La Zona Industriale di Brindisi

La zona industriale di Brindisi è nata a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta come uno dei pilastri del piano statale per l’industrializzazione del Mezzogiorno. Ha radicalmente trasformato un’economia basata sull’agricoltura e sulle attività portuali in un mega-polo manifatturiero e chimico. L’evoluzione storica dell’area si articola in tre macro-fasi:

1. La nascita e il boom del petrolchimico (1959 – anni ’70)
La prima pietra: I lavori sono iniziati formalmente l’8 marzo 1959 alla presenza delle massime cariche dello Stato, per poi giungere all’avvio operativo degli impianti nel 1962.
I giganti della chimica: L’area è nata sotto l’impulso del Gruppo Montecatini (suddiviso tra le sussidiarie Polymer e Montecatini), confluito successivamente nella celebre Montedison nel 1968.
Le dimensioni del sito: Gli stabilimenti occupavano un’area iniziale di 700 ettari (tre volte la dimensione del centro abitato dell’epoca), servita da 56 chilometri di strade interne e un fitto raccordo ferroviario.

2. Il consolidamento energetico e le crisi (anni ’70 – fine Novecento)
Il polo dell’energia: Oltre alla chimica pesante, Brindisi è diventata uno dei principali nodi energetici d’Italia grazie alla costruzione di centrali elettriche alimentate a carbone e olio combustibile (come la centrale di Cerano, in seguito Enel).
Incidenti storici: Lo sviluppo ha registrato momenti drammatici. L’8 dicembre 1977 si verificò la disastrosa esplosione del reparto P27 della Montedison (causata da una fuga di propilene), che provocò 3 morti e oltre 50 feriti, accelerando il dibattito europeo sulla sicurezza industriale.
I passaggi societari: Negli anni la gestione chimica è passata di mano in mano, attraversando i marchi Enimont, EniChem e infine Versalis (gruppo Eni).

3. La situazione contemporanea e la transizione
Diversificazione produttiva: Accanto alla chimica residua di Versalis, l’area ha sviluppato forti specializzazioni nei settori dell’aerospazio (con eccellenze nazionali), della metalmeccanica e dei servizi di rete aziendali.

La sfida green: Il territorio vive oggi una complessa transizione ecologica ed economica, segnata dalla progressiva decarbonizzazione delle vecchie centrali elettriche e dalla forte spinta verso l’installazione di impianti a fonti rinnovabili. (Tutto il lavoro è stato effettuato con l’aiuto di A.I.)


1 – Stabilimento A2A

La foto ritrae l’area esterna della ex centrale termoelettrica Brindisi Nord, storicamente nota come centrale Edipower e oggi di proprietà del gruppo A2A.

L’elemento più iconico e riconoscibile della struttura è la lunga linea del nastro trasportatore aereo, visibile sulla destra mentre scavalca la strada. Questa infrastruttura serviva a movimentare il carbone direttamente dalla banchina di sbarco del porto industriale fino ai gruppi di generazione della centrale.
Sulla sinistra spiccano i grandi serbatoi cilindrici di stoccaggio e i profili degli impianti.
La centrale è da tempo ferma e il sito è stato al centro di complessi progetti di riconversione industriale orientati alla transizione energetica ed ecologica (come la realizzazione di impianti di biometano o il trattamento dei rifiuti) mai realizzati.
2 – Jindal Films Europe Brindisi Srl
è situata in Strada per Pandi, 4, 72100 Brindisi (Zona Industriale).
Lo stabilimento è specializzato nella produzione di film plastici (BOPP e BOPET) utilizzati principalmente per l’imballaggio alimentare e le etichette. I grandi silos in acciaio inox visibili esternamente servono per lo stoccaggio di polimeri e materie prime necessarie al processo produttivo.
Questa sede rappresenta uno dei poli produttivi più rilevanti del gruppo in Europa, avendo beneficiato negli ultimi anni di investimenti significativi per l’ampliamento delle linee di produzione.
3 – IPEM (Industria Petroli Meridionale SpA)

Questa immagine mostra i serbatoi sferici della IPEM (Industria Petroli Meridionale SpA), visibili da Viale Archimede (prolung. Str. per Pandi) Z.I. di Brindisi.

