#DailyBrundArt 2018 – Capolavori visti da Brundarte

Diego Velázquez, La Venere con lo specchio (1647-51)

Questo è l’unico esempio che sia giunto a noi di un nudo di donna di Velázquez, certamente uno dei più sensuali della storia dell’arte. Il soggetto era molto raro nella Spagna nel XVII secolo perché incontrava la disapprovazione della Chiesa. Venere, la dea dell’amore è ritratta di spalle, sdraiata su un lenzuolo nero che mette in risalto la forma dei glutei e la luce dell’incarnato, con Cupido che le tiene lo specchio. Troviamo documentazione del dipinto per la prima volta nel giugno del 1651 nella collezione del Marchese del Carpio, figlio del primo ministro spagnolo. Probabilmente fu conservato in privato, evitando così la censura dell’Inquisizione spagnola. La Venere con lo specchio è conosciuta anche come Venere di Rokeby perché fu nella collezione Morritt a Rokeby Park prima della sua acquisizione da parte della National Gallery nel 1906 tramite una campagna di donazioni, cui contribuì anche il re, per scongiurare il rischio che l’opera lasciasse la Gran Bretagna.

Diego Velázquez, La Venere con lo specchio (1647-51)

Questo quadro è famoso per essere stato colpito con un coltello da macellaio dalla suffragette Mary Richardson nel 1914, dopo decenni di iniziative politiche e istituzionali dagli esiti deludenti, alla vigilia dello scoppio della prima guerra mondiale. La Richardson, subito arrestata, spiegò in un comunicato il significato del suo gesto: “Ho tentato di distruggere il dipinto della donna più bella della storia mitologica per protestare contro il Governo che sta distruggendo la Signora Pankhurst (leader delle suffragette britanniche), la più bella figura della storia moderna”. L’atto vandalico alla National Gallery fu potentissimo sul piano simbolico e venne raccontato dai giornalisti dell’epoca come un grande caso di cronaca nera: la suffragetta fu ribattezzata “Mary la squartatrice” e la Venere descritta come una vittima innocente mutilata con sette colpi di macete. Come vedete dalla nostra foto l’opera è stata perfettamente restaurata, anche se le ferite, non percepibili ad occhio nudo, tornano visibili con la luce polarizzata e ne hanno cambiato per sempre il significato. Violare un corpo femminile per protestare contro il trattamento riservato alle donne è, evidentemente, un controsenso. Per questo oggi la Venere simboleggia il cortocircuito tra nudità esibita ed emancipazione femminile. L’assalto subito ne ha rafforzato lo status di icona e l’ha resa testimone d’eccezione di una stagione della nostra storia.
Foto Brundarte – National Gallery di Londra

La Venere con lo specchio dopo le coltellate – Foto National Gallery di Londra

Eugène Delacroix, Libertà che guida il popolo (1830)

E’ questo il capolavoro di Eugene Delacroix, Libertà che guida il popolo, senz’altro la sua opera più famosa. Il dipinto, che è diventato un’icona, è stato fonte di ispirazione a molti livelli, dalla banconota da 100 franchi alla copertina dell’album del 2008 dei Coldplay, Viva La Vida! Si tratta di un dipinto relativo alla Rivoluzione di luglio del 1830 in Francia, una grande tela al cui centro trionfa una donna prosperosa, simboleggiante la Libertà, che sventola una bandiera e imbraccia una baionetta. È scalza e cammina sopra i corpi degli sconfitti, guidando la folla che la circonda. Delacroix, l’artista forse più importante del Romanticismo, costruisce in questo quadro uno scenario pulsante e dinamico su un tema estremamente attuale ai suoi tempi. Potendo partecipare poco alle lotte, scrisse: “Se non posso combattere per il mio paese, dipingo per lui”.
Il dipinto parla di libertà e rivoluzione ed è esattamente ciò che ritrae: nel luglio del 1830, la Francia insorse contro il re Carlo X, estremamente impopolare per essere, tra le altre cose, molto conservatore in politica e per voler ripristinare un vecchio regime che i francesi non volevano più. In senso artistico, il dipinto rappresentava anche una rivoluzione e più ancora la libertà. Ai tempi di Delacroix, i pittori in genere obbedivano alle regole dell’Accademia di Belle Arti che si concentravano soprattutto sulla padronanza del disegno. Delacroix pose invece maggiormente l’accento sull’uso libero del colore. Un anno dopo la sua produzione, il dipinto fu acquistato dal governo francese e non fu esposto per molto tempo. Attualmente, l’opera d’arte fa parte della collezione del Louvre.
Foto Brundarte – Museo del Louvre di Parigi

Eugène Delacroix, Libertà che guida il popolo (1830)

Accanto a questa opera vi mostriamo una foto, “Il 13esimo tentativo di rompere il blocco navale di Gaza”. Lui è A’ed Abu Amro, un 20enne palestinese immortalato a torso nudo durante gli scontri a Gaza per il blocco navale israeliano il 22 ottobre. Come ogni lunedì e venerdì era a manifestare con i suoi compagni, ma quel giorno il colpo d’occhio eccezionale e la prontezza di un fotografo turco lo hanno reso visibile al mondo con questo scatto divenuto virale. Una professoressa universitaria, nell’agorà virtuale, ci ha visto una versione palestinese della Libertà che guida il popolo di Eugène Delacroix.

Leonardo da Vinci, Ritratto di Dama (1490-1495)

Ritratto di Dama  è un dipinto a olio su tavola di Leonardo da Vinci, databile al 1490-1495  circa e conservato nel Musée du Louvre di Parigi; è noto anche come Belle Ferronnière (la bella moglie di un mercante di ferramenta) nome dovuto a un errore di catalogazione: “Ferronnière” si riferisce infatti al nastro o catenella con gioiello che le cinge la fronte, ornamento tipico dell’epoca che prese il nome da Madame Ferron, amante di Francesco I di Francia. Questo dipinto, insieme ad altri 3oo, adesso è in prestito per 571 milioni di sterline presso il museo di Abu Dhabi (capitale degli Emirati Arabi Uniti) inaugurato a Novembre, cui il Louvre ha concesso l’utilizzo del nome per 30 anni per 399 milioni di sterline. Di recente il Louvre di Abu Dhabi ha anche acquistato un’altra opera di Leonardo da Vinci, il Salvator Mundi, battuto da Christie’s per 450 milioni di dollari. Per ora però il Salvator Mundi non è stato ancora esposto.
Foto Brundarte – Museo del Louvre di Parigi

Leonardo da Vinci, Ritratto di Dama  (1490-1495)

Claude Monet, La Cattedrale di Rouen: il portale, tempo grigio (1892)

La serie di Cattedrali di Rouen è una delle più note di Monet e consta di oltre 30 vedute della facciata, dipinte tra il 1992 e il 1993 con luci e sfocature diverse. La “Cattedrale di Rouen: il portale, tempo grigio” è una delle raffigurazioni più sfocate. Nella nostra foto è quella sulla sinistra.

Tra la fine di gennaio e l’inizio di febbraio 1892, Monet affittò una camera di fronte alla cattedrale di Rouen e vi rimase fino alla primavera, dipingendo la facciata della chiesa molte volte, spesso come la vediamo qui, ravvicinata e tagliata sui lati. L’inverno successivo tornò a dipingere di nuovo la cattedrale, realizzando in tutto più di 30 vedute. Ma non era tanto la facciata gotica scolpita il soggetto che Monet voleva rappresentare quanto l’atmosfera e la luce che circondava l’edificio. “Per me il soggetto in sé è un fattore insignificante”, diceva Monet. “Quello che voglio riprodurre è ciò che accade tra me e il soggetto del mio quadro.”
Foto Brundarte – Musée d’Orsay di Parigi

Claude Monet, La Cattedrale di Rouen: il portale, tempo grigio (1892)

William-Adolphe Bouguereau, Dante e Virgilio all’Inferno (1850)

Per questo quadro, l’autore attinge ad un breve episodio narrato da Dante nell’ultima bolgia dell’ottavo cerchio del suo Inferno dove sono puniti i falsari. Qui, Dante e il suo accompagnatore Virgilio, assistono alla furiosa lotta tra Gianni Schicchi (con i capelli rossi e che sta mordendo l’avversario) e Capocchio. Il primo, secondo le fonti, aveva rubato l’identità di Capocchio per potersi impossessare della sua eredità. Possiamo vedere l’orrore sul viso di Dante mentre sullo sfondo compaiono altre anime dannate e un diavolo che sogghigna volando sulle loro teste a braccia conserte.
Il pittore in quest’opera rivela una grande audacia dipingendo in questa grande tela (circa 3×3 m) i corpi nudi dei due uomini con una perfetta definizione dei muscoli, la ferocia dei volti, la carne lacerata, le vene gonfie per l’enorme sforzo fisico. Possiamo dire che il realismo pittorico nella rappresentazione dei due corpi è quasi cinematografico.

Foto Brundarte – Musée d’Orsay di Parigi

William-Adolphe Bouguereau, Dante e Virgilio all’Inferno (1850)

Frida Khalo, Solo qualche pugnalata (1935) 

Questo quadro, dipinto nel 1935, si ispira ad una truculenta vicenda di cronaca nera dell’epoca: un uomo, per gelosia, aveva trafitto la donna amata (!!) con numerose coltellate, devastandone il corpo. Catturato aveva dichiarato al giudice: ”Ma era solo qualche pugnalata”, frase che dà titolo al quadro. Era un periodo molto doloroso e sofferto per Frida che pochi mesi prima aveva scoperto la relazione di suo marito Diego Rivera con sua sorella Cristina e si era da lui separata. Nel volto dell’assassino Frida dipinge i tratti somatici di Rivera, mentre il corpo nudo della donna porta ancora la scarpa destra, come a ricordare l’arto offeso di Frida con lo stivaletto ortopedico.
Qui i nostro articolo sulla vita e l’arte di Frida Khalo
Foto Brundarte – National Gallery Budapest

Frida Khalo, Solo qualche pugnalata (1935) 

Rembrandt, Betsabea con la lettera di David (1654)
Una rappresentazione che è allo stesso tempo sensuale ed empatica, mostra un momento della storia dell’Antico Testamento in cui Re David vede Betsabea fare il bagno e, incantato, la seduce.
Foto Brundarte – Museo del Louvre di Parigi

Rembrandt, Betsabea con la lettera di David (1654)

Edoard Manet, Il bar delle Folies-Bergère (1882)

Il bar delle Folies-Bergère fu l’ultimo quadro realizzato nel 1881-1882 da Manet quando ormai era molto malato e quasi invalido, può essere considerato il quadro più rappresentativo della Courtauld Gallery.  A essere ritratto nel dipinto è il bar delle Folies-Bergère, un caffè-concerto di Parigi, celebre ritrovo della borghesia parigina che qui si svagava assistendo a concerti e spettacoli. Sul bancone Manet colloca una natura morta con bottiglie di champagne e di liquori di tutti i tipi, e vi troviamo persino una bottiglia di Bass Pale Ale66, un tipo di birra inglese molto popolare in quei tempi a Parigi, contrassegnata dal tipico triangolo rosso. Sempre sul banco troviamo disposte anche una fruttiera di cristallo ricolma di arance, un calice con delicati fiori dalle tonalità rosate e aranciate, e altri oggetti d’uso comune.
La vera protagonista del quadro è però la ragazza in piedi al di là del bancone. Potrebbe sembrare una dama con il suo vestito attillato con ampia scollatura incorniciata da pizzi e da un bouquet di fiori, un cammeo di fine fattura al collo, due piccoli orecchini, un braccialetto dorato al polso, se non fosse per il modo troppo familiare e poco signorile di appoggiarsi al bancone. Una cameriera in una raffinata divisa da lavoro quindi, in un raro momento di inattività. Sappiamo che il suo nome è Suzon, e che prestava servizio alle Folies-Bergère intorno al 1880, proprio quando Manet eseguì l’opera. Alle sue spalle un grande specchio che riflette l’immagine del vasto e festoso salone e i suoi clienti, uomini dagli eleganti cilindri neri e donne munite di binocolo, intenti a godersi lo spettacolo di una acrobata in piedi (in alto a sinistra) sul trapezio. Sulla destra si vedono riflessi il dorso di Suzon e il volto di un cliente con la tuba che sta dandole l’ordinazione.
Nella prima bottiglia a sinistra il nome dell’autore di questo splendido e commovente quadro: Edoard Manet 1882
Foto Brundarte – Courtauld Gallery di Londra

Edoard Manet, Il bar delle Folies-Bergère (1882)

Claude Monet,  La spiaggia di Trouville (1870)

Il 28 giugno 1870 Claude Monet sposava sua moglie Cecile. Possiamo vederla in questo suo quadro, La spiaggia di Trouville, dipinta lo stesso anno durante l’estate e fotografato da Brundarte alla National Gallery di Londra. Camille (a sinistra) è probabilmente in compagnia dalla moglie di Eugène Boudin, le cui scene di spiaggia influenzarono il lavoro di Monet. Il dipinto è insolito nella sua composizione, con un primo piano di figure simmetricamente disposte, e eccellente nella tecnica. I tratti bianchi di pittura dell’abito di Cecile sono prominenti e contrastano con il volto in ombra, probabilmente nascosto da un velo, mentre il parasole ombreggia il cappello fiorito. Nella vernice sono presenti ben visibili numerosi granelli di sabbia a conferma che il dipinto deve essere stato almeno in parte eseguito sulla spiaggia.
Foto Brundarte – National Gallery di Londra

 Claude Monet,  La spiaggia di Trouville (1870)

Edgar Degas, Ballerina di 14 anni (1879–1881)

E’ questa la celebre Ballerina di 14 anni, di Edgar Degas, opera esposta al Museo d’Orsay di Parigi.
I colori della scultura, presentata da Degas alla mostra impressionista del 1881, sono molto naturali, i capelli autentici, è vestita con un tutù e con delle vere e proprie scarpette di raso. L’opera fu giudicata negativamente dai critici per il modo in cui venne mostrata una ragazzina di quattordici anni: la paragonarono addirittura ad una scimmia e a una mummia azteca. L’artista ci mostra invece con spietato realismo i segni lasciati sul corpo dell’adolescente dal duro lavoro della danza. La modella fu una giovane ballerina di nome Marie Geneviève van Goethem.
Foto Brundarte – Musée d’Orsay di Parigi

Edgar Degas, Ballerina di 14 anni (1879–1881)

Geert van Egen,  Federico II di Danimarca e Norvegia (1591-1600)

Questo ritratto equestre di alabastro raffigura Federico II di Danimarca e Norvegia (1534-88) in rilievo e reca un’iscrizione eccentrica che può essere tradotta “Credo in un solo Dio/ Wilpret è il mio credo/Re dei danesi per grazia di Dio”. Wilpret altro non era che il cane preferito di Federico! La scultura potrebbe essere di Geert van Egen (attivo nel 1591-1600), uno dei tantissimi scultori olandesi che lavorarono in Germania e Scandinavia nel XVI e XVII secolo. Geert van Egen è l’artista che ha scolpito la tomba di Federico II nella cattedrale di Roskilde (1594-8)
Foto Brundarte – Wallace Collection di Londra

Geert van Egen,  Federico II di Danimarca e Norvegia (1591-1600)

Frans Hals, Il cavaliere sorridente (1624)

E’ questo uno dei capolavori del barocco fiammingo realizzato nel 1624 da Frans Hals. Si tratta del ritratto di un giovane di 26 anni che indossa un abito dai bellissimi colori vivaci. La posa sicura, con la mano sinistra sul fianco, il cappello e i baffi rovesciati, conferiscono al ritratto una vitalità unica che ha ispirato persino le avventure della celeberrima Primula Rossa, create dalla baronessa ungherese Orczy quasi tre secoli dopo. Più prosaicamente anche il birrificio scozzese McEwan’s ha adottato l’immagine del misterioso cavaliere olandese per le proprie bottiglie, diffondendone ulteriormente la fama praticamente in tutto il mondo. Resta però da chiarire il significato di quell’ineffabile sorriso, illuminato splendidamente da un soffuso gioco di chiaroscuri. Ma forse nessuno riuscirà mai a risolvere tale enigma ed il cavaliere se la ride proprio per questo. Come la Gioconda di Leonardo, anch’essa divertita dalla curiosità dei propri ammiratori.
Foto Brundarte – Wallace Collection di Londra

Frans Hals, Il cavaliere sorridente (1624)

Pierre-Auguste Renoir , La Loge, 1874

Renoir espose questa sua opera nella prima mostra degli impressionisti del 1874 a Parigi dove fu praticamente l’unica a ricevere una accoglienza positiva da parte della critica. Posarono per questo quadro il fratello di Renoir, Edmond, e una modella di Montmartre, Nini Lopez raffigurati in un palco del teatro, un soggetto molto amato dai pittori della moderna vita parigina negli anni tra il 1870 e il 1880. L’opera, nel cogliere un momento di mondanità galante, ci presenta un’immagine gioiosa e spensierata, e nello stesso tempo elegante, parametri fondamentali dell’interesse degli impressionisti per il mondo moderno.
Foto Brundarte – Courtauld Gallery di Londra

Pierre-Auguste Renoir , La Loge, 1874

Quentin Massys , Madonna col Bambino e angeli, 1500-09 ca.
Si conosce relativamente poco del pittore Massys che per certo si iscrive alla Corporazione dei Pittori di Anversa nel 1491. In questa opera la conoscenza di Massys della pittura rinascimentale dell’Italia settentrionale è evidente nei due putti, che reggono energicamente la ghirlanda di fiori al di sopra del capo della Vergine. Si presume infatti che Massys avesse compiuto numerosi viaggi in Italia. Maria è in piedi sotto un arco, incoronata Regina dei Cieli, e stringe teneramente al petto il bambino Gesù. I capelli le scendono sulle spalle, sottolineandone la verginità. Madre e figlio sono accompagnati da tre giovani angeli. Fino all’inizio del XIX secolo la tavola era inserita in un altare di argento dorato e pietre preziose, con 12 dipinti ovali ai lati. Benché restino ignote la collocazione ed il proprietario originali, questo suggerisce che lo squisito dipinto fosse apprezzato sia per l’alta qualità artistica sia per il significato religioso.
Foto Brundarte – Courtauld Gallery di Londra

Quentin Massys , Madonna col Bambino e angeli, 1500-09 ca.

Henri Laurens, Donna che si pettina, 1946

Scultore, grafico, disegnatore e illustratore francese, Henri Laurens si formò come scalpellino decoratore. I suoi primi lavori mostravano l’influenza di Rodin ma nel 1911, stabilitosi a Montparnasse, conobbe George Braque e Pablo Picasso diventando uno dei primi artisti ad adattare lo stile cubista alla scultura. A metà degli anni Venti si spostò dallo stile geometrico per rivolgersi a linee curve e forme voluttuose come quelle di questa Donna che si pettina, scultura in marmo bianco del 1946, opera quindi della sua maturità, creata circa trenta anni dopo la nascita del suo interesse per i nudi femminili.
Molti degli artisti compagni di Laurens lo ritenevano uno dei più grandi scultori del tempo, ma il successo e il riconoscimento ufficiale tardavano ad arrivare e, quando nel 1948, non vinse il primo premio per la scultura alla Biennale di Venezia, Matisse ne fu talmente disgustato che si offrì di dividere con lui il premio ricevuto per la pittura.
Foto Brundarte – Courtauld Gallery di Londra

Henri Laurens, Donna che si pettina, 1946

Paul Gauguin, Nevermore (1897)

Gauguin dipinse Nevermore (Mai più) nel febbraio del 1897, durante il suo secondo viaggio a Tahiti. E’ evidente il legame dell’opera con il poema “Il corvo” di Edgar Allan Poe che il pittore lesse in francese nella traduzione di Stéphane Mallarmé: il corvo protagonista del poema di Poe ripete incessantemente e ossessivamente la funebre parola Nevermore e un macabro corvo compare minacciosamente anche nel dipinto, sul davanzale di una finestra, mentre sul muro in alto a sinistra possiamo notare la scritta Nevermore. In realtà in una lettera al suo amico nonché pittore e collezionista Daniel de Monfreid, Gauguin disse di voler unicamente rappresentare in Nevermore un “semplice nudo” e che non volesse simboleggiare nient’altro che un erotismo esotico ed effettivamente è la bellezza esotica della ragazza distesa che occupa tutto il dipinto in orizzontale, richiamando alla mente l’Olympia di Manet che Gauguin doveva aver certamente ammirato. La donna è Pahura, la giovanissima ragazza con cui il pittore conviveva a Tahiti, distesa senza veli in un interno domestico dall’aspetto rustico, lontano dalle sete, dal velluto e dagli ori della Francia. Il volto della donna rivela però una oscura angoscia, sottolineata dallo sguardo sospettoso rivolto indietro dove alle sue spalle due inquietanti figure femminili confabulano tra loro. Gauguin dipinge con questo nudo la perdita dell’innocenza, dando voce alla forte delusione ricevuta da Tahiti dove si era rifugiato sperando di vivere in un paradiso incontaminato e dove invece aveva trovato un ambiente marcio e corrotto dal colonialismo.
Nonostante l’alone di angoscia che trasuda dall’opera, il dipinto è stato curiosamente eletto attraverso un sondaggio indetto dall’organizzazione The Art Fund nel 2010 “il più romantico dipinto della Gran Bretagna”.
Foto Brundarte –  Courtauld Gallery di Londra

Paul Gauguin, Nevermore (1897)

Pierre Puvis de Chavannes, Il povero pescatore (1881)

Il Povero pescatore è il primo quadro di Puvis de Chavannes comprato dallo Stato. Tuttavia, questa opera suscitò vivaci reazioni durante il Salon del 1881 tanto che la sua acquisizione avvenne soltanto nel 1887 (..) Senza false illusioni, Puvis voleva mostrare in modo esauriente l’indigenza e la rassegnazione raffigurando un padre vedovo e i suoi due bambini in un paesaggio desolato. La scelta del pescatore è legata indubbiamente alle risonanze bibliche del tema. Nel 1881, il carattere sintetico del quadro, il suo rifiuto del modellato e della prospettiva tradizionale, il suo chiaroscuro di tonalità verdastre, suscitarono la disapprovazione della maggior parte dei critici. (..)
Alcuni artisti della generazione seguente, da Seurat a Gauguin e Maurice Denis, per non parlare di Picasso, si entusiasmarono per la sobrietà estrema e straziante di questa immagine silenziosa. Puvis diventava così il pioniere della nuova pittura.
Foto Brundarte – Musee d’Orsay di Parigi

Pierre Puvis de Chavannes, Il povero pescatore (1881)

Alexandre Cabanel – La nascita di Venere (1863)

Fu questo uno dei grandi successi del Salon del 1863 dove era stata acquistato da Napoleone III per la sua collezione personale. Cabanel, pittore pluripremiato, esercita un ruolo molto importante nell’insegnamento delle Belle Arti e nella direzione del Salon. Il suo stile virtuoso fa di questa pittura un perfetto esempio dell’arte che, in quegli anni, conquistava il consenso del pubblico e degli organismi ufficiali.(..)
Cabanel riprende un episodio famoso della mitologia antica: Venere, al momento della sua nascita, viene posata su una spiaggia dalla schiuma di mare. Questo tema, che conosce un enorme successo nel XIX secolo, dà ad alcuni artisti l’occasione di affrontare l’erotismo senza scandalizzare il pubblico grazie all’alibi di un soggetto classico. Per Cabanel, infatti, la mitologia funge da pretesto per affrontare il nudo la cui idealizzazione non esclude la lascivia.
Foto Brundarte – Musee d’Orsay di Parigi

Alexandre Cabanel, La nascita di Venere (1863)

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