Il Calvario dei brindisini per il nuovo Camposanto

Fino al 1817, i cadaveri delle persone morte, venivano seppellite all’interno dei centri abitati con grave pregiudizio delle condizioni di pulizia e di salute. Con la Legge n. 653 dell’11 marzo 1817 si prescrisse lo stabilimento di un Camposanto in ciascun comune del regno

“perchè il costume di seppellire i cadaveri umani in sepolture stabilite dentro, o vicino i luoghi abitati, abolito fra le più colte nazioni, non potrebbe essere ulteriormente tollerato nel nostro regno, senza grave pregiudizio della salute pubblica”;

Il 7 aprile il decurionato – quello che oggi definiremmo “amministrazione comunale –  deliberò la costruzione del Camposanto per i deceduti in Brindisi. Si cercò di mitigare il malcontento della popolazione, che vedeva con disappunto le spoglie dei propri cari allontanate dalla città per la sepoltura nel Camposanto, costruendo e benedicendo solennemente il Calvario.

I Calvari sono definiti da G. Carito (in Brindisi Nuova Guida p. 189) come memorie della XII stazione della via Crucis in cui si rappresenta lo spasimo che sentì Gesù nell’alzarsi la Croce, le tre ore che stette vivo in croce e la sua penosissima morte lagrimata da tutte le creature.

Ma i brindisini cercarono di resistere alle nuove disposizioni.  Nicola Vacca, in Brindisi ignorata, scriveva:

“Si legge in una deliberazione decurionale del 1828 che la passeggiata “amena” lungo le mura non si poteva fare per il lezzo delle immondizie accumulate e soprattutto per quello dei cadaveri sepolti nelle chiese di S. Domenico (Crocifisso) e della Pietà, nonostante fosse già costruito il cimitero della contrada di S. Maria di Loreto sull’altipiano a sinistra del ponte piccolo. Alla seduta decurionale intervenne il sottintendente (sottoprefetto) per incitare i cittadini a superare il pregiudizio di seppellire i cadaveri nel cimitero”. Giovan Luca Vezi nella sua Relazione al re del 1825, a proposito dei cimiteri fuori città e della resistenza dei cittadini a volere seppellire nelle chiese, aveva scritto che “a tanti mali vi si aggiunge anche quello di urtare diametralmente coi pregiudizi popolari, mediante la costruzione de’ campisanti”.

Un curioso episodio accadde nel mese di luglio 1842, allorchè un demente bruciò il battello che si usava per il trasporto dei cadaveri dalla chiesa di Cristo al Camposanto, attraverso le acque del seno di levante del porto interno, e bruciò anche una parte dei sotterranei contigui alla cappella dello stesso Camposanto. Il 23 agosto 1839, infatti, il decurionato aveva deliberato il restauro della chiesa di Santa Maria di Loreto da usare come chiesa del Camposanto e stabilito che i cadaveri dalla città al Camposanto, essendovi ormai una “popolazione di 8000 abitanti” e che “per giungere al Camposanto vi è la distanza di un miglio, e forse più”, si dovessero trasportare “con carretta a mano, o tirata da animale cavallino, anziché a braccia.

In Brindisi furono eretti due Calvari, in quanto fu scelta prima l’area cimiteriale fuori Porta Mesagne; poi, come quasi tutti quelli della provincia, in opposizione topografica rispetto all’Osanna, quello sulla via per Lecce. Di quest’ultimo è rimasta l’edicola in corrispondenza del civico 99; mentre l’altro, ancora esistente in via S. Margherita, fu eretto a devozione della famiglia Tedesco e consacrato dall’Arc. Pietro Consiglio il 12 marzo 1830.

Nel 1921 fu effettuato un radicale intervento di restauro dalla bottega Longo di Lecce che eseguì le statue in cartapesta, ad altezza naturale, della Vergine Addolorata e del Cristo Morto offerte alla pubblica venerazione durante i riti della settimana Santa. In cartapesta è anche l’altorilievo dell’Addolorata, collocato nell’edicola al civico 119 di via Carmine.

In seguito, il Calvario è stato arricchito con i Misteri in ceramica, opera di Bepi Zanchetta, sostitutivi delle pitture murali d’analogo soggetto e recentemente ancora restaurato dalla famiglia Gioia-Caforio attuale proprietaria.

Esposizione dettagliata dei fatti – dalla Cronaca dei Sindaci (1787-1860) di R. Jurlaro

– L’11 marzo fu emanata la legge n. 653 con la quale si prescriveva lo stabilimento di un Camposanto in ciascun comune del regno “perchè il costume di seppellire i cadaveri umani in sepolture stabilite dentro, o vicino i luoghi abitati, abolito fra le più colte nazioni, non potrebbe essere ulteriormente tollerato nel nostro regno, senza grave pregiudizio della salute pubblica”; il 7 aprile 1817 il decurionato deliberò la costruzione del Camposanto per i deceduti in Brindisi.

– L’11 settembre 1819 fu stipulato l’atto con il quale Giacomo Bruni fu vincenzo, muratore domiciliato in Brindisi, si aggiudicò l’appalto per la costruzione del Camposanto su disegno di Francesco Bruni e Benedetto Marzolla. Nell’atto si ricorda “come in forza di decreto de’ 11 marzo 1817 devesi procedere in ogni comune alla costruzione di un campo santo per tutto decembre dell’anno 1820”. Il sindaco Giovanni Sala precisò che “si è dato tutta la premura di provvedere di un’opera così vantaggiosa alla popolazione”.

– Il 28 gennaio il Decurionato discusse sull’agibilità della parte già compiuta del Camposanto.

– Il 4 agosto 1828 il decurionato discusse sul modo come eliminare il fetore che veniva dalle sepolture che erano sotto le chiese del Cristo (già dei Domenicani), e della Pietà e deliberò di costruire “de’ tumuli” per potere usare il Camposanto essendo “un palmo e mezzo di terra argillosa e tutto il resto terreno sassoso”.

Nicola Vacca, in Brindisi ignorata, scrisse:

“Si legge in una deliberazione decurionale del 1828 che la passeggiata “amena” lungo le mura non si poteva fare per il lezzo delle immondizie accumulate e soprattutto per quello dei cadaveri sepolti nelle chiese di S. Domenico (Crocifisso) e della Pietà, nonostante fosse già costruito il cimitero della contrada di S. Maria di Loreto sull’altipiano a sinistra del ponte piccolo. Alla seduta decurionale intervenne il sottintendente (sottoprefetto)
per incitare i cittadini a superare il pregiudizio di seppellire i cadaveri nel cimitero”. Giovan Luca Vezi nella sua Relazione al re del 1825, a proposito dei cimiteri fuori città e della resistenza dei cittadini a volere seppellire nelle chiese, aveva scritto che “a tanti mali vi si aggiunge anche quello di urtare diametralmente coi pregiudizi popolari, mediante la costruzione de’ campisanti”.

– Il 23 agosto 1839 il decurionato deliberò che si restaurasse la chiesa di Santa Maria di Loreto da usare come chiesa del Camposanto e che i cadaveri dalla città al Camposanto, essendovi ormai una “popolazione di 8000 abitanti” e che “per giungere al Camposanto vi è la distanza di un miglio, e forse più”, si dovessero trasportare con carretta a mano, o tirata da animale cavallino” (..).

– Il 22 febbraio 1840, ultima domenica del mese, vi fu la solenne benedizione del Camposanto. Officiò il vicario generale in sede vacante don Giuseppe Chimienti.

– Nel mese di luglio 1842 un demente bruciò il battello che si usava per il trasporto dei cadaveri dalla chiesa di Cristo al Camposanto, attraverso le acque del seno di levante del porto interno, e bruciò anche una parte dei sotterranei contigui alla cappella dello stesso Camposanto.

 Foto 1 e 2 – Cartoline d’epoca del Calvario

Foto 3 – Fototeca Briamo anni ’60

Foto 4 – via Porta Lecce 99

Foto 5 –  via Carmine 119

Foto 6 – particolare sub 5 

Foto 7 –  Il Calvario visto da via Carmine

Foto 8/18 – Il Calvario

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