Le preziose porte dell’Arcivescovado

Le due porte che si trovano all’interno del Palazzo Arcivescovile di Brindisi furono commissionate dal Vescovo Andrea Maddalena all’inizio del Settecento.

Entrambe rappresentano cavalieri, scene di battaglia e di caccia e mostrano una decorazione molto ricca, suddivisa in riquadri da cornicette dorate a guazzo.

Nel corso dei secoli hanno subito vari restauri e rimaneggiamenti che hanno alterato e offuscato la cromia originale con uno strato di sporco, residuando vecchie vernici ingiallite da alcune ridipinture, schizzi di calce, scalfitture, fori.

Ai rimaneggiamenti vanno purtroppo aggiunti i comuni fattori di degrado di opere così antiche: molto diffuse sono le cadute di strato  del colore, della doratura,e della pellicola pittorica, l’ossidazione di tutti i chiodi e della serratura; tutti i colori del lato esposto al sole si presentano molto sbiaditi. In generale le sconnessioni, le fenditure, le deformazioni del legno della struttura che si sono verificate nel tempo hanno avuto ripercussioni sull’allineamento delle assi in legno, e di conseguenza anche sugli assetti di chiusura della stessa sul telaio di ancoraggio al muro.

Ad oggi, è stato possibile fare un solo intervento di restauro conservativo della porta policroma con la tecnica di legno dipinto e dorato su gesso che ha consentito la pulizia delle superfici, il consolidamento del colore, la sistemazione e il riassetto nei supporti lignei. Tutte le operazioni restaurative sono state effettuate dalla ditta Hera di P. Iacovazzi nel dicembre del 2007. (Relazione di restauro conservativo della porta lignea policroma del Vescovo Andrea Maddalena di Pal. Arcivescovile di Brindisi)

 

Porta restaurata

Scene di caccia al cinghiale (*) – prima metà del ‘700

Retro della porta con lo stemma del vescovo A. Maddalena

Seconda porta (ancora non restaurata)

Le immagini sugli stipiti delle porte rappresentano diverse battaglie tra cavalieri a cavallo: una condotta all’arma bianca contro i guerrieri islamici (probabilmente turchi), riconoscibili dai costumi e dalle bandiere con la mezzaluna su fondo rosso; nell’ultima si vede un cavaliere usare una rudimentale arma da fuoco per uccidere un altro cavaliere a cavallo.

Figure di cavalieri di diverse nazionalità, colti in momenti diversi, con abiti di foggia diversa
Porta completa composta da due battenti
Primo battente
Secondo battente

Si ringraziano:  Don Antonio De Marco che ci ha permesso la visita e Katiuscia Di Rocco che gentilmente ci ha accompagnato.

Note:

(*) Caccia al Cinghiale:  La più primitiva tecnica di caccia al cinghiale prevedeva il mero utilizzo della lancia, del coltello e, forse, della torcia. Presso le popolazioni germaniche dell’Europa Centrale e della Scandinavia tale approccio rischioso era ancora in uso in piena Età Romana, sia quale tradizione che quale rituale, e portò allo sviluppo di un’apposita arma bianca, la lancia da cinghiale, la cui gorbia sviluppava delle alette d’arresto (i lug) per bloccare la lama nelle carni dell’animale vanificando, al contempo, una sua eventuale carica suicida contro il cacciatore. Il colpo risolutivo alla bestia ferita veniva poi portato, all’occorrenza, da una daga, quale prova estrema del coraggio da parte del cacciatore, pratica questa che, nel corso del Rinascimento, portò allo sviluppo di un’apposita spada da caccia, la spada da cinghiale
Durante il Medioevo, la caccia al cinghiale assunse i connotati di semplice passatempo, attuabile però solo dalla nobiltà. Il signore locale era solito lasciare alla servitù ed ai cani il compito di stanare l’animale e di fiaccarlo: a questo punto, egli smontava da cavallo, si avvicinava all’animale inerme e lo finiva con un affondo di spada.
La caccia era tuttavia un evento assai rischioso, a causa della rudimentalità delle armi utilizzate: lo stesso re di Francia Filippo IV morì in seguito alle lesioni riportate a causa di una caduta da cavallo, causata proprio dalla carica di un cinghiale inferocito durante una battuta di caccia. La tradizione relativa ai santi Aimo e Vermondo Corio (VIII secolo) ricorda come proprio durante una caccia al cinghiale i due si fossero trovati a mal partito e si fossero salvati solo con un intervento divino.
In Europa, per avere ragione del cinghiale, l’uomo si è avvalso dell’aiuto del cane.
Vennero e vengono utilizzati due tipi di cane per la caccia al cinghiale:
alcuni, simili a segugi o levrieri, hanno la funzione di fiaccare l’animale rincorrendolo, ed abbaiando costantemente, in modo tale da informare il cacciatore della posizione dell’animale. Si tratta di i cani addestrati a mantenere una certa distanza dalla fiera, sia per evitarne gli attaccati che per dare al cacciatore una linea di tiro sgombra. Razze selezionate a questo scopo sono il rhodesian ridgeback od il foxhound.
altri invece attaccano fisicamente l’animale, cercando di colpirne i punti deboli, come il grugno, le orecchie od i garretti. Una volta sottomesso l’animale, i cani mantengono la presa fino all’arrivo del cacciatore, che ha cura di non farsi vedere dal cinghiale arrivandogli alle spalle e finendolo con un’arma bianca (lancia o coltello). I cani selezionati a questo scopo sono principalmente molossi, come il cane corso od il dogo argentino.
Spesso le due tipologie di cani vengono utilizzate in sinergia, coi primi che trovano il cinghiale e lo rincorrono, ed i secondi che intervengono in caso di attacco da parte dell’animale. (https://it.wikipedia.org/wiki/Caccia_al_cinghiale)

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