L’Abbazia Santa Maria di Cerrate dopo i recenti restauri

Abbiamo visitato per la prima volta l’Abbazia nel novembre 2013 bisognosa dei lavori di risanamento. Iniziati i restauri ci siamo ritornati nel giugno 2015, in occasione del completamento del primo lotto. Le immagini che illustravano quella giornata le abbiamo aggiunte al nostro articolo del 2013, che è possibile visionare QUI.

Questa una piccola selezione di foto del 27 giugno 2015.

Oggi ci siamo ritornati ed abbiamo potuto visitare il complesso quasi completamente restaurato, (sono rimasti da fare solo il secondo frantoio ipogeo e l’ex stalla); pertanto, abbiamo il piacere di presentare le immagini e accompagnarle con il materiale informativo del FAI che, lo vogliamo ricordare, ha avuto dalla Provincia di Lecce in concessione trentennale il bene nel 2012,  con lo scopo di restaurarlo e riaprirlo al pubblico. Cosa che, per l’appunto, è stata fatta nel migliore dei modi.

°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°

L’esterno

Scolpita tra l’XI e il XII secolo nella bianca pietra leccese, la Chiesa di Santa Maria di Cerrate sorge al centro di una tipica masseria del Salento, un tempo monastero di rito bizantino con scriptorium e biblioteca, poi centro di produzione agricola specializzato nella lavorazione delle olive, che erano spremute nei tradizionali frantoi ipogei.
Sorta in prossimità della strada romana che univa Brindisi con Lecce e Otranto e immersa in un ricco contesto rurale di oliveti, alberi da frutto e aree coltivate, oggi l’Abbazia, restaurata e riaperta al pubblico, rappresenta uno splendido esempio di architettura romanica pugliese impreziosita da importanti affreschi che ne fanno un unicum nel mondo bizantino.

La storia dell’Abbazia

Secondo la leggenda, l’Abbazia viene fondata dal re normanno Tancredi d’Altavilla a seguito di una visione della Madonna che insegue una cerbiatta in una grotta. Storicamente, invece, la fondazione è attestata tra la fine dell’XI e gli inizi del XII secolo, quando Boemondo d’Altavilla – figlio di Roberto il Guiscardo – insedia un cenobio di monaci greci, seguaci della regola di San Basilio Magno, che riparano in Salento per sfuggire alle persecuzioni iconoclaste di Bisanzio.
Sorta in prossimità della strada romana che univa Brindisi con Lecce e Otranto, l’Abbazia viene ampliata fino a divenire uno dei più importanti centri monastici dell’Italia meridionale. Nel 1531, quando passa sotto il controllo dell’Ospedale degli Incurabili di Napoli, il complesso ha raggiunto una struttura ricca e articolata che comprende oltre alla chiesa, stalle, alloggi per i contadini, un pozzo, un mulino, due frantoi ipogei (detti trappiti).
Il saccheggio dei pirati turchi nel 1711 fa precipitare l’intero centro in uno stato di completo abbandono che prosegue nel corso del XIX secolo fino all’intervento della Provincia di Lecce, nel 1965, che affida i lavori di restauro all’architetto Franco Minissi. Grazie a un bando pubblico promosso dalla Provincia di Lecce, nel 2012 il complesso viene affidato al FAI con l’obiettivo di restaurarlo e di riaprirlo al pubblico.
Il restauro della Chiesa di Santa Maria ha portato a una nuova lettura e alla valorizzazione del ciclo di affreschi, che fanno di Cerrate un unicum nel mondo bizantino, anche attraverso un touch-screen interattivo, ospitato nell’officina, che consente, ad esempio, di giocare a ricomporre virtualmente l’affresco della navata destra, che si presenta come una sorta di “puzzle” scomposto.
La visita continua nel mulino per la macinazione del grano – oggi restaurato e reintegrato – e nel forno per la produzione del pane, riallestito con arredi e oggetti della tradizione contadina, con un modello semovente del mulino e con una riproduzione dello stampo eucaristico rinvenuto dagli scavi archeologici, usato, nel rito bizantino, per la timbratura del pane dell’eucarestia.
Infine, una sosta nella loggia al primo piano, con eccezionale vista sulla chiesa, consente di approfondire contenuti, rilassarsi o consumare uno spuntino con i prodotti locali in vendita nel ristoro.
Per chi volesse partire da qui alla scoperta della Valle della Cupa e del Salento, il FAI suggerisce una serie di itinerari a piedi, in bicicletta e in auto, perché il valore storico e culturale dell’Abbazia non può essere disgiunto dal contesto rurale nel quale è inserita: un meraviglioso paesaggio di oliveti, alberi da frutto e aree coltivate.

