Lu Napulitanu – una storia lunga più di 100 anni

 Raccontiamo in questo articolo la storia, a molti sconosciuta, del “negozio” che tutti a Brindisi chiamavano “lu Napulitanu” ricostruita da Nicola De Robertis, nipote del fondatore dell’attività commerciale sita sin dai primi del ‘900 di fronte alla chiesa degli Angeli e oggi chiusa. Ognuno di noi potrà completare questo racconto aggiungendo i propri ricordi legati a questa storica bottega che è nei cuori di tutti noi.

“IL NEGOZIO”

Prima di tutto bisogna risalire agli inizi del 1900, quando mio nonno materno, Antonio Napoletano classe 1885, originario di Monopoli in provincia di Bari, aprì l’esercizio commerciale. L’ubicazione è stata sempre la stessa, in Largo Angioli/angolo Via Ferrante Fornari, con annessi altri locali attigui nella piazza. Inizialmente l’emporio proponeva articoli di drogheria, coloniali e vari: spezie, generi alimentari, prodotti per la casa, derrate. Come coloniali le spezie quali: caffè, cacao, pepe, cannella, noce moscata, chiodi di garofano, liquori, vanillina, anicini, codette di topo, confetti, zucchero e alcool etilico.

Nonno Antonio era sposato con Cosima Arigliano di Brindisi dai quali nacquero quattro figli: Filomeno detto “Mimino”, Alba Maria, Iolanda Teodora detta “Dora” – cioè mia madre – e Agnese Maria Antonia Caterina detta “Rina”. Il nonno aveva un’asina di nome Rosina in una stanza a parte che fungeva da stalla. I locali quindi erano adibiti a negozio, casa e rimessa. Si pensi quindi al disagio nel vivere in simili condizioni.

Inizialmente tutti i locali erano stati dati in affitto a mio nonno. Successivamente i vecchi proprietari li affittarono ad altri commercianti suddividendoli in tre locali e chiudendo con muri divisori le stanza retrostanti. Infatti dove era prima la stalla divenne il bar “Ida” dal nome della moglie del nuovo affittuario l’allora brigadiere dei vigili urbani Mastrorosa. Affianco a lui c’era Nicolino Ricco e Vittorio Carducci che anch’io ho conosciuto in seguito. A questo punto il nonno pensò di comprare un’altra abitazione attigua a quella che già possedevamo in via Lauro dove poi morirono lui e la nonna Cosima che ho conosciuto poco in quanto già ammalata da parecchio tempo, quando io avevo 8 anni. Dopo più di 100 anni sono divenuti di mia proprietà.. e in quei locali posso dire che ci sono nato e cresciuto, oltre ad averci lavorato.

Ovviamente tutto ciò che concerne le notizie anteriori alla mia nascita, me le ha fornite mia madre Dora, chiamata così perchè naque il 27 aprile 1922, giorno che ricorda un avvenimento del nostro santo e protettore, San Teodoro D’Amasea. Nel 1210, il 27 aprile (ma la data è presunta), le reliquie di San Teodoro furono trasportate dai marinai veneziani da Euchaita a Brindisi. La “processione a mare”, che si svolge in occasione dei festeggiamenti dei Santi patroni (San Teodoro d’Amasea e San Lorenzo da Brindisi), ha luogo solo dal 27 aprile 1776, allorché il porto interno di Brindisi cessò di essere una palude e fu rimesso in comunicazione con il porto medio e, quindi, con quello esterno. La processione vuole ricordare un episodio miracoloso: i marinai che nel 1210 trasportavano le reliquie di Teodoro, vedendosi inseguiti da velieri turchi, pensarono di metterle in salvo su un sandalo (imbarcazione dal fondo piatto) che, spinto dalla corrente, si diresse all’imboccatura del nostro porto.

A questo proposito vorrei ricordare anche l’altro patrono della nostra città, San Lorenzo da Brindisi, al quale mio nonno Antonio era particolarmente devoto, come lo sono anch’io tutt’ora. La chiesa di fronte al nostro negozio, dedicata alla Madonna Santa Maria degli Angeli, fu edificata al posto della sua casa natale su sua richiesta e aiutato economicamente dai sovrani del XVII secolo. L’edificio sacro non potè vederlo per la sua improvvisa e prematura morte. Negli anni venti del novecento al posto dell’attiguo convento distrutto, fu costruita la scuola elementare prima chiamata “femminile” poi dedicata al nostro illustre concittadino Frate Lorenzo, Giulio Cesare Russo all’anagrafe.

Come ho detto all’inizio di questo mio racconto, gli articoli merceologici erano in base a quelli di drogheria e coloniali, alcuni di essi venduti ancora sino alla mia gestione. La mamma diceva che il nonno era un ottimo pasticciere e vendeva i liquori sfusi anche a bicchierini, autorizzato da una particolare licenza U.T.I.F. di somministrazione. L’esercizio era anche un bar. All’epoca non c’era il traffico di oggi, quindi durante le ricorrenze festive era possibile allestire nella piazza tavoli e sedie facendo ottimi affari. Sino a qualche decina di anni fa, abbiamo conservato diversi recipienti in metallo che usava il nonno per la lavorazione e la conservazione dei gelati e dei dolci. Tali recipienti, con l’immissione di pezzi e blocchi di ghiaccio, fungevano da frigo. Un metodo molto in voga all’epoca e sino alla nascita dei moderni frigoriferi.

Sull’arcata della porta di ingresso dal lato largo Angioli, c’era una scritta: “Bar del Sole”. Fu scelto questo nome perchè a quei tempi il sole lo illuminava da quando nasceva a quando tramontava. Di fronte al locale non c’era ancora il palazzo che fu costruito negli anni 60. Mio nonno prese parte alla prima guerra mondiale e quando tornò a casa, cambiò il nome in “Bar della Libertà”. La scritta fu trovata sbiadita negli anni 90, quanto furono fatti dei restauri esterni.

Oltre al negozio, il nonno aveva una campagna nella contrada di Brindisi denominata “Li Uccardi”. Molti anni dopo sono andato con i miei genitori a vedere la zona, ormai trasformata nell’attuale contrada “Masseriola”. Nei pressi è sorto il palazzetto dello sport intitolato a Elio Pentassulia “Palaelio”, dove gioca la nostra gloriosa squadra di pallacanestro. Ecco il motivo della presenza dell’asina Rosina con traino nel locale attiguo al negozio, dove adesso c’è il mio garage con all’interno la mia auto.. come sono cambiati i tempi! Allora quel mezzo di trasporto cioè l’asino, serviva anche alla famiglia di mia madre e soprattutto quando scoppiò la seconda guerra mondiale. I bombardamenti in città erano frequenti e il nonno pensò bene di ricoverarsi insieme ai familiari nella tenuta di campagna che dava una certa sicurezza. Purtroppo le bombe caddero anche in via Lauro, dove nel frattempo si erano trasferiti i miei nonni con i figli, l’abitazione fu ereditata della mia bisnonna materna. Un pò più avanti della nuova casa colpirono al numero 37 precisamente la residenza dove abitava Don Pasquale Camassa, famoso cultore e storico brindisino, conosciuto come “Papa Pascalinu”. Egli rimase gravemente ferito dal crollo del soffitto della sua casa e fu ricoverato nell’ospedale di Mesagne, perchè il nostro – allora ubicato in piazza Duomo, l’attuale museo archeologico “Francesco Ribezzo”- era stato a sua volta bombardato e reso inagibile. Purtroppo il nostro poeta dialettale morì dopo pochi giorni per le gravi ferite riportate. Ci furono tante altre vittime in tutta la città, come mi riferì mia madre. In particolare ricordava con tanto dolore una bomba caduta l’8 novembre 1941 su un forno a legna con annessa un’abitazione in via Porta Lecce. In tale circostanza l’intera famiglia Martinelli formata da sette persone perse la vita.

Mia madre mi parlava sempre del nonno Antonio paragonandolo ad uno scienziato, perchè sapeva fare mille cose e riusciva a risolvere sempre ogni situazione. In una fase particolarmente creativa, inventò gli estratti di vari liquori, utilizzando un miscuglio di tante erbe che raccoglieva dalla sua campagna. Dosando le diverse proporzioni di alcool etilico ed altri ingredienti, le confezionava in delle piccolissime bottiglie in vetro che poi venivano chiuse ermeticamente con tappo di sughero, ceralacca ed etichetta con la dicitura del liquore e la relativa foto. A tal proposito, conservo come una reliquia un grande quadro ricevuto dal nonno in occasione di una esposizione a Milano, negli anni trenta del novecento. Il quadro contiene un diploma, una medaglia d’oro, la croce al merito, la sua foto e la motivazione di questo riconoscimento.

Un’altra invenzione di mio nonno Antonio fu di intrecciare il crine di cavallo per farne lenza da pesca, alla quale era appassionato. All’epoca non esisteva il nylon, che fu inventato dopo tanti anni e che noi avremmo venduto in seguito in grande quantità. Un’altra passione del mio eclettico nonno era la caccia. Possedeva un fucile con regolare permesso, che fu anche utile per sventare un furto con scasso. Quella notte, sentì dei rumori sospetti provenienti da una zona di fronte al negozio, dove c’era – e c’è tutt’ora – la farmacia del suo amico, il dottore Luigi Favia detto “Gigi”. Capì subito che non erano leciti a quell’ora e senza pensarci due volte imbracciò il fucile, si arrampicò con una scala sopra la saracinesca di ingresso dove c’è ancora una raggiera in metallo che veniva montata per sicurezza, e attraverso la quale fece partire un colpo in aria. A quel punto i ladri scapparono e più di qualche abitante della zona si svegliò, così come fu svegliato lo stesso ignaro farmacista, il quale dovette assistere alla fuga dei malviventi e appurare i danni provocati dal tentato furto. I suoi ringraziamenti nei confronti del mio coraggioso nonno furono immensi. Questo episodio fu motivo di ulteriore stima ed amicizia reciproca. Ancora adesso questo rapporto di amicizia continua a vivere, perchè il nipote di Gigi – l’omonimo “Gigi” Favia” – continua a gestire la stessa farmacia con sua moglie Anna Lia Ferulli.

Quando mia madre era ancora tredicenne, frequentava l’avviamento commerciale, un tipo di scuola che in seguito è stato sostituito con la scuola media che adesso si chiama scuola secondaria di primo grado. I professori le dissero di comprare il famoso libro capolavoro “I promessi sposi” di Alessando Manzoni, ma non avendo i soldi, non poteva acquistarlo. Quindi dovette chiedere il denaro al nonno, che la sgridò, dicendole che non gliel’avrebbe comprato perchè a suo parere studiare quel romanzo, significare insegnarle “a fare l’amore”. In un primo momento quindi non glielo comprò, ignorando il contenuto perchè evidentemente non aveva frequentato quel tipo di scuola come avveniva all’epoca nella maggior parte della popolazione soprattutto nel nostro meridione. Poi lo convinsero a comprarglielo perchè era materia di studio e non conteneva argomenti scabrosi, cosa che ho appurato io stesso quando frequentai l’istituto industriale. Dopo l’avviamento commerciale, la mamma avrebbe voluto continuare gli studi, ma purtroppo ciò le fu impedito dal nonno, nonostante lei fosse bravissima (cosa che mi hanno sempre confermato anche le sue compagne di classe quando le incontravamo o quando venivano al negozio). La sua preparazione culturale fu comunque utile per la nostra gestione commerciale, in quanto conosceva bene come indirizzare e compilare un ordinativo di merce nei confronti delle ditte e delle fabbriche con le quali avevamo contatti di lavoro.

A proposito di mio nonno, mia madre diceva sempre che era molto severo, educato, rispettoso e che “non si faceva passare la mosca sotto al naso”, soprattutto quando subiva un’ingiustizia o “vedeva le cose storte”. Però aveva un grande cuore. Infatti un giorno si presentò al negozio un ragazzo che gli chiese di poter lavorare con il suo tavolino di orologiaio fuori dal suo locale. Il nonno gli rispose che poteva stare dentro, gli assegnò il posto e gli raccomandò di comportarsi bene oltre che con lui con sua moglie e le tre figlie. Lui fu di parola, educato, preciso, tanto da avere l’apprezzamento dopo la morte del nonno anche dei miei genitori che gli fecero da testimoni di nozze quando si sposò e per tutti noi divenne “il compare Ciccillo”, all’anagrafe Francesco Mangiatordi. Per questi motivi è stato nostro ospite per oltre 50 anni, fin quando ha deciso di non lavorare più sia perchè giunto alla pensione, sia perchè la vista non era più quella di prima e non aveva più le dita delle mani ferme.  Per me è stato un secondo padre, anzi in molte occasioni mi confidavo di più con lui, il quale mi consigliava. Tante volte mi ha anche protetto dalle botte di mio padre.

In quel periodo mio nonno Antonio disse a mia madre che voleva impiantare una fabbrica di cera, in quanto allora le candele e i ceri erano venduti moltissimo. L’idea all’epoca era geniale. Successivamente questi articoli sono stati venduti meno perchè nelle chiese tutti questi articoli furono proibiti per motivi di pericolo di incendio e inoltre affumicavano gli interni delle chiese e annerivano gli arredi sacri. Purtroppo il nonno aveva un brutto vizio: quello del fumo. Arrivava a fumare 60-70 sigarette al giorno, cosa che gli causò la morte nel 1947 all’età di 62 anni. Fu accertato dai raggi fatti in precedenza ai suoi polmoni che erano divenuti “neri come un camino” (espressione usata da mia madre), sicuramente a causa della nicotina. Nonostante la sua grande intelligenza, non aveva capito che le numerose sigarette che fumava Alfa e Nazionale – marche di sagarette molto pesanti perchè senza filtro – tra l’altro fatte da lui con cartine e tabacco, gli avrebbero abbreviato la vita spegnendolo prematuramente. In seguito alla sua scomparsa, naufragò il sogno dell’industria di cera.

Alla morte del nonno Antonio, non avendo lasciato nessun testamento, si scatenò un putiferio fra i figli per la spartizione dell’eredità. Essendo ancora in vita mia nonna, delle proprietà e dei beni in quel momento non se ne fece niente legalmente. Ci fu solo un tacito accordo. Il figlio maggiore Mimino, già sposato con tre figli e vigile urbano, si sistemò in alcune stanze da un lato dell’abitazione di via Lauro. La seconda figlia Alba, sposata anch’ella e con un figlio e casalinga, si sistemò da un’altro lato. La terza (mia madre) era fidanzata ufficialmente e, avendo studiato materie commerciali, fu ritenuta la persona più indicata a continuare la gestione del negozio e dei locali interni, usati in seguito al matrimonio come abitazione. La quarta, Rina, che aveva ancora 14 anni, rimase con la madre nella restante parte dell’abitazione, dove avevano vissuto sino ad allora.

I miei genitori si sposarono il 25 gennaio del 1948. Da quel momento, incominciò la seconda fase della nostra vita commerciale, in quanto subentrò mio padre Mauro nella gestione del negozio. Egli per amore rinunciò al suo lavoro di agricoltore al paese nativo, a tutti gli amici, alla famiglia e ai parenti, trasferendosi a Brindisi. Questa decisione suscitò dissenso da parte del mio nonno paterno Nicola, perchè per lui il suo primogenito maschio rappresentava il suo braccio destro per il lavoro in campagna.

Il 7 ottobre nacqui io e sono l’unico a portare il nome del nonno di Molfetta, Nicola De Robertis. Da bambino – e anche dopo – mia madre mi ha sempre chiamato con il diminutivo “Lino”, come si usava molto in quei tempi.. e così mi chiamano ancora oggi tutti affettuosamente. Il 30 agosto 1951 nacque anche mio mio fratello Antonio detto “Tonino”.

Si può dire che ho lavorato già da quando ero nel grembo materno, in quanto lei lo ha fatto sino all’ultimo momento prima di partorirmi. All’epoca non si andava in ospedale per partorire, salvo in alcuni casi particolarmente critici. L’usanza era quella di chiamare una “levatrice” (come la signora Russi) che svolgeva l’attuale ruolo di ostetrica. Mia madre non aveva nè una culla nè una carrozzina, per cui il mio “giaciglio” da neonato era un cassetto vuoto dello scaffale alle spalle del bancone. Per tenermi sotto controllo, mi fasciava come una mummia egiziana, com’era usanza allora, e mi teneva lì, ben visibile a tutti. Alcuni parenti, clienti, amici o semplici affezionati, vedendomi così sacrificato provavano tenerezza, mi prendevano in braccio, giocavano con me, mi facevano le coccole e solo in quei pochi minuti ero felice e ridevo. Questo fatto mi è stato riferito, oltre che da mia madre, dalle persone che venivano al negozio, le quali affermavano che già da bambino ero un bel bambolotto in carne.

 

La “casa e putea” della mia infanzia, è un ricordo alquanto spiacevole, difficile e infelice della mia vita. Le nostre stanze erano nel retrobottega, dove un grande e alto scaffale in legno fungeva da divisorio nel negozio. C’erano un piccolo tavolo con le sedie in paglia dove mangiavamo e la cucina a legna con un camino  – la cosiddetta “cucina economica”- che era situata in un altro locale più in fondo. Non avevamo stanze da letto ma brandine, che venivano rimosse o spostate per andare nella zona di lavoro. Si trovavano in mezzo alla merce, un enorme disagio quando qualcuno non si sentiva bene. Per quanto riguarda il bagno, avevamo solo il gabinetto fuori al cortile in uno stanzino strettissimo che per arrivarci prendevamo pioggia, vento e freddo. Per lavandino usavamo una grande “pila” in pietra con un rubinetto – che ancora c’è –  e veniva utilizzata per tanti usi, come lavarci, sciacquare i recipienti, attingere l’acqua per cucinare, lavare indumenti e bere. Per il bagnetto, la mamma riscaldava l’acqua con il fuoco della legna, la deponeva nella vasca di alluminio dove noi figli sguazzavamo e ci divertivamo, bagnando per terra e subendo molti rimproveri. Dopo averla sciacquata, la stessa vasca veniva usata per il bucato a mano con tanto sacrificio, perchè allora non esistevano ancora le lavatrici nè le lavanderie ma i cosiddetti “lavaturi” in legno. Per il riscaldamento avevamo un braciere in ottone – la “brasciera” – con intorno un cerchio in legno dove appoggiavamo i piedi. Questo era alimentato o dai carboni della legna bruciati della cucina o dalla carbonella che allora andava molto di moda ed era venduta dagli ambulanti che giravano per tutta la città o dai rivenditori di carbone presenti in diversi quartieri cittadini, tra i quali ricordo ancora quello situato di fronte al Calvario.

Già dai primi anni del Novecento, il nostro negozio è stato un punto di riferimento, una tappa per chi abitava allora nel centro storico, perché aldilà delle antiche porte della città e la vecchia cinta muraria era poco abitato. Anche in epoca moderna, la via e la piazza dove era ubicato il negozio sono molto frequentate e trafficate, in quanto di fronte c’è la famosa Chiesa Santa Maria degli Angioli e la scuola elementare San Lorenzo dove andò mia madre e in seguito anche io e le mie figlie. Inoltre a due passi c’è sempre stato il Mercato ortofrutticolo e ittico, le farmacie e tanti altri negozi, la sede centrale del Comune, l’Inps, le Poste, diversi uffici di assistenza, cinema, teatri, bar, quindi un luogo facilmente di passaggio e fino al 2000, anche la nostra fortuna lavorativa.

Poi con l’espansione della città, con la creazione di nuovi quartieri periferici distanti fra loro, il traffico caotico, l’apertura smisurata di migliaia di nuovi negozi, supermercati cittadini, ipermercati dove si trovava di tutto, la crisi economica e l’isolamento del centro nevralgico e commerciale, la crisi ha colpito anche noi.

Infatti i nostri clienti cercavano altrove e per ultimo si rivolgevano a noi, a volte con esito positivo, altre negativo. Quindi il nostro negozio era diventata “l’ultima spiaggia”. Ciò che mi rende felice ancora oggi, quando incontro i clienti soprattutto anziani, è il ricordo positivo che abbiamo lasciato, infatti mi dicono che la nostra bottega era “un’istituzione”. E’ una grande soddisfazione e piacere che ancora oggi mi salutano cordialmente, mi fa onore e mi ripaga moralmente dei tanti sacrifici. Insomma lo dico con grande modestia e confermato da tutti coloro che mi conoscono che le nostre famiglie Napoletano-De Robertis, hanno fatto un pezzo della storia di Brindisi.

 Nicola De Robertis

 

 

 

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