Medioevo, quattro-cinquecentesche e sei-settecentesche, che si nascondono (è proprio il caso di dire) sotto gli intonaci e le vernici nuovissime di tanti edifici ?

Ieri. La scalinata, ampliata e ristrutturata, e le colonne romane – 1933. Ristampa Agenda Brindisi -1995

Ieri. Brindisi. Casa detta di Virgilio (2)

Ieri. Brindisi. Chiesa di S. Maria del Casale, foto (2)agosto 1966

A Brindisi, infatti, è accaduto un fenomeno che, se socialmente e urbanisticamente può considerarsi in un certo senso positivo, dal punto di vista della conservazione artistica è il più pericoloso e deleterio che si possa immaginare. Esso consiste nel fatto di aver desiderato di dare alla città un aspetto moderno e lindo, il più ordinato e pulito possibile. E’ avvenuto, allora, che, accanto ai tanti edifici di nuova costruzione, si è pensato di “rinnovare” e ” rinfrescare” le facciate delle vecchie case, in una gara di riverniciature, adattamenti e nettamenti veramente encomiabile dal punto di vista igienico ed “estetico”,  ma certamente assurdo se si considerano i danni che tale metodo apporta alle strutture ed agli ornamenti antichi, a volte di notevole valore e sempre di qualche interesse. Per non parlare poi degli abbattimenti di portali, di facciate e di interi edifici, condotti con la massima disinvoltura in nome del “moderno” e del “rinnovamento”.
Abbiamo visto, in una delle vie più interessanti della città – Via Carmine – (e l’abbiamo visto quando ormai era troppo tardi per tentare in qualche modo la sospensione dei lavori) aprire sul fianco di una casa antica una bottega con vetrinette al neon sospese sulle pareti dell’esterno e una dinamica porta funzionale al posto dell’antico piccolo portale. (*)

“Abbiamo visto, in un’altra bella via brindisina – Via Lata – una modesta casa (in realtà un antico convento, che conserva intatte, fuori e dentro le originarie strutture ed ornamenti con un delizioso fregio a putti in bassorilievo (con molta probabilità dei Cinquecento) livellato per almeno due terzi e bucato, nell’ultima parte rimasta, per permettere il passaggio del filo elettrico per la televisione.” Il Palazzo, secondo G. Carito nella Nuova Guida p. 237,  era detto Orlandini dalla famiglia che nel XVII sec. ne era proprietaria e anche lo stemma che si vede sulla facciata sarebbe da ascrivere alla stessa casata. Inizialmente consisteva “in una sala, cinque camere e una cucina, colli bassi corispondenti, e con un giardinello di alberi fruttiferi dietro”. Dopo molte traversìe fu rilevato nel 1907 da Pietro Barile.

Ieri.Brindisi. Via Lata, Palazzo Orlandini.  Foto (2) 1964

Oggi. Via Lata, Palazzo Orlandini

E abbiamo visto, ancora, suggestivi cortili sei-settecenteschi soffocati e deturpati da pesanti verniciature, da vetrate ed aggiunte cementizie, che non hanno neppure il pregio di essere delle belle cose moderne, (a Palazzo Nervegna, ora sede del Tribunale, fin il bell’ingresso, intatto nella struttura architettonica e nelle decorazioni dello zoccolo del soffitto, si è provveduto a verniciare di un colore avorio la bella pietra antica, niente affatto sciupata e perciò “ritoccata” inutilmente).

Ieri. Brindisi, Palazzo Nervegna

Oggi. Brindisi, Palazzo Nervegna.

In tal modo Brindisi appare oggi, ingannevolmente, tutta una città moderna e agli occhi del passante anche non troppo frettoloso sfuggono facilmente i pregi e l’interesse di molte costruzioni di indubbio notevole valore, tanto sono falsate e rimaneggiate, pulite e adattate a pessimi criteri di funzionali modernità. Accade che assai spesso, sotto incredibili intonachi a calce, sotto sguanci che cancellano ogni forma antica, si celano fregi, archi, pietre, movenze architettoniche, che farebbero invidia al più esigente amatore di cose d’arte, oggi assai incerto e indeciso a distinguere l’autentico dal falso.

Basterà ricordare che esistono intere vie (come Via Pacuvio, Strada Carmine, Via Lata), interi gruppi di isolati (Piazza Duomo, Via Colonne, Piazza Angeli) che costituiscono, con il continuo susseguirsi di palazzi antichi (alcuni addirittura con i portoni originali in legno, sciupati e devastati!) interessantissimi esempi e prove dello sviluppo architettonico brindisino attraverso i secoli.
In Via Marco Pacuvio molte case private presentano caratteri artistici da non trascurare in alcun modo e particolari architettonici da salvare.

Ieri. Brindisi. Via M. Pacuvio (portale ad angolo). Foto (2) 1964

Oggi. Via M. Pacuvio (portale ad angolo)

In Via Carmine — e vie adiacenti — è un susseguirsi di edifici molto interessanti: dal noto Palazzo Ripa con l’ornata facciata e il bel portale, al palazzo segnato con i numeri 30-34, con bugnato a conchiglie, una bella finestra a colonne ricoperte di tralci e festoni, portale e scalini originali.

Ieri. Brindisi, Via Carmine – Pal. Ripa

Oggi. Palazzo Ripa (già Cafaro)

A pochi metri il palazzo della famiglia Ripa

Oggi. Palazzo Ripa

 

In Via Tarantini (n. 10-12) è un palazzo anch’esso sciupato da bottegucce e case povere – con agili archi ad ogiva profilati da un’elegante decorazione: più in là troviamo una costruzione coeva a Palazzo Ripa, già adibita a carcere ed ora abitata da poverissima gente, il cui portale e stemma non sono certamente tra i meno interessanti di Brindisi.

Ieri. Brindisi, Palazzo Seripando
Oggi. Brindisi, Palazzo Seripando


Tra Via Colonne – la strada che porta alle colonne terminali della Via Appia e al mare – e Via Scolmafora esistono due edifici degni del più vivo studio e interesse. Su Via Colonne, Palazzo Perez (ora Panico), che fortunatamente ha la ventura di appartenere oggi ad un intelligente amatore di cose d’arte e di essere quindi conservato nel migliore dei modi presenta aspetti di notevole interesse storico tanto nella facciata quanto nel cortile interno. L’edificio, costruito verso il principio del ’700 da spagnoli, ha una facciata sobria ed elegante, un portale ricco ed intatto e, nel cortile, un grazioso e pregiato esempio di quell’architettura civile, che nel Settecento in Brindisi riesce a fondere, sulle correnti d’arte e sui gusti più antichi, la coeva maniera spagnola.

Oggi. Brindisi, Palazzo Perez


Di fronte a Palazzo Perez, con ingresso sulla Via Scolmafora, c’è Palazzo Foscarini, anch’esso storicamente tra i più notevoli della città. È ancora bello, pur se danneggiato dalla guerra e sciupato dai soliti adattamenti moderni. Vi si scorgono chiaramente le prime strutture di tipo medievale, le aggiunte quattrocentesche e i restauri secenteschi, effettuati — come dice un’iscrizione — dopo un incendio. Basta entrare nel cortile per osservare, nei supporti dei balconcini e delle scale, le volte antiche : e, nell’ultimo piano, al disotto di una veranda moderna, agli occhi dello stupito visitatore si rivelano le armoniche e robuste linee dell’antico profilo architettonico. Sulla facciata, agili ed eleganti finestre di nobile linea con piccolo architrave, fregi ed iscrizioni latine testimoniano l’alto valore storico di questo edificio — anche se, come si è detto, ora deturpato all’interno da aggiunte volgari e da abitazioni assai modeste e mal tenute (per una si accede da una porta a portale e scalini indubbiamente antichi e ridotti in condizioni pietosissime).

Oggi. Brindisi, Palazzo Foscarini (già Scolmafora)

In Via Lata, oltre alla casa già ricordata e al bel Palazzo Lacolina (tuttavia alquanto trascurato nella facciata) ci sono altre notevoli costruzioni : come al n. 28, con bel portale in pietra, ampia loggia a doppia arcata e finestre con architrave, tutto abbastanza ben conservato.

Ieri. Brindisi, Palazzo Lacolina in Via Lata (da Brindisi ignorata di N. Vacca). Foto (2)
Oggi. Brindisi, Palazzo Lacolina

Si può dire che ogni strada di Brindisi – all’infuori della zona del Corso Umberto e della stazione – ha il suo palazzo antico da salvare o almeno una traccia interessante di antiche architetture. Via Conserva, Via Santabarbara, Via S. Benedetto, Via De’ Vavotici, Vico De’ Dominicis: ognuna offre la sorpresa di un ricordo artistico, un portale, un profilo d’archi, uno stemma, una finestra, il trave di un balcone, un uscio.
Nella Circonvallazione Carlo V si leva un poderoso bastione delle antiche mura spagnole: ma, a differenza di quelli in cui si aprono le famose porte della città (come Porta Mesagne e Porta Lecce), questo è trascurato, in un ingiusto abbandono, o ospita abusivi che vi hanno impiantato la televisione e persino un modestissimo circolo bocciofilo!

Ieri. Brindisi, Bastione S. Giacomo. Veduta dal lato ovest, 1963 (2)
Oggi. Brindisi, Bastione S. Giacomo

In un’altra via brindisina abbiamo visto anche una costruzione — che ha tutto l’aspetto di un antico convento — adibita in parte a bottega di un artigiano. Ed assicuriamo il lettore che entrare in questa bottega, ingombra di oggetti indefinibili per disordine e per naturale sporcizia, dovuta al genere di lavoro che vi si compie, con le pareti patinate da un denso strato di umore nero anch’esso indecifrabile per lunga annosa opera di stratificazione: guardare quelle volte a spicchi ogivali – che siamo abituati ad ammirare ogni volta che ci imbattiamo in esse – soffocate senza rimedio dai danni del tempo e dalla trascuratezza umana fa l’effetto che si prova ascoltando le fiabe più popolari di principi e nobilissime fanciulle mutati, per volere di una fata malefica, negli esseri più immondi. Ma, come in ogni fiaba, forse anche questa costruzione – ed altre così mal trattate in Brindisi potrà, in un domani non lontano, riprendere il suo vero nobile aspetto, per onorare la tradizione artistica e lo spirito culturale della città in cui sorgono.

In Via dell’Afflitto -una strada che bisogna cercare tra le vecchie vie della città e che si apre improvvisamente agli occhi del turista, cogliendolo di sorpresa come un campiello veneziano, tanto è nascosta da vicoli e viuzze – ci sono due palazzotti che hanno tutta l’aria di essere del ‘500, con portale ed una scalinata antichi e ben conservati, anche se trascurati al massimo. È veramente un angolo suggestivo, dove sembra, improvvisamente, di tornare ad una atmosfera di passate età, come ovattata e conservata nel tempo. Intorno c’è silenzio e quiete, e allora par che le pietre antiche, per un miracolo, parlino gravemente dei loro ricordi, È una suggestione reale, accresciuta senza dubbi dall’isolamento della strada in cui i due edifici si elevano.

Oggi. Brindisi, Via D’Afflitto


E potremmo continuare a citare altri edifici, altre strade, altre piazze, altri “angoli” brindisini degni del massimo rispetto e della massima cura, sia da parte dei cittadini che da parie degli studiosi e turisti. Ma ancora oggi è in verità arduo pensare ad un immediato finire di tale stato di cose, che è frutto di tanti e tanti anni di magari involontaria trascuratezza.

Se si considera che gli stessi più noti edifici non sono in condizioni di conoscenza divulgata e di stato “fisico” migliori di quelle da noi ricordate, per i palazzi assai meno conosciuti si può capire come sia grave la lacuna della conservazione degli edifici artistici in Brindisi. Basta, per questo, citare i palazzi più memorabili, di cui soltanto Palazzo Montenegro, sede della casa del Prefetto, vive rispettato nel suo decoro e nella sua originaria struttura, appena variata modernamente all’interno, e non in modo troppo oltraggioso per i ricordi del passato.

Ieri. Brindisi, Palazzo Montenegro
Oggi. Brindisi, Palazzo Montenegro

Se si pensa che costruzioni come il Palazzo del Seminario sono corrose e lasciate consumare come un vecchio pane raffermo che si sbriciola sempre di più;

Ieri. Brindisi. Palazzo del Seminario
Oggi. Brindisi, Palazzo del Seminario

che lo stesso Palazzo De Marzo, così raro per le sue linee architettoniche e la sua leggiadra decorazione, è in procinto di essere del tutto guastato da sopraelevazioni moderne;

Ieri. L’antico pal. De Marzo (sec. XV), con l’ingresso su Largo Concordia e con i fianchi rispettivamente su via della Maddalena e su via Palma, prima della demolizione e della ricostruzione. Di originale non resta che il portale e la loggetta a bifora (3)
Ieri. Brindisi, Loggetta dell’antico palazzo De Marzo, sporgente su via Maddalena, prima della demolizione e della ricostruzione dell’intero edificio. foto (3)
Oggi. Brindisi, Palazzo De Marzo

che di Palazzo Balsamo, tra i più antichi ed illustri della città, non rimane che la splendida loggia e due arcate chiuse per permettere la esistenza assurda di una bottega di pane e di generi vari;

Ieri. Brindisi, Loggia Balsamo
Oggi. Brindisi, Loggia Balsamo

che il più nobile monumento, il Castello (**Svevo), è tuttora soffocato da brutte aggiunte moderne, adibite ad uffici, che appaiono sulle sue suggestive e poderose pareti esterne come parassiti molto fastidiosi e dannosi — si può immaginare quanto tempo occorrerà ancora per giungere al salvamento e al restauro di edifici minori.

Ieri. Brindisi, Castello Svevo
Oggi. Brindisi, Castello Svevo

Nè è possibile, ovviamente, trovar colpe di ciò nella azione degli uffici d’arte e della Soprintendenza ai monumenti – incaricata, com’é noto, della cura dell’intera Puglia e della Lucania e composta di un numero incredibilmente esiguo di funzionari e di esperti: poiché è evidente che per le case private l’azione diretta di manutenzione deve essere svolta soprattutto dai privati, come per qualsiasi altro genere di patrimonio privato.

Noi crediamo che, per contribuire alla conservazione e alla decorosa manutenzione dei monumenti brindisini, valga soprattutto il loro studio e la divulgazione della loro importanza e alta funzione culturale, che essi indubbiamente hanno. E non è neppur da pensare che il popolo – a qualsiasi stato sociale appartenga – sia insensibile alla comprensione e alla reverenza di tali prodotti di civiltà e d’arte. Noi stessi abbiamo avuto occasione di parlare con umili abitanti di tante case brindisine, gente povera e invero lontana dalle raffinatezze e dalla consuetudine con le cose d’arte e neppure una volta abbiamo trovato persone indifferenti, scortesi – o peggio irridenti.

Ogni volta, invece, di fronte al nostro entusiasmo per una pietra, per un ornato, per una vòlta delle loro case, quelle persone umili e spiritualmente disadorne, stupendosi di avere nelle loro mura o nelle loro stanze un che di pregiato, guardavano, alla fine del nostro colloquio, quei portali o quei fregi con molto rispetto, promettendo di averne, da quel momento, la massima cura. Ciò vuol dire che a chiunque si rilevi l’interesse e l’importanza di un prodotto d’arte, si può essere certi di fare non inutile appello per la maggiore attenzione e la migliore garanzia della conservazione e il rispetto di tali pregiate cose.

Ecco perchè ci sembra indispensabile in primo luogo studiare a fondo gli edifici privati brindisini, scernere il molto bello dal bello e dal mediocre, il molto interessante dal curioso, sì da stabilire al più presto una scala di valori che segni l’inizio di un andamento più positivo e razionale nei restauri e nella manutenzione di essi. In più, “divulgando” fin da ora tutti i suoi edifici degni di nota, si restituirebbe a Brindisi un più ampio interesse turistico, finalmente rivelando quella sua vita artistica attraverso i secoli, che ora appare assai nebulosa e inconsistente. E infine, ciò facendo, si contribuirebbe, e non poco, a inserire nella storia architettonica e civile pugliese quella particolarmente brindisina, con evidente vantaggio di una maggiore completezza sia per l’una che per l’altra. Ma non creda il lettore che sia facile condurre indagini e studi su tali monumenti.

Come dicemmo fin dall’inizio di questo articolo, grande è la difficoltà di reperire testi, documenti e fonti che li riguardino. Abbiamo noi stessi consultato la biblioteca provinciale, pur ricca di testi, e l’archivio del Seminario (attuale Biblioteca Arcivescovile “A. De Leo” ndr), vera (ma non molto nota) miniera di manoscritti, incunabuli, documenti e testi antichi – curato, tra l’altro, da un giovane studioso di indubbia cultura e di molta passione.

Ma sugli edifici della città pare non vi sia nulla. Le costruzioni civili attraverso i secoli par non abbiano lasciato alcuna traccia. Forse esiste qualcosa nell’archivio di Stato di Lecce: qui ci riserviamo di fare ulteriori ricerche, sperando di trovare ciò che sia prova delle nostre personali e finora pur sempre empiriche indagini.

È necessario – veramente – far crollare la barriera di indifferenza che circonda l’antica architettura brindisina, nella città e nella sua provincia, dove spesso ci si imbatte in veri tesori architettonici.

E’ necessario che le persone più degne dal punto di vista sociale e spirituale – che qui sono lungi dal mancare e che in certo senso hanno l’obbligo morale di salvaguardare il patrimonio artistico della loro città – si entusiasmino a questa opera di salvataggio e di difesa della loro cultura e della vestigia della civiltà del popolo a cui appartengono. Ad essi, infatti, sta il compito di inculcare nel popolo, e soprattutto nei giovani,  la massima cura delle cose d’arte.

In tal modo potranno – almeno – cessare abusi e guasti ulteriori: mentre, nelle campagne, si potrà evitare che capre ignare e del tutto indifferenti scelgano come loro rifugio preziosi cimeli d’arte, ora continuamente sgretolati e oltraggiati dall’azione delle intemperie, dell’umidità e della incoscienza umana.

Claudia Refice Taschetta  – P. 1-10. Fa parte di : La Zagaglia : rassegna di scienze, lettere ed arti, A. I. n. 2 (giugno 1959). http://www.emerotecadigitalesalentina.it/prime-indagini-sullarchitettura-civile-brindisi-dal-medioevo-alla-fine-del-settecento

Note:

(*)   Quel portale probabilmente è stato distrutto perchè un nostro sopralluogo ha dato esiti infruttuosi

(**) Erroneamente era stato riportato “Angioino”

 

Le fotografie d’epoca sono state identificate con un numerino che ne specifica la provenienza.

(1)  Puglia e Basilicata nell’Ottocento – La straordinaria esperienza delle “Cento Città d’Italia” a cura di Giuseppe Giacovazzo – Mario Congedo Editore

(2) Fototeca Briamo presso Biblioteca Arc. De Leo

(3) Alberto Del Sordo, Vecchia Brindisi tra cronaca e storia. Adda Ed. Bari

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