La Chiesa
La Chiesa di Santa Maria, esempio significativo del Romanico pugliese, rappresenta il fulcro dell’Abbazia di Cerrate. Con facciata a capanna e rosone centrale, presenta un’aula basilicale suddivisa in tre navate con absidi. All’esterno il paramento murario è percorso da un raffinato motivo di archetti pensili collegati da sottili lesene che ricadono su un alto zoccolo disegnando larghe specchiature: questo tipo di decorazione, tipica del romanico salentino dal XII secolo in poi, si ritrova anche nella Chiesa di SS.Nicolò e Cataldo a Lecce. Il portale è sormontato da un’arcata con altorilievi di eccezionale qualità che riproducono scene del Nuovo Testamento. Sul fianco sinistro della chiesa è addossato un porticato, edificato nel XIII secolo, sostenuto da ventiquattro colonne con capitelli raffiguranti elementi zoomorfi e figure mitologiche.
In ultimo, l’interno dell’edificio, scandito da archi ogivali, era completamente decorato con affreschi, databili a partire dalla fine del XII – inizio del XIII secolo, oggi visibili in seguito allo “strappo” degli strati di affresco successivi staccati negli anni Settanta e ora conservati nell’attiguo edificio della Casa del massaro.

Gli affreschi
Il ciclo di affreschi della Chiesa di Santa Maria di Cerrate si inserisce all’interno della cultura figurativa di Bisanzio diffusa nell’Italia meridionale tra la fine del XII secolo e il XIII secolo.
Il programma iconografico, i colori, le formule figurative e le numerose iscrizioni, rendono la decorazione pittorica un unicum e una testimonianza di alto spessore artistico del mondo bizantino.
Spicca in primo luogo il ricco e variegato santorale dei sottarchi, della fine del XII secolo:una sorta di quadreria bizantina di monaci ed eremiti accompagnati da iscrizioni e cartigli, sovrastati da mezzi busti di profeti entro clipei, espressione della vocazione monastica del luogo.
La decorazione dell’area absidale ruota intorno alla grande Ascensione di Cristo del catino, della fine del XII secolo, contraddistinta dai toni pastello, da figure ed elementi naturistici di alta qualità pittorica che fanno di questa scena uno dei brani più alti dell’intera produzione pittorica bizantina di Puglia.
Databile al XIII secolo è la cosiddetta parete-puzzle, nella navata meridionale, smontata e rimontata a seguito di un crollo, forse tra il XIV e il XV secolo, riutilizzando gli stessi conci dipinti: la serie ordinata di santi, in questo punto, si scompagina in quell’affascinante gioco di pezzi da ricomporre mentalmente. Nella parete settentrionale una teoria di santi ascrivibile ai primi del XIII secolo porta invece le tracce dell’antica picchiettatura, tecnica utilizzata per far aderire la successiva decorazione pittorica.

Navata Centrale

Navata laterale sinistra

Navata laterale destra

Controfacciata

La decorazione scultorea
La facciata della Chiesa presenta un importante portale databile al XII secolo, in carparo e pietra leccese, riccamente decorato con motivi a racemi e foglie stilizzati, tipicamente bizantini. Figure a rilievo, proprie del linguaggio romanico dell’Italia settentrionale, sono invece collocate nell’archivolto del protiro. Sono qui raffigurate scene del Nuovo Testamento, distribuite su sei conci. Le figure, allineate lungo la curvatura dell’arco rappresentano, partendo da sinistra, l’Annunciazione, con la Vergine e l’Angelo Annunziatore , la Visitazione, la Processione dei Re Magi e la Natività. L’ultima scena, dopo diverse interpretazioni, è oggi intesa come la Lavanda del bambino.
Ai lati troviamo due colonne con figure di animali dal muso di suino che fungono da pulvino a loro volta poggianti su due capitelli dove tra le foglie d’acanto fanno capolino due colombe.

Il portale

Sul lato settentrionale della Chiesa è addossato un porticato sostenuto da ventiquattro capitelli, riccamente decorati con motivi vegetali e zoomorfi desunti dai bestiari medievali e figure umane dai lineamenti marcati, scolpiti con grande risalto plastico e aggettanti dal fondo. Il porticato è stato aggiunto in un secondo momento rispetto alla costruzione della Chiesa, come si evince dallo studio della muratura della chiesa e da alcune note storiografiche che lo riconducono alla realizzazione del ciborio datato 1269. Nel 1968 vennero rubati cinque capitelli ( 11-15), di cui solo tre vennero infine ritrovati, restaurati e ricollocati al loro posto ( 11, 12, 14).

Capitelli visti dall’esterno

Capitelli visti dall’interno

I restauri
I lavori all’interno della Chiesa sono stati preceduti da un importante “cantiere della conoscenza”: ricerche scientifiche multidisciplinari, analisi storico­artistiche, archeologiche e d’archivio, e accurate indagini diagnostiche hanno consentito di redigere il progetto di intervento. Sono state scelte soluzioni conservative che hanno garantito la lettura del manufatto nella sua complessità, attraverso le varie fasi storiche e i differenti usi ai quali è stato sottoposto.
Il restauro ha interessato le coperture, le strutture portanti, i serramenti, i paramenti lapidei delle facciate e l’importante ciclo scultoreo del portale d’ingresso e del portico (colonne e capitelli): tutto a partire da un dettagliato rilievo scanner della chiesa che ha permesso di tracciarne per la prima volta in maniera esaustiva le caratteristiche strutturali, le irregolarità e le deformazioni, e di riconoscere le fasi costruttive e le modifiche nel corso dei secoli, consentendo di procedere ad interventi mirati per la conservazione e la tutela.
L’edificio è stato inoltre dotato di nuovi impianti per l’illuminazione – con un progetto illuminotecnico misurato (con apparecchi a sorgente led per il risparmio energetico) che ne valorizza decorazioni, aspetto e atmosfera -, ma anche di moderni sistemi audio, anti-intrusione e di videosorveglianza. Inoltre per contrastare il fenomeno di umidità di risalita delle pareti è stata realizzata una nuova rete per la raccolta e il riuso delle acque meteoriche, convogliate nella cisterna presso l’agrumeto.

Il pozzo

Di fronte al portico è presente un pozzo ornamentale del XVI secolo.

Quando il complesso abbaziale passò nel 1531 all’Ospedale degli Incurabili di Napoli, uno dei primi miglioramenti che vennero apportati fu proprio la costruzione – datata 1585 – di questo pozzo, che, secondo l’iscrizione sull’architrave, fungeva da fonte e cisterna, attingendo con ogni probabilità l’acqua dalla falda acquifera sottostante ma anche da una struttura di canalizzazione di quella piovana, che era posta sull’edificio retrostante.
Ricco di decorazioni che ricordano le piante acquatiche, il pozzo è dominato in alto dalla statua di un mostro marino a cui è legata una suggestiva leggenda. Si dice infatti che indicasse con lo sguardo il luogo dove si trovava l’”acchiatura”, termine salentino per indicare il tesoro. Pare che il volto della statua sia stato distrutto come ritorsione dopo che scavando nel punto in cui guardava non era emerso alcun tesoro!
I gradini del Pozzo hanno grandi buchi per consentire di poter bere anche agli animali.

La stanza del forno
“.. due frantoi terranei a grotta, di origine basiliana; il forno e il mulino nel quale furono trovate tre sepolture greche”.
Questa la prima attestazione della presenza di un forno a Cerrate, quando Luigi Pappacoda, vescovo di Lecce, si reca in visita pastorale al complesso. L’ “Acta decimae visitationis” del 22 maggio 1667 fornisce infatti una ricostruzione fondamentale dell’Abbazia, dove accanto a due frantoi ipogei e a un mulino per cereali viene citato l’antico forno.
La produzione del pane era compito esclusivo delle donne: una volta al mese, la fimmane te casa, propriamente la madre di famiglia, lo confezionava in casa per poi farlo cuocere nei forni. Una volta pronta, la pasta veniva messa nelle pignatte e nelle pentole per darne la forma definitiva, quindi veniva messa a cuocere in forni di pietra e mattoni in laterizio.
Una volta estratto dal forno, le donne avevano l’abitudine di pizzicare la crosta per stabilire se era ben cotto. In risposta, si dice che il pane emettesse un “sussurro”, un segno della sua cottura. Il pane veniva servito a tavola, offerto nei banchetti, chiesto in elemosina, consacrato e adorato sull’altare, accompagnato da canti e preghiere.

Il mulino
La presenza di un mulino per cereali a Cerrate è attestata già nel 1667 durante una visita pastorale di Monsignor Luigi Pappacoda e di questa struttura molitoria sono state ritrovate delle tracce nell’edificio nord: un banco in pietra calcarenitica con i segni di un’attività antropica e con linee di forma circolare che rimandano al camminamento di un animale.
Su questo antico banco è stato ricollocato il mulino che era presente nell’edificio meridionale, perfettamente coincidente con gli alloggiamenti presenti.
Si tratta di un importante e raro e esempio di macchina molitoria di tipo tradizionale a palmenti (a sfregamento), cioè con macine rotatorie azionate da forza animale, una tecnica di macinazione diffusa in tutte le aree rurali d’Italia e rimasta inalterata per secoli, anche dopo l’introduzione della forza motrice a vapore ed elettrica.
La mancanza di corsi d’acqua nelle pianeggianti campagne in Terra d’Otranto (le attuali province di Lecce, Brindisi e Taranto) ha favorito, nei secoli, la diffusione di un tipo di mulino a trazione animale (noto come centimolo, da centimulus, strumento per macinare azionato da un mulo o da un asino), a differenza di quelli idraulici diffusi in Terra di Capitanata (l’attuale provincia di Foggia) e in parte in Terra di Bari.

 

Il frantoio ipogeo (trappito)

Negli scavi 2004 è stato messo in luce anche il frantoio oleario, impiegato per la produzione dell’olio lampante, ora ricostruito. Il suo posto è proprio nell’ipogeo di rimpetto al pozzo dell’agrumeto; vi si accede dopo una lunga scalinata.

Nei frantoi si svolgeva la spremitura delle olive: in questi ambienti sotterranei il visitatore ha modo di rievocare la vita faticosa dei lavoratori impegnati in questa attività.

Officina e casa del Massaro

Sul lato meridionale del complesso, è collocato un edificio ottocentesco un tempo destinato ad abitazione del massaro e frantoio. Gli interventi degli Anni Settanta ad opera di Franco Minissi hanno trasformato questo ambiente nel Museo delle arti e delle tradizioni popolari salentine, dove vennero riproposti ambienti domestici ed esposti oggetti e utensili del mondo contadino.

L’importanza della masseria è evidenziata anche dalla presenza di due frantoi ipogei, situati uno sotto la casa del Massaro e uno sotto la Casa Monastica.

L’officina e la casa del massaro

Gli affreschi strappati
Appartati su un lato,vennero inoltre collocati otto pannelli affrescati appena staccati dalle pareti della Chiesa. Tramite questa tecnica*, molto utilizzata in passato e oggi relegata a pratica di emergenza, porzioni di affresco venivano staccate dal supporto murario con lo scopo di metterle in sicurezza o, come nel caso di Santa Maria, di mostrare livelli sottostanti.
Dopo un attento e complesso restauro ad opera dell’ISCR e del laboratorio di restauro del Museo Provinciale S. Castromediano, sei degli otto pannelli sono ora tornati in buono stato di conservazione e ricollocati provvisoriamente nella Casa del massaro, fino a quando studi e ricerche in corso non confermeranno la loro originaria posizione all’interno della Chiesa.

*La tecnica dello stacco permette di rimuovere la pellicola pittorica insieme a una parte più o meno consistente
dell’intonaco; lo strappo prevede invece la rimozione di un sottile strato di pellicola pittorica con uno spessore di 2/3 mm al massimo.

La Loggia

Con eccezionale vista sulla chiesa, consente di approfondire contenuti, rilassarsi o consumare uno spuntino con i prodotti locali in vendita nel ristoro.

L’abbazia vista dalla loggia

 

Il testo dell’articolo è preso integralmente dal materiale informativo del FAI (Fondo per l’Ambiente Italiano)

Si ringrazia l’amico Mario Carlucci per la collaborazione

2 commenti

  1. Molto interessante; mio sito: http://www.anthonyriccio.com

    1. Grazie, vedo con piacere che abbiamo comuni interessi! Anche io trovo il tuo sito molto interessante

Rispondi a Brundarte Annulla risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *