Colonne Romane – Epigrafi e storia

Memorie Epigrafiche

Cesare Marangio, professore dell’Università del Salento, in occasione del restauro della colonna romana di Brindisi avvenuto nel 1994, ha studiato il frammento di una epigrafe scolpita sul plinto rimasto della colonna che cadde nel 1528.

Il testo dell’epigrafe appariva lacunoso e di non facile lettura, in quanto degradato dalla progressiva erosione causata dalla salinità del vicino mare, tuttavia l’autore con i caratteri residuati è riuscito a darci la rilettura complessiva della superficie lapidea che di seguito riportiamo:

 

Brindisi. Scalinata delle Colonne Romane

“Alla prima linea, sul blocco di sinistra, restano le lettere centrali della parola SENATVS, alte cm. 19. Immediatamente a destra, dopo la giunzione con il blocco contiguo, peraltro interessata da un’ampia frattura longitudinale, si rileva uno spazio utile a contenere la parola POPVLVS, ovvia in un formulario di tale tono e soprattutto giustificata dalla congiunzione QVE (alt. cm. 16) posta all’inizio della linea successiva, lungo la quale, di seguito, è ancora evidente la traccia superiore di un altro carattere, che indizia verosimilmente la presenza di una R.
Significativa la revisione della terza linea, dove finora erano state individuate soltanto due lettere contigue, OV, alte cm. 15; l’autopsia ha, infatti, consentito di rilevare, immediatamente prima della O, l’apice superiore di una I, che permette, allo stato attuale, una lettura più completa dell’intero testo:

[S]ENATV[S POPVLVS]
QVE R[OMANVS]
IOV[I]

L’epigrafe, che le caratteristiche paleografiche e l’aspetto generale inducono a riferire alla tarda età repubblicana, e comunque non oltre gli inizi dell’età augustea , configurerebbe, ad un primo sommario esame, la dedicatio per un edificio consacrato a Giove.
Resterebbe, pertanto, da colmare la lacuna che segue il nome della divinità più rappresentativa del Pantheon romano, dove si intuisce naturalmente la presenza di una epiclesi (L’appellativo della divinità, col quale gli antichi Greci usavano iniziare le loro invocazioni ndr) che, per l’esiguità dello spazio a disposizione, escludo possa trattarsi dell’usuale OPTIMVS MAXIMVS se non in forma abbreviata.” (1)

Brindisi. Colonne Romane
Plinto settentrionale
Plinto settentrionale
Iscrizione romana sul plinto settentrionale

Abbiamo disegnato sulla precedente foto le lettere ancora visibili per rendere più facile al lettore la loro individuazione

Disegno sul plinto settentrionale delle lettere rimaste da un’antica epigrafe allo scopo di renderne più facile l’identificazione

Appare evidente che l’epigrafe, incisa secondo il Marangio non oltre l’inizio dell’età augustea (il 27 a.C.), non può riferirsi alle colonne, “erette peraltro in età Severiana (dal 193 al 235 ndr), come testimoniano il materiale impiegato (marmo venato del Proconneso), difficilmente impiegato in Italia prima del II sec. d.C., e soprattutto la tipologia scultorea del capitello posto al vertice del plinto superstite.
Scaturisce per conseguenza spontaneo interrogarsi sul motivo di tale inconciliabile divario cronologico.” (1)

Un’altra supposta discordanza è rappresentata dall’epigrafe medievale scolpita sul lato meridionale del plinto che regge la colonna ancora in essere; uno scritto incompleto che Lupo Protospata fece incidere per celebrare la tentata ricostruzione di Brindisi da parte dei bizantini intorno all’886, “allorchè il generale greco Niceforo liberò nel porto di questa città alcuni prigionieri con i quali probabilmente diede inizio ai lavori” (2).

Colonna superstite recante sulla sommità una copia dell’antico capitello, attualmente custodito a Palazzo Granafei-Nervegna
Idem

In questo caso l’incisione è di facile lettura

Iscrizione bizantina sul plinto meridionale

L’ipotesi avanzata dall’autore è quindi che anche il plinto meridionale fosse elemento “della struttura di un monumento anch’esso compromesso dal crollo e dove su un altro blocco attiguo si sarebbe completato il titulus celebrativo. (..) Così pure si può giustificare la presenza della memoria epigrafica rilevata sull’altro plinto, i cui blocchi furono molto verosimilmente ricavati da un antico monumento romano (..)” (1). Viene così sottolineata la possibilità, con le dovute cautele, che l’epigrafe “possa essere stata pertinente all’arco trionfale eretto per decreto del senato romano nel 29 a.C. a Brindisi, così come anche a Roma, in onore di Ottaviano a seguito della vittoria riportata contro Antonio nella guerra aziaca, ma anche a rimarcare la funzione strategica dell’Appia. E dunque, a parte l’appoggio accordato dai Romani a Brindisi secondo precise direttive politiche del governo senatorio avallate dal popolo romano, configuri pure il ringraziamento a Giove per la protezione concessa alle armi romane.” (1)

Particolare della colonna traiana che raffigura la partenza dell’imperatore per la seconda dacica – foto  e commento (1)

“Pertanto, con tutta la cautela suggerita dalla frammentarietà del testo, si propende a colmare l’ultima lacuna attribuendo alla massima divinità capitolina l’epiclesi LIBERATOR, che sembra poter essere accreditata dal confronto con un’iscrizione romana di Stobi (Macedonia settentrionale), dove è menzione della dedicatio al divo Augusto di un edificio consacrato proprio a Giove Liberatore.” (1)

“Le due evidenze fanno dunque supporre, senza alcun margine di dubbio, che entrambe le basi, tra l’altro di marmo diverso (venato bianco) da quello dei fusti ed inoltre tipologicamente dissimili tra loro, non siano quelle originali e che i testi ivi composti debbano riferirsi con molta probabilità ad altri monumenti brindisini di epoche differenti, le cui strutture furono riutilizzate in parte come solido appoggio delle colonne a seguito di una loro radicale e consistente ristrutturazione. Non è, infatti, escluso che l’originario impianto di età severiana possa aver subito, così come nel caso ben documentato del 1528 limitatamente ad una sua parte, precedenti crolli che lo coinvolsero interamente: un’evenienza che potrebbe forse riferirsi al periodo della guerra greco-gotica (VI secolo), quando, stando al racconto di Procopio, Brindisi appariva priva della cinta muraria difensiva, distrutta anche a seguito di frequenti fenomeni sismici; come pure ad uno dei due saccheggi cui fu sottoposta la città rispettivamente nella seconda metà del VII secolo ad opera di Romualdo I, duca di Benevento, e durante l’occupazione araba dell’833. Ma più verosimilmente, senza allontanarsi molto nel tempo e soprattutto in accordo con le ipotesi prospettate su un eventuale ripristino dell’intero impianto, determinata dal catastrofico terremoto che nel 1088 sconvolse l’intera area urbana.
Il riposizionamento delle colonne romane, limitandone prudentemente l’ambito cronologico, potrebbe di conseguenza collocarsi o nell’età normanna, quando proprio dal 1089, l’anno successivo al terremoto, Brindisi fu largamente interessata da un intenso programma di ristrutturazione edilizia; o, in alternativa, nell’età di Federico II, che dal 1209 al 1246 rivolse particolare attenzione alla città, adottando una lunga serie di provvedimenti anche di carattere urbanistico. Va ricordata a tal proposito la costruzione, per espresso volere del sovrano svevo, del “Castello di Terra”, portata a termine nel 1233, riutilizzando in parte materiali recuperati dalle rovine di un anfiteatro romano attualmente non ancora localizzato. (..) Una sostanziale ristrutturazione dell’intero impianto romano non sembra comunque poter risalire ad epoche successive, in quanto esso appare integro nel suo insieme, contestualmente alla cinta urbica brindisina, nel decoro di argento sbalzato che ricopre l’arca di S. Teodoro d’Amasea, opera di anonimo scultore della fine del XIII secolo.” (1)

Particolare del rilievo che copre l’Arca di S. Teodoro

In questo caso, però, anche se la tesi appare fortemente suggestiva, ci permettiamo di dissentire perchè, anche se la dedica commemorativa medievale è del tutto estranea all’impianto romano, non ci sentiamo di escludere che essa possa essere stata incisa sulla base della colonna già esistente. Inoltre, se pensiamo alle vicissitudini passate dai rocchi della colonna caduta, che a causa dei danni subiti per la caduta e il trasporto, dovettero essere rastremati di ben 65 cm. e il capitello si dovette addirittura trasformare radicalmente, forse non è ingenuo pensare che le due colonne di Brindisi sono frutto di due fasi costruttive, con una costruzione originaria negli ultimi decenni del I secolo a.C. e un rifacimento successivo, durante il principato Severiano (vedi infra: Materiale documentario dell’Amm. Comunale). Inoltre, se le colonne fossero state vittima di terremoto o peggio distruzione, difficilmente la colonna superstite l’avremmo vista rimontata integra nel fusto e nel capitello.

A dar man forte a questa nostra tesi e comunque, per una miglior comprensione di quanto si è detto, si riportano alcuni passi della “monografia che l’accademico d’Italia Gustavo Giovannoni scrisse nel 1937 per il Consiglio Superiore delle Belle Arti, quando da qualche autorità del tempo fu proposto di far rientrare la colonna a Brindisi:

“Evidentemente i rocchi della colonna brindisina dovettero arrivare a Lecce molto smozzicati, forse a causa del trasporto malfatto o perchè già malconci in seguito alla caduta del 1528, se lo Zimbalo sentì di rastremarli di ben 65 centimetri. Infatti la circonferenza del superstite rocchio della ruinata colonna brindisina, ch’è sulla base della stessa, misura esattamente metri 4,77, mentre i rocchi attuali della colonna di S. Oronzo misurano alla base — quindi nel punto di maggiore ampiezza — la circonferenza esatta di metri 4,12…”

Si legge ancora nella citata monografia:

“Ma anche del capitello originale nulla più esiste: nulla infatti ha a che fare la maschia fattura romana del capitello della superstite colonna di Brindisi con la rifacitura barocca del capitello della colonna di S. Oronzo ». E, nella convenzione stipulata tra il sindaco di Lecce e lo scultore Giuseppe Zimbalo si legge testualmente: “E caso che si venisse a rompere detto capitello in fare l’incavatura in quello di maniera che non si possa mettere sopra detta colonna, il mastro Giuseppe s’obbliga di fare a sue spese il capitello di carparo tutto lavorato con la incamiciatura di marmo a sue spese, sì per li materiali, come per la fatiga…” (3)

Statua di S. Oronzo a Lecce
Statua di S. Oronzo sul capitello scolpito da Giuseppe Zimbalo
Dedica in onore del Santo sulle quattro facciate alla base del monumento

 

(Testo)

(lato 1)
COLUMNAM HANC
QUAM BRUNDUSINA CIVITAS
SUAM AB HERCULE OSTENTAS ORIGINEM
PROFANO OLIM RITU
IN SUA EREXERAT INSIGNA
RELIGIOSO TANDEM CULTU
SUBIECIT ORONTIO
UT LAPIDES ILLI
QUI FERARUM DOMITOREM EXPRESSERANT
NOVO CAELAMINE
VOTO AEREQUE LUPIENSIUM EXCULTO
TRUCULENTIORIS PESTILENTIAE MONSTRI
TRIUNPHATOREM
POSTERIS CONSIGNARENT
EX VET. LAP.

(lato 2)
SISTE AD HANC METAM FAMA
AUGUSTUM QUONDAM ROMANI FASTUS
NUNC ELIMINATAE LUIS TROPHAEUM
COLUMNAM VIDES
POTIORI NUNC HERCULI
D. ORONTIO SACRAM
NON PLUS ULTRA
INSCRIBE
ORONTIUS SCAGLIONE PATRICIUS
NON SINE NUMINE PRIMUS HUIUSCE NOMINI
PATRIAE PATER
STRUCTA AB ALTERO BASI
ILLAM UNA CUM STATUA
EREXIT
ANNO SAL. HUM. MDCLXXXIV
EX VET. LAP.

(lato 3)
DIVO ORONTIO
PROTOCHRISTIANO PROTOPRAESULI PROTOMARTYRI
LYCIENSIS
OB AVERRUNCATAM PATRIAE SOLO
TOTAQUE A SALENTINA PROVINCIA
PESTILENTIAM
ANNO MDCLVI
ITALIAM PROVINCIATIM DESOLANTEM
COLUMNAM HANC
CLERUS ORDO POPULUSQUE LYCIENSIS
EREXIT
UT IN COLUMNA AD SUORUM MUNIMEN
DIVUS IPSE EXCUBARET ORONTIUS
HABERENTQUE POSTERI PERENNE URBIS DEVINCTISSIMAE
PRO TANTO BENEFICIO MONIMENTUM
ANNO A.V.P. MDCLXXXI
DOMINICO STABILE PATRIAE PATRE
EX VET. LAP.

(lato 4)
VETUSTAE DIVI ORONTII STATUAE
FESTIS IGNIBUS CASU ABSUMPTATE
NOVAM
DUOBUS ABHINC SAECULIS
POPULUS LYCIENSIS SUFFECIT
NUNC VERO
STATUAM ATQUE COLUMNAM
E SUO PAUCIS ANTE ANNIS LOCO AMOTAS
UT PLATEA POTIORI REDDERETUR FORMAE
CIVES
AUCTORE IN PRIMIS PATRICIO CAROLO PERSONÉ
URBIS SYNDICO
SOLLEMNI RESTITUUNT RITU
ITEMQUE INCLYTO PATRONO
QUOD PATRIAM BELLO UBIQUE TERRARUM SAEVIENTE
STANTEM PRORSUS ET INTEGRAM
SERVAVERIT
GRATES PERSOLVUNT
EUMQUE
UNO ORE SALUTANT
LYCIENSIUM GRANDE DECUS COLUMENQUE RERUM
X KAL. SEPT. MCMXLV

Una curiosità: Nicola Vacca, autore del libro “Brindisi Ignorata” si chiede:

Ma com’era il capitello della ruinata e poi rifatta colonna? Nessun disegno ci rimane di esso, onde dobbiamo accontentarci della sommaria quanto preziosa descrizione che io ho trovata e che qui pubblico per la prima volta. In un inedito ed ignorato manoscritto si legge:
Per rapporto alla colonna caduta, fortunatamente ci è pervenuta memoria legale di un ingegnere leccese, l’abate Bernardino Braccio, che prese dalla detta città [di Lecce] l’opera delle riferita colonna ivi eretta ad onore del protettore. Egli, in una supplica diretta al viceré sotto il 22 novembre 1663, tra l’altre cose dice : « Le sue statue rappresentano tanti principi persiani e quattro donne cariatite che detto capitello n’era ornato in memoria delle soggiogate nazioni dal popolo romano, opera veramente regia…” (3)

Fasi del recente restauro della colonna superstite (1995 – 2003)

Si propone in questo video pubblicato il 3 ottobre 2015 da Agenda Brindisi, con riprese amatoriali di Angelo Cristofaro, lo smontaggio della colonna romana per le necessarie operazioni di restauro.

 

La colonna con la copia del capitello, mentre l’originale è attualmente conservato a Palazzo Granafei-Nervegna

La conservazione

Al palazzo Granafei-Nervegna di alcuni componenti originali della colonna romana: il capitello, il pulvino e l’ultimo rocchio nella suggestiva “Sala della Colonna” . (orari per le visite guidate gratuite: da martedì a domenica 10,00-13,00 e 17,00-20,00)”

“Il Capitello comprende complessivamente dodici figure, quattro maggiori sulle facce principali, rappresentate solo con il busto, e coppie di due minori agli spigoli, queste ultime per intero, ma ben visibili solo nella parte superiore del corpo, mentre quella inferiore, pisciforme, si appiattisce sullo sfondo. Questi otto personaggi sono tratti dal repertorio mitologico e rappresentano divinità secondarie del mare, tritoni in atto di suonare entro strumenti ricavati da conchiglie marine. (..)
É difficile per il momento proporre nomi per i singoli personaggi principali, ma è probabile che si tratti di Nettuno, Anfitrite, Oceano e Teti.” (v. infra)

Materiale Documentario dell’Amministrazione Comunale in esposizione a Palazzo Granafei-Nervegna

Brindisi e il suo apparato monumentale in età romana.

Brindisi, porta dell’impero verso l’oriente greco, è certamente uno dei centri urbani più importanti dell’Italia romana, con ricche produzioni agricole e artigianali, commerci e traffici marittimi che ne sostengono l’economia ed attirano anche gli interessi dell’alta aristocrazia del senato.
Un riflesso della ricchezza e della qualità della vita urbana è riconoscibile nel patrimonio monumentale della città romana, ancora solo parzialmente noto, e nella continuità degli interventi pubblici, dall’età tardo-repubblicana (II-I secolo a.C.) fino a quella imperiale (I-II secolo d.C.): teatro, anfiteatro, templi, edifici forensi, terme abbellivano l’insediamento, esibendo capacità di spesa nelle manutenzioni e nei frequenti rinnovamenti. La trasformazione cristiana della città e poi le difficili vicende subite nel medioevo, però, rendono oggi poco percepibile l’immagine di questo grande abitato, di cui si conservano solo alcune tracce, anche se di grande importanza.
Il monumento delle due colonne abbinate fa parte del ricco arredo monumentale antico e rappresenta l’unico elemento sopravvissuto a lungo e quasi intatto della città romana, divenendo proprio per questo il simbolo della stessa comunità brindisina e del suo lungo percorso storico. È difficile immaginare oggi il rapporto con il contesto urbanistico in cui era collocato, a causa delle profonde trasformazioni subite dall’abitato nel corso del tempo. Solo il prospetto verso il mare risponde in parte alla situazione antica, al di sopra di una poderosa costruzione che le rendeva ben visibili da lontano, soprattutto dalle navi che si accostavano progressivamente al porto interno. Ben diversa, invece, era la sistemazione sull’altro versante, quello di terra.
Le due colonne, infatti, insieme ad altri monumenti onorari, sembra che si allineassero ai limiti di un’importante area pubblica, posta nel punto più alto e visibile della città. Al centro di questo spazio era un tempio importante, anch’esso con la facciata rivolta verso il mare, posto proprio al di sotto della grande cattedrale cristiana, ma con l’orientamento inverso. A questo edificio erano pertinenti capitelli figurati con teste di divinità risalenti al III secolo a.C.: si tratta quindi di un monumento che rivestiva una particolare importanza, costruito subito dopo la rifondazione di Brindisi come colonia romana nel 244 a.C. Il fatto che sorgesse in un punto eminente dello spazio urbano e la sua antichità potrebbero identificarlo nel Capitolium (il tempio dedicato a Giove, Giunone e Minerva che nelle colonie replicava l’omonimo santuario di Roma); l’area intorno sembra infatti essere l’arx, la rocca, il punto più sacro e rappresentativo della città.
Le colonne, quindi, come altri elementi dell’arredo urbano (altari, statue onorarie, etc.), accrescevano il carattere monumentale di questa piazza, certamente luogo di cerimonie religiose e di festività pubbliche. Non avevano, quindi, un rapporto con il tratto urbano della via Appia, come invece tradizionalmente si sostiene, percorso che si colloca più a meridione. Facevano parte, al contrario, dei vari monumenti onorari che si raccoglievano sulla breve spianate dell’arx e tra questi erano certamente tra i più significativi per dimensioni e per prestigio.

Il monumento delle colonne.

Nel mondo classico la colonna isolata acquista ben presto un valore monumentale. Tolta da una struttura costruita e impiegata da sola ha un valore esclusivamente rappresentativo. Sin dal VI secolo a.C. nel mondo greco viene utilizzata come sostegno di una statua, spesso di formato ridotto, in genere l’immagine di una divinità e meno frequentemente quella di un offerente, dedicata sempre in un luogo di culto. A partire dalla fine del IV secolo a.C. le colonne onorarie sostengono anche statue di dinasti e costituiscono nei santuari segno della pietà dei sovrani e riconoscimento delle popolazioni locali per i benefici ricevuti.
Il mondo romano fa un largo uso della colonna onoraria, sia nella fase repubblicana, sia durante il principato. Già nel 306 a.C. nel Foro di Roma ne fu eretta una che recava la statua di Q. Marcio Tremulo, ornata con i rostri di navi catturate; nel 260 un’altra analoga era stata posta in onore di C. Duilio e un’altra ancora nel 255 a.C. celebrava nell’area sacra del Capitolium (l’odierno Campidoglio) M. Emilio Paullo: da questo momento la tipologia divenne sempre più frequente e a volte abusata. A partire dall’età imperiale è noto anche l’impiego delle colonne abbinate, come testimonia la notizia che l’imperatore Caligola appaltò a suo zio Claudio, che gli succederà sul trono, l’incarico di erigere due statue su colonne.
Queste, dedicate ai due fratelli dell’imperatore, Nerone e Druso, morti per mano di Tiberio, testimoniano l’uso del monumento per onorare i membri della famiglia dinastica augustea e giulio-claudia.
Le due colonne di Brindisi sono frutto di due fasi costruttive, con una costruzione originaria negli ultimi decenni del I secolo a.C. e un rifacimento successivo, durante il principato Severiano. Alla prima appartengono i basamenti parallelepipedi simili, rivestiti di marmo bianco, uno dei quali conserva i resti di un’iscrizione; la paleografia del testo e la forma dei basamenti rimandano all’età augustea, epoca in cui fu eretto per la prima volta il monumento. L’iscrizione mostra che la dedica originaria è stata fatta a nome del senato e del popolo romano: si tratta dunque di un atto ufficiale dello stato romano e non di un omaggio deciso a livello locale. Il testo cita anche la divinità che viene ringraziata, Giove, patrono supremo ed ufficiale della res publica, venerato nel santuario più importante di Roma, sul Campidoglio, ma forse anche nell’area sacra brindisina in cui sorgevano appunto le colonne. Manca invece nella parte conservata dell’iscrizione la motivazione della dedica e l’indicazione del personaggio celebrato.
Alla seconda fase si possono attribuire i fusti delle colonne, realizzati in marmo di Preconneso (un’isola nello stretto dei Dardanelli), che hanno sostituito i precedenti, mentre il capitello superstite è quello antico, di ordine corinzio. Entrambe le colonne sono simili e il materiale impiegato, come la tecnica e lo stile dell’unico capitello conservato permettono di attribuirne l’esecuzione al periodo tra la fine del II e gli inizi del III secolo d.C. (età Severiana). È probabile, quindi, che il monumento originario, già formato dalle due colonne abbinate, sia stato completamente rinnovato all’epoca della dinastia dei Severi.
L’altezza complessiva, di m 19,20, era aumentata anche dal terrazzamento su cui le colonne si alzavano rispetto al piano del porto, rendendole ancora più alte.

Le Colonne Romane di Brindisi nel tempo.

L’arca reliquario di San Teodoro, risalente alla fine del XIII secolo e ricoperta da un decoro in argento sbalzato, reca la prima raffigurazione delle Colonne di Brindisi, tradizionalmente riferite al termine del percorso da Roma della via Appia. Poste in posizione dominante sul porto, sulla collina compresa fra i Seni di Levante e di Ponente, in asse con lo stretto canale che metteva in comunicazione il porto interno con il mare aperto, le due colonne potrebbero aver rappresentato attraverso i secoli i confini ideali tra pelagus e ripa oltre che indicare l’ingresso in un porto sicuro. Una delle due colonne, quella di cui oggi resta il basamento con un rocchio sovrastante, rovinò al suolo nel 1528. I rocchi, rimasti giacenti al suolo per oltre un secolo, furono donati nel 1657 dal sindaco di Brindisi Carlo Stea alla città di Lecce al fine di erigervi la statua di Santo Oronzo. Numerose sono le menzioni del monumento brindisino nella letteratura archeologica e no, sin dal XVI secolo, come innumerevoli sono le raffigurazioni e le definizioni
(colonna d’Ercole, di Cleopatra, terminale della via Appia). Suggestive descrizioni della colonna superstite si hanno anche nelle opere dei viaggiatori francesi e tedeschi dell’ottocento. Negli ultimi decenni del secolo XIX la colonna superstite fu oggetto di un intervento di restauro, desumibile dalle ‘cerchiature” in ferro del basamento e del primo rocchio visibili da quel momento in tutte le immagini del monumento. Interventi di restauro furono programmati già negli anni 1914 e 1923-1924. Durante il secondo conflitto mondiale, nel 1940, la protezione antiarea fu attuata con lo smontaggio della Colonna e i suoi elementi furono messi in sicurezza nelle immediate vicinanze. Il rimontaggio fu eseguito nel 1948,sia pure in forma frettolosa e modificando la giacitura ed il sistema di ancoraggio fra i rocchi. In seguito al distacco, nel 1964, di un frammento del capitello, si giunse nel 1966 alla redazione, a cura dell’Opificio delle pietre dure di Firenze, di un primo progetto di restauro, mai realizzato, che individuava nello smontaggio e nel successivo consolidamento l’unica possibilità di poter continuare nei secoli a fruire del monumento.

Il capitello.

Il capitello conservato offre un esempio di eccezionale livello della cultura artistica di età Severiana: opera di maestranze orientali, accentua l’espressività e il disegno compositivo attraverso profonde incisioni a traforo e l’aggetto dell’altorilievo, in maniera da renderlo ben visibile dal basso. Comprende complessivamente dodici figure, quattro maggiori sulle facce principali, rappresentate solo con il busto, e coppie di due minori agli spigoli, queste ultime per intero, ma ben visibili solo nella parte superiore del corpo, mentre quella inferiore, pisciforme, si appiattisce sullo sfondo. Questi otto personaggi sono tratti dal repertorio mitologico e rappresentano divinità secondarie del mare, tritoni in atto di suonare entro strumenti ricavati da conchiglie marine.
Le quattro figure maggiori, due maschili e due femminili alternate, sono anch’esse divinità marine, raffigurate nell’atto simbolico di sorreggere l’abaco del capitello; possiamo immaginare che, al di sopra dell’ultimo rocchio decorato conservato, potesse ergersi la statua colossale del personaggio onorato, che appariva quindi idealmente sorretto nella sua gloria proprio dalle stesse divinità. É difficile per il momento proporre nomi per i singoli personaggi principali, ma è probabile che si tratti di Nettuno, Anfitrite, Oceano e Teti. Il capitello esemplifica dunque un breve racconto per immagini, usando una tipologia eccezionale, quella dell’ordine corinzio figurato. É singolare notare che, proprio nell’area del vicino edificio di culto, sotto la cattedrale di Brindisi, sono stati trovati altri capitelli analoghi, questa volta molto più antichi, risalenti forse al III secolo a.C. Questi rivelano come si possa essere istituito un collegamento anche ornamentale tra i diversi elementi che si affacciavano su questa piazza prospiciente il mare, luogo emblematico della Brindisi romana, vera e propria acropoli rappresentativa della città.
Sia nella prima (età augustea) che nella seconda (età severiana) redazione poteva essere analogo il motivo della dedica: probabilmente il ringraziamento ufficiale per il ritorno da una spedizione militare realizzata per mare, o per la partenza in un’occasione simile, per celebrare forse una coppia di principi vittoriosi (o destinati alla vittoria). Sul capitello spicca la ricca decorazione a traforo figurata con le divinità del mare, chiaramente allusive all’evento che aveva motivato il rifacimento del monumento nella seconda fase.
É difficile, comunque, ricostruire l’occasione specifica della costruzione: durante il principato di Augusto più volte l’imperatore si è recato in Oriente e ne è tornato, utilizzando il porto di Brindisi. Nel 29 a.C., in particolare, per decreto del senato fu eretto a Brindisi un arco di trionfo, per celebrare la vittoria di Azio su Marco Antonio e Cleopatra, mostrando che la città veniva riconosciuta come uno spazio idoneo a svolgere cerimonie celebrative ufficiali. Il 19 d.C. sbarca nel porto anche Agrippina Maggiore, nipote di Augusto e di Marco Antonio, con le ceneri del marito Germanico, morto durante la sua vittoriosa spedizione orientale in Armenia; non si può escludere che le colonne possano aver commemorato uno di questi arrivi.
Per l’età severiana sono minori le informazioni, ma da Brindisi parte Caracalla per la spedizione contro i Parti, nell’Oriente dell’impero, del 217 d.C., dalla quale non farà più ritorno. In questo caso potrebbe essere possibile la ripresa di un monumento augusteo più antico, collegato alla celebrazione del dinasta per il suo impegno contro il medesimo nemico.
Solo in età medievale i mutamenti urbanistici e il restringimento dell’abitato attribuirono alle colonne un’importanza nuova e particolare; in questo periodo, infatti, esse si trovano poste sul bordo dell’asse viario che, entrando da ovest, raggiungeva la piazza del Duomo e la oltrepassava, terminando presso il porto, con un profondo mutamento dell’uso e della funzione dei percorsi originari di età romana. Nel nuovo contesto il monumento diventava un segno urbano ancora più importante, essendo stato prescelto da Lupo Protospatha, alla fine del IX secolo d.C., al momento della ricostruzione bizantina di Brindisi dopo l’occupazione araba, per apporvi un’importante epigrafe commemorativa della rinascita della città, ricostruita dalle fondamenta.
La monumentalità delle colonne, conservatesi nel tempo, era certamente oggetto di ammirazione in un’epoca che aveva perso le conoscenze tecniche e non disponeva più dei materiali necessari per una costruzione di tale impegno. La fondazione in calcestruzzo, il trasporto dei rocchi pesantissimi, la lavorazione dell’enorme capitello, le impalcature e gli argani di sollevamento per la messa in opera erano elementi idonei a trasformare il monumento onorario nella meraviglia sopravvissuta di un passato preso ancora come modello della rinascita del mondo occidentale.

Verso lo smontaggio.

Nel 1980, in seguito al distacco di altri elementi marmorei della colonna, l’Istituto Centrale per il Restauro e la Conservazione, attivato dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici, avendo valutato lo stato di conservazione del monumento, impartì istruzioni per un intervento preliminare consistente in velinature di protezione alle parti più decoese del capitello e dei rocchi, atto a bloccare i processi di degrado delle superfici lapidee. Per un risolutivo intervento conservativo, inoltre, riteneva opportuno lo smontaggio della colonna. Nel 1985, al fine di eseguire lo studio approfondito conservativo e statico- strutturale, oltre che per una migliore conservazione della colonna, l’ICR ribadiva la necessità di installare un ponteggio. Il ‘Progetto generale di opere di presidio e puntellamelo’ fu affidato dalla Amministrazione Comunale a Filippo Danese; con esso si confermò la necessità dello smontaggio della colonna, anche al fine di operare il consolidamento delle parti basamentali notevolmente compromesse. Nel 1987 vennero posti in opera i ponteggi, che consentirono lo svolgimento di ulteriori interventi, quale la rimozione delle stuccature in malta cementizia che rilevò l’assenza di strati di ammortamento fra i rocchi. Si rese, pertanto, indispensabile la redazione di uno specifico progetto di restauro e rimontaggio della Colonna, oltre che relativo alla esecuzione dei dispositivi di serraggio dei rocchi e al puntellamelo e ancoraggio della colonna. Il ‘Progetto di restauro e rimontaggio della Colonna della via Appia’, elaborato da Filippo Danese e presentato al Ministero dei Beni Culturali e Ambientali, venne
finanziato ai sensi della legge 145/92.

Lo smontaggio.

Lo smontaggio della Colonna, a cura del Comune di Brindisi e con l’apporto di vari sponsors, fu preceduto da una simulazione della fase di smontaggio, ottenuta utilizzando un capitello in calcestruzzo e un rocchio prototipo, in tufo carparìno, appesantito con idonei inserti di piombo. Dal 2 al 7 ottobre 1995 si effettuò lo smontaggio di tutti i componenti della Colonna. Per le operazioni di tiro, presa in alto e sollevamento e discesa degli elementi della Colonna si utilizzarono i dispositivi di serraggio appositamente progettati per i rocchi, il pulvino ed il capitello. I componenti della Colonna furono sollevati da una gru da 500 tonnellate, montata sulla banchina del lungomare Regina Margherita, adagiati su una chiatta e trasferiti via mare in un capannone dello stabilimento ENICHEM, fornito di tutte le caratteristiche per un corretto svolgimento dei lavori di restauro.

Le indagini a Piazzetta Colonne.

Dopo lo smontaggio della Colonna, nel 1996 si effettuarono le indagini archeologiche a Piazzetta Colonne, anche per la verifica dello stato delle parti basamentali della Colonna. La platea di fondazione originaria, di età romana, formata da conglomerato cementizio, poggiava direttamente sul banco di roccia che presentava delle cavità naturali molto estese, del resto evidenziate già nella fase progettuale dello smontaggio dalle prime indagini geologiche. L’erosione delle acque nei secoli aveva progressivamente ampliato le cavità determinando, insieme ad altri fattori, probabilmente tellurici, crolli del banco di roccia e della platea cementizia. La gravità della situazione fondale emersa con lo scavo determinò la necessità di acquisire, nel 1997, ulteriori dati geologici con indagini strumentali e di effettuare prove non distruttive mediante ultrasuoni su tutti gli elementi costitutivi della Colonna. Le indagini evidenziarono che le cavità naturali avevano compromesso la capacità portante della calcarenite litoide sulla quale in antico erano state poggiate le colonne e l’impossibilità di migliorare le caratteristiche geomeccaniche del primo sottosuolo. Le prove non distruttive mediante ultrasuoni evidenziarono un grave stato fessurativo del basamento e, pertanto, successivi e articolati approfondimenti progettuali individuarono, come soluzione più idonea per giungere al rimontaggio della colonna, lo smontaggio del basamento e la sua sostituzione con una copia in marmo.

Il restauro.

Nel 1998 veniva effettuato il restauro degli elementi della colonna presso lo stabilimento dell’Enichem. All’accurata pulitura chimica-meccanica per rimuovere gli strati sovrapposti di polveri, smog e materiali applicati nel corso dei primi interventi sulle superfici lapidee, hanno fatto seguito le operazioni finalizzate a ridare continuità e compattezza agli strati superficiali del marmo. La protezione chimico-fisica delle superfici è stata ottenuta con l’applicazione di un materiale (il polisilossano) che ha la funzione di impedire la penetrazione dell’acqua, dei composti gassosi inquinanti e l’adesione di materiale particellato.

Modello Virtuale.

Rilievo Laser Scanner 3D. Permette di rilevare a distanza la morfologia di una struttura architettonica, attraverso un pennello di luce che scivola sulle superficie da rilevare. Attraverso un maggiore o minore raffittimento della maglia di scansione è possibile effettuare sia rilievi generali che di dettaglio in corrispondenza di elementi architettonici particolarmente complessi o significativi.

Il raggio laser restituisce, per ciascun punto reale della maglia “distesa” sull’oggetto, un punto virtuale dotato delle 3 coordinate spaziali. L’insieme di tutti i punti rilevati costituisce una “nuvola di punti”, ovvero la “immagine solida” fedele dell’oggetto.
Lo strumento ha una precisione di 1.5 mm ad una distanza di 200 m e di 3 mm sino ai 350 metri. Il sistema colleziona misure di geometrìe 3D alla velocità di 50.000 punti al secondo.
Ogni raggio restituisce, oltre alle 3 coordinate del punto di maglia rilevato, sia il valore di riflettanza (quantità di raggio laser che torna all’origine, funzione della natura del materiale, della sua lavorazione superficiale e dello stato di degrado) e sia il colore reale tramite applicazione di fotografia digitale. Lo scanner è motorizzato ed è in grado di spazzare un angolo giro.
Per il rilievo del Capitello della Colonna Romana sono state effettuate sette diverse riprese (come da immagine sotto riportata), per un totale di circa 25 milioni di punti acquisiti.

Il rimontaggio.

Nel 1998 veniva elaborato il ‘Progetto di restauro e rimontaggio della Colonna romana’, comprensivo degli stralci inerenti il ‘Consolidamento fondale a Piazzetta Colonne’, il ‘Consolidamento del basamento’ e il ‘Calco del Capitello-Pulvino-Ultimo rocchio’. Il progetto di ‘Consolidamento fondale’ individuò la soluzione di trasmettere in profondità i carichi in fondazione mediante micropali disposti secondo una geometria che ne potesse consentire il lavoro ‘in gruppo’.
La realizzazione del calco del capitello e del pulvino era stata decisa già nel 1993 (ed autorizzato dal Comitato di Settore per i Beni Archeologici) ai fini della salvaguardia dell’eccezionale testimonianza scultorea, che presentava processi di corrosione e perdita di materiali, croste nere e attacchi biologici diffusi. Nel 2002, sulla base di uno specifico progetto redatto con la consulenza di strutturisti, si decise di effettuare in situ il consolidamento strutturale del basamento attraverso metodiche poco invasive e operando delle minime integrazioni delle lacune verificatesi sia per le cerchiature del passato, sia per erosioni sui bordi conseguenti ad azioni dinamiche di oscillazioni. Nello stesso tempo si stabilì di non eseguire il calco del primo rocchio, fortemente danneggiato, ma di eseguire la riadesione delle scaglie mancanti utilizzando malte strutturali. Il 21 luglio 2003 fu eseguito il rimontaggio della Colonna, con i calchi dei componenti originali capitello, pulvino, ultimo rocchio.

La musealizzazione dei componenti originali.

Nel 2003, prima del rimontaggio della colonna, verificata l’impossibilità di rimontare il capitello originale per l’inesistenza di prodotti frenanti l’aggressione dei sali marini, si era stabilita la musealizzazione del capitello, del pulvino e dell’ultimo rocchio all’interno della ex Corte d’Assise, addizione novecentesca del Palazzo Nervegna-Granafei, dove erano in corso i primi lavori di recupero. Nei giorni 18 e 19 settembre 2007 i tre componenti originali della Colonna Romana, ancora custoditi presso lo stabilimento della ex-Syndial della zona industriale di Brindisi, sono stati trasferiti via terra presso la loro sede definitiva e sottoposti agli