L’azienda opera dal 1975 nel settore dell’acquisto (anche mediante importazione), stoccaggio e commercializzazione di gas di petrolio liquefatto e di altri combustibili liquidi e gassosi. Il proprio deposito costiero, collegato  con un’ apposita pipe-line della lunghezza di 2.850 metri alla banchina di Costa Morena del Porto di Brindisi, è il più grande deposito di GPL in Italia avendo una capacità di stoccaggio complessiva di 52.100 metri cubi.

Essa costituisce un’altra azienda chiave situata nella zona industriale di Brindisi. I grandi serbatoi bianchi a forma di sfera che si vedono, chiamati tecnicamente “sfere di stoccaggio”, sono utilizzati per contenere GPL (Gas di Petrolio Liquefatto) sotto pressione. Lo stabilimento di Brindisi è uno dei depositi costieri di GPL più importanti del Mediterraneo, servendo come punto strategico per l’importazione e la distribuzione del gas tramite navi gasiere e autocisterne.

Dal 2000, tramite la controllata Coperoil S.r.l., gestisce una banchina esclusiva, e dal 2008 annovera tra i soci principali operatori del settore quali Liquigas, Butangas e Quiris.
La prima immagine è tratta dal web.
4 – Fiume Grande
L’immagine cattura in modo emblematico e significativo, il forte contrasto e la complessa coesistenza tra elementi industriali e naturali, tipica di Fiume Grande all’interno della zona industriale di Brindisi.
Fiume Grande nasce storicamente come un sito ad alta valenza naturalistica e paesaggistica. Tuttavia, lo sviluppo industriale del secolo scorso lo ha inglobato nell’area del Petrolchimico e nei pressi di importanti complessi energetici.
In foto:
In primo piano e lungo i margini scorre il canale d’acqua, circondato da una fitta vegetazione spontanea dominata da canneti (Phragmites australis). Questo corridoio verde rappresenta un tentativo della natura di riappropriarsi degli spazi, fungendo da piccola oasi ecologica. Sopra il corso d’acqua domina una massiccia struttura aerea metallica di tubazioni (pipe-rack), utilizzata per il trasporto di fluidi e/o gas industriali. Lo sfondo è caratterizzato dalle imponenti strutture degli stabilimenti chimici e termoelettrici del polo petrolchimico di Brindisi, con ciminiere e impianti di frazionamento che ridefiniscono l’orizzonte.
Vogliamo ricordare che l’area costiera di Brindisi era originariamente una zona umida incontaminata ad altissimo valore paesaggistico e faunistico, strettamente connessa alle riserve naturali limitrofe come il parco di Punta della Contessa.
Il Boom Industriale negli anni ’60-’80, con l’apertura del Petrolchimico Montecatini (poi Montedison) nel 1961 e la successiva nascita delle grandi centrali termoelettriche a carbone (Enel Brindisi Sud – Cerano), mutò radicalmente l’economia locale. Fiume Grande venne letteralmente inglobato e cementificato all’interno della zona industriale.
Per vent’anni, i residui di lavorazione (idrocarburi clorurati, metalli pesanti, solventi, fosfogessi e idrossido di calcio) sono stati interrati o sversati nei terreni circostanti, provocando un inquinamento profondo dei suoli e della falda acquifera superficiale.
Nel 1998, a causa dell’estensione della contaminazione sia a terra (circa 5.700 ettari) che in mare (oltre 5.500 ettari), lo Stato ha istituito ufficialmente il SIN di Brindisi per coordinare le urgenti attività di risanamento.
5 – Il piazzale in via A. Titi
La fotografia cattura un tipico scenario di transizione industriale a Brindisi, mostrando il forte legame storico della città tra la produzione industriale e la sua identità marittima.
La composizione si divide nettamente tra elementi puramente industriali e simboli decorativi che cercano di alleggerire il contesto urbano.
Sullo sfondo dominano le imponenti strutture cilindriche verticali e bianche dei silos portuali/industriali, affiancate a sinistra da un grande serbatoio di stoccaggio più basso, che presenta evidenti segni di ossidazione e ruggine sulla superficie.
In primo piano sulla destra spicca un’aiuola spartitraffico decorata con palme, al cui centro è posizionato un monumento a tema marinaro. Questo è composto da grandi massi di pietra locale su cui poggiano una grande ancora nera e, più in alto, una barca dipinta con i colori della bandiera italiana (verde, bianco e rosso).
Lo scatto, evidenzia il contrasto stridente tra la vegetazione mediterranea (palme, ulivi) e la geometrica pesantezza del cemento e del metallo industriale.
6 – I Silos nel porto
I sette grandi silos verticali che, sullo sfondo di via Lata, si stagliano come un muro contro il cielo appartengono allo storico complesso Indesil (Industrie e Silos del Levante s.r.l.), situato nell’area retroportuale del Seno di Levante, nel porto interno di Brindisi.
Queste strutture custodiscono una storia economico-industriale ben precisa, esse sono celle di stoccaggio verticale nate per il deposito e la movimentazione commerciale di materie prime agricole e granaglie.
Brindisi, grazie alla sua posizione strategica verso l’Oriente e i Balcani, ha storicamente ospitato impianti per il carico e scarico di cereali e mangimi.
La banchina commerciale collegata (ex Punto Franco) permette alle navi mercantili di attraccare direttamente, scaricando le merci sfuse nei silos per poi essere ridistribuite via terra in tutto il Sud Italia.
Come accaduto in altre città portuali italiane (ad esempio a Catania o a Bari), anche a Brindisi questi impianti sono al centro di accesi dibattiti locali con buona parte dei cittadini che li considerano “ecomostri” perché bloccano la vista del mare e del panorama. Negli anni sono stati proposti progetti per riqualificarli esteticamente con opere di street art o per riconvertire l’intera area. Ma, fino ad oggi, ogni richiesta è rimasta vana.
7 – Intermodalità
Le foto catturano un momento emblematico dell’intermodalità e della logistica integrata che caratterizzano la zona industriale di Brindisi.
Le immagini mostrano la coesistenza diretta e parallela di diverse modalità di trasporto all’interno dello stesso asse viario:
– Trasporto su rotaia (Ferroviario). Il treno merci, trainato da una locomotiva da manovra operata da GTS Rail (si nota la livrea e la marcatura della serie D.753), occupa il raccordo ferroviario industriale. Questo sistema collega direttamente gli stabilimenti produttivi e il porto alla rete ferroviaria nazionale.
– Trasporto su gomma (Stradale). Sulla carreggiata adiacente transitano contemporaneamente un autobus a lunga percorrenza SEAT Cotrap e autovetture private, a testimonianza di come le arterie della zona industriale gestiscano sia il flusso di merci sia quello di passeggeri e lavoratori.
– Infrastruttura e Integrazione Logistica. Sullo sfondo si delinea il profilo dei grandi impianti industriali e petrolchimici di Brindisi. La presenza del raccordo ferroviario che corre a raso e parallelo alla strada evidenzia la progettazione infrastrutturale dell’area, pensata per ridurre i tempi di trasferimento delle merci dalle fabbriche ai nodi di scambio, e, ottimizzare la catena logistica integrando ferrovia, strada e il vicino porto commerciale. Ciò consente di spostare grandi volumi di materiali pesanti o rinfuse riducendo l’impatto del traffico pesante sulla rete stradale ordinaria.
Nell’ultima foto domina la scena la struttura sopraelevata del nastro trasportatore protetto da una copertura metallica semicilindrica e sorretto da una travatura reticolare in acciaio. Questa specifica tipologia di infrastruttura è storicamente legata ai flussi logistici del porto e delle centrali di Brindisi (come il sistema asservito a Costa Morena o all’area petrolchimica).
Immediatamente al di sotto della struttura aerea si intravedono le sponde rosse di una colonna di carri merce, posizionati sul binario del raccordo industriale.

8 – Ex Termodistruttore ASI
Si tratta dell’ex Termodistruttore ASI (Area di Sviluppo Industriale) di Brindisi, un impianto che è stato al centro di lunghe vicende giudiziarie e amministrative.
L’impianto, situato in via Pandi, era originariamente destinato all’incenerimento di rifiuti speciali e fanghi industriali.
Dopo anni di inattività e sequestri, la struttura è oggi un simbolo del passato industriale della zona. Dalla foto si riconoscono chiaramente le strutture tipiche di un impianto di trattamento rifiuti, con le baie di carico per i mezzi e le torri di monitoraggio sullo sfondo.
In passato è stato gestito da società come la Tmt del Gruppo Termomeccanica.
Allo stato attuale, sebbene negli anni siano stati proposti diversi progetti di riammodernamento e “revamping” per rimetterlo in funzione con tecnologie più moderne, l’impianto rimane in gran parte inutilizzato e in stato di degrado.
9 – L’area di colmata a Capobianco
L’area mostrata nella foto si trova a Costa Morena, nei pressi dello storico stabilimento petrolchimico (ex Montedison). Il cartello ben visibile indica che si tratta di un’Area Demaniale Marittima sotto la giurisdizione dell’Autorità di Sistema Portuale del Mare Adriatico Meridionale, con divieto di accesso per motivi di sicurezza legati alle vicine infrastrutture strategiche.
La storia di questo sito è fortemente legata al progetto storico di “Brindisi LNG”. Negli anni 2000, la società Brindisi LNG (promossa da British Gas) ottenne le autorizzazioni per realizzare un grande terminale di rigassificazione proprio a Capobianco, creando anche la cassa di colmata ancora visibile nel porto. Dopo lunghissimi contenziosi legali, proteste locali e inchieste giudiziarie, la società decise di rinunciare definitivamente al progetto, abbandonando l’area.
Più di recente, in un’area attigua a Costa Morena Est, la società Edison aveva programmato la costruzione di un deposito costiero di GNL di tipo “small-scale”, destinato al rifornimento di navi e camion cisterna.
Dopo anni di dibattiti politici, ricorsi al TAR dei comitati locali e proroghe per l’inizio dei cantieri, Edison ha annunciato ufficialmente la rinuncia definitiva al progetto del deposito di gas a Brindisi. La decisione è legata al mutamento delle condizioni di mercato e ai ritardi autorizzativi.
Di conseguenza, l’area rimarrà a disposizione dello sviluppo portuale e della logistica sostenibile, escludendo nuove infrastrutture per combustibili fossili in quel tratto.
È stato formalmente approvato il progetto di completamento del banchinamento e della colmata tra il pontile Petrolchimico e Costa Morena Est. I relativi dragaggi porteranno i fondali a una profondità tale da rendere Brindisi il secondo porto del Mar Adriatico per batimetria, subito dietro Trieste.
Sulle nuove aree nate dalla colmata e sulle banchine un tempo destinate al rigassificatore si insedieranno aziende della logistica e della cantieristica navale, con l’obiettivo di attrarre nuovi traffici commerciali.
Inoltre, la Marina Militare ha espresso l’intenzione di spostare e ormeggiare in questa zona le sue unità navali di maggiori dimensioni.
Questo assetto logistico è funzionale a liberare e ridefinire gli spazi per la futura stazione passeggeri dedicata alle grandi navi da crociera e per sbloccare i nuovi accosti di Sant’Apollinare.
Il cantiere che si vede fa parte del Primo Lotto per il completamento dell’infrastrutturazione portuale e la realizzazione della vasca di colmata tra il Pontile Petrolchimico e Costa Morena Est.
L’obiettivo strategico fissato dalle autorità e dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti punta a concludere questa prima, fondamentale fase dei lavori entro la metà del 2027.
Al momento le attività si concentrano sulla perimetrazione, il banchinamento e le necessarie indagini ambientali preliminari a terra e in acqua per garantire la totale sicurezza del sito. Subito dopo si procederà con le grandi operazioni di dragaggio dei fondali.
La recinzione delimita quindi un’area che nei prossimi mesi è destinata a cambiare radicalmente volto, trasformandosi da un vecchio progetto industriale abbandonato a un moderno pilastro della logistica portuale.

10 – La Cooperativa Progresso e Lavoro

Lo stabilimento della Coop. Progresso e Lavoro (CPL), fabbrica metalmeccanica d’eccellenza, è situato nella zona industriale di Brindisi – Via Enrico Fermi.
Non si tratta di una ditta manifatturiera generica, ma di uno stabilimento altamente specializzato nel settore ferroviario.

Le attività principali comprendono costruzione, ammodernamento e rifacimento completo di carrozze ferroviarie.

L’edificio che si vede nella foto è lo stabilimento di proprietà inaugurato nel 1986. Sorge su un’area strategica di circa 40.000 metri quadrati a ridosso del porto commerciale di Brindisi (suddivisi tra 13.000 mq coperti e 25.000 mq attrezzati )ed è dotato di raccordi interni e binari direttamente collegati alla rete ferroviaria nazionale. Una conformazione logistica ideale per accogliere treni da tutta Italia e non solo.

Se negli anni passati la cooperativa era un solido punto di riferimento per i treni passeggeri tradizionali, di recente ha ottenuto una straordinaria visibilità nazionale e internazionale grazie a una lungimirante partnership con il gruppo Arsenale SpA.

È proprio all’interno di questi capannoni brindisini che sono state interamente realizzate, trasformate  e allestite le carrozze di Orient Express de “La Dolce Vita”.

“La Dolce Vita Orient Express” è il primo treno di lusso interamente progettato e realizzato in Italia, nato per offrire un’esperienza di turismo ferroviario d’altissima gamma (“slow travel”) attraverso le destinazioni più iconiche del Paese.

Le vecchie vetture passeggeri  sono state letteralmente reinventate dalle maestranze locali, traducendo in realtà un design ispirato agli anni ’60 e ’70 in chiave extra-lusso (vedi articolo online de Il Messaggero 3/11/2021).

Ma c’è di più. Il successo del treno italiano ha proiettato le competenze della cooperativa oltre i confini europei. Il Gruppo Arsenale ha infatti affidato alla cooperativa anche lo sviluppo e il restyling delle carrozze per il Dream of the Desert, il primo treno di lusso dell’Arabia Saudita.

Guardando questa foto, quindi, potremmo dire che non si vede solo un’area industriale, ma si osserva una storia di riscatto lunga mezzo secolo, dove il saper fare del territorio brindisino viaggia ogni giorno sui binari più prestigiosi del mondo.

11 – Veleni e carciofi
Sembra una collina naturale, ma sotto quel verde riposa la storia industriale più buia di Brindisi.
Questo rilievo si è formato tra gli anni ’70 e ’90 accumulando non solo gli scarti chimici del polo petrolchimico brindisino, ma anche tonnellate di rifiuti speciali arrivati da tutta Italia con lo scandalo delle “navi dei veleni” e destinati a un inceneritore consortile fantasma, rimasto fermo e mai decollato davvero.
In cosa consisteva lo scandalo? Negli anni ’80, le leggi ambientali europee e italiane divennero molto più severe, facendo lievitare i costi legali di smaltimento per le industrie chimiche e manifatturiere. Per risparmiare, intermediari senza scrupoli e clan mafiosi iniziarono a noleggiare vecchie navi mercantili, riempiendole di fusti di sostanze tossiche clorurate, fanghi industriali e scorie chimiche. La destinazione iniziale erano i paesi in via di sviluppo (come Somalia, Guinea, Libano o Venezuela), i cui governi corrotti o instabili accettavano i rifiuti in cambio di denaro o armi.  Tuttavia, quando la popolazione locale o le organizzazioni internazionali scoprirono il gioco, scoppiarono enormi scandali diplomatici. Le navi interessate si videro rifiutare l’attracco all’estero e vagarono per mesi nel Mediterraneo come “fantasmi” tossici.  Alla fine, lo Stato italiano fu costretto a farle rientrare nei porti nazionali (tra cui, in alcuni casi, proprio Brindisi o Livorno) per scaricare i fusti in aree di stoccaggio provvisorie.  Molti di quei fusti non vennero mai bonificati a causa del fallimento delle ditte responsabili e finirono per accumularsi nelle aree industriali.
Per isolare questa montagna di scorie rimasta sul groppone del territorio, l’area è stata sottoposta a capping: una tecnica di messa in sicurezza permanente che consiste nel sigillare i veleni sotto strati di teli impermeabili e argilla, mascherando il tutto con un manto d’erba per bloccare la pioggia e la dispersione di polveri tossiche.
Il paradosso è che oggi, a pochissimi metri dalle recinzioni di quel perimetro industriale, la terra continua a produrre le nostre eccellenze agricole, come il Carciofo Brindisino.
Lo scatto racconta graficamente le ferite aperte e le contraddizioni del nostro territorio.

 

12 – Il Polo Petrolchimico di Brindisi

Le fotografie mostrano una porzione del polo petrolchimico di Brindisi, storicamente noto come il complesso Montedison.
Le grandi cisterne cilindriche bianche visibili sullo sfondo sono destinate allo stoccaggio di idrocarburi e materie prime.
Al centro è inquadrata la Portineria Centrale del Polo Petrolchimico di Brindisi, situata in Via dei Petroli.
L’immagine mostra chiaramente gli elementi tipici del principale punto di accesso e controllo dello stabilimento multisocietario:
– La pensilina di ingresso; sulla sinistra si nota la struttura coperta adibita al controllo dei varchi per i dipendenti e i veicoli commerciali autorizzati.
– Le barriere di sicurezza; al centro sono posizionati i blocchi stradali e i New Jersey a strisce gialle e nere per canalizzare il traffico pesante in entrata e in uscita.
– Lo sfondo industriale; sulla destra svettano le caratteristiche torri faro per l’illuminazione notturna e, più in lontananza, le sagome delle colonne di distillazione e i ponti tubi (pipe rack) degli impianti produttivi interni.

Storia in breve
    • 1959–1962 (Origini): La Montecatini avvia la costruzione del sito, all’epoca uno dei più grandi complessi chimici d’Europa.
    • 1966 (L’era Montedison): Nasce dalla fusione tra Montecatini ed Edison; lo stabilimento diventa il motore economico della città.
    • Anni ’80–’90 (Enimont e scomposizione): Il polo passa sotto il controllo pubblico/privato e viene successivamente frammentato in diverse società.

Cosa si produce oggi
Il sito non è più un’unica azienda, ma un’area multisocietaria specializzata nella chimica delle plastiche:
    • Polietilene e Polipropilene: Materie prime fondamentali per imballaggi, tubazioni e componenti plastici industriali.
    • Cloruro di vinile (CVM) e PVC: Materiali isolanti e plastici destinati all’edilizia.
    • Intermedi chimici: Cracking dell’etilene e produzione di idrocarburi aromatici.

Principali aziende attive
    • Versalis (Gruppo Eni): Gestisce il cuore petrolchimico (cracking) e la produzione di polimeri.
    • Euroapi (ex Sanofi): Focalizzata sulla chimica farmaceutica e sui principi attivi.
    • Basell Poliolefine Italia: Leader nella produzione di tecnologie e materiali plastici d’avanguardia.

13 – La centrale termoelettrica Enel “Federico II” di Cerano
E’ stata uno dei pilastri energetici e industriali d’Italia, ma anche uno dei simboli più discussi del rapporto tra industria, ambiente e territorio.
Progettata alla fine degli anni ’70 per diversificare le fonti energetiche dopo le crisi petrolifere, la centrale entrò pienamente in funzione nel 1997. Con una potenza di 2640 MW, è diventata la seconda centrale più grande d’Italia e tra le maggiori d’Europa.
Negli anni l’impianto è stato al centro di accese battaglie legali e sindacali a causa delle ingenti emissioni di CO2 e delle polveri di carbone che si disperdevano sulle colture agricole circostanti.
Per ridurre l’impatto, Enel ha avviato pesanti investimenti di efficientamento tecnologico. Oggi, in linea con le direttive europee e i piani nazionali di phase-out dal carbone, la centrale vede una progressiva riduzione delle attività. Le istituzioni discutono i progetti di reindustrializzazione e transizione ecologica del sito (come l’idrogeno verde o le energie rinnovabili).
Le nostre foto, raggruppate in tre aree,  mostrano tre elementi chiave dell’impianto:
Area a)La ciminiera principale: La struttura slanciata a strisce bianche e rosse al centro è alta 200 metri.  Ospita al suo interno quattro camini distinti che servivano a espellere i fumi esausti dei quattro gruppi di generazione generati dalla combustione del carbone. I blocchi delle caldaie: I grandi complessi squadrati posti ai lati della ciminiera contengono i generatori di vapore e le turbine per la produzione dell’elettricità. La cupola del carbonile (sulla destra): La grande struttura semisferica visibile sullo sfondo a destra è uno dei due enormi “dome” (cupole) geometrici in legno e alluminio costruiti da Enel. Hanno un significato fondamentale: sono state realizzate per coprire interamente il parco carbone (che prima era all’aperto). Questa opera di ambientalizzazione ha impedito al vento di sollevare le polveri nere del combustibile fossile, proteggendo i campi coltivati visibili in primo piano.
Area b) – Le due immagini mostrano una delle infrastrutture più imponenti, strategiche e discusse della centrale: il sistema del nastro trasportatore del carbone.
Nello specifico, inquadrano il tracciato fortificato e parzialmente interrato che collega direttamente il porto industriale di Brindisi (banchina di Costa Morena) con i grandi carbonili della centrale di Cerano. Lungo circa 6 chilometri, questo corridoio infrastrutturale ospitava i rulli e i nastri gommati. Serviva a trasportare h24 le tonnellate di carbone sbarcate dalle navi cargo direttamente alle caldaie, evitando il transito di camion sulle strade pubbliche. Il nastro originario era aperto e, a causa del forte vento della zona, disperdeva grandi quantità di polvere di carbone sui terreni agricoli circostanti (i campi di carciofi e colture locali). Questa dispersione fu al centro di storiche inchieste giudiziarie per danno ambientale e portò al sequestro parziale della struttura.
Per risolvere il problema, l’intera linea di trasporto fu successivamente intubata e sigillata (come si nota dalle coperture ad arco visibili nella trincea). Questo intervento di “blindatura” ha impedito la fuoriuscita di polveri nell’aria durante il tragitto. Oggi questo lungo corridoio rappresenta una cicatrice industriale nel paesaggio salentino, sospeso tra il passato fossile e i futuri progetti di smantellamento.
Area c) – Questa terza e ultima foto mostra la rete di distribuzione elettrica ad altissima tensione (i tralicci dell’elettrodotto) che parte dalla centrale, inserita nel tipico contesto rurale brindisino. Mentre le prime due immagini mostravano l’approvvigionamento del combustibile (il nastro) e la produzione dell’energia (le caldaie), questa foto rappresenta la fase finale del ciclo: l’immissione dell’energia nella rete nazionale.
I mastodontici tralicci metallici in primo piano servono a sostenere i cavi che trasportano l’elettricità prodotta a Cerano verso la rete di trasmissione nazionale (gestita da Terna). Al culmine della sua attività, questa centrale generava abbastanza energia da soddisfare la domanda di milioni di famiglie, esportando elettricità verso il resto d’Italia.
Ecco il significato profondo di questo scatto: Il contrasto tra industria e agricoltura.
L’immagine cattura perfettamente la coesistenza forzata e problematica che ha segnato la storia di Cerano. In basso vediamo un campo agricolo con rotoballe di fieno, simbolo della vocazione rurale storica del territorio salentino, letteralmente sovrastato dalle gigantesche strutture d’acciaio dell’industria pesante.
Questi tralicci e la vicina stazione elettrica non spariranno con la chiusura del carbone. Essendo nodi strategici della rete nazionale, rimarranno fondamentali per accogliere e distribuire la nuova energia pulita che verrà prodotta in Puglia tramite i futuri parchi eolici, fotovoltaici o progetti legati all’idrogeno.
Sebbene i gruppi a carbone siano stati spenti in linea con le scadenze europee, il governo italiano ha imposto lo stop allo smantellamento delle strutture.
L’impianto oggi è mantenuto in una sorta di “limbo” tecnico (chiamato riserva fredda), nel caso in cui improvvise crisi energetiche internazionali richiedessero una sua parziale riattivazione d’emergenza.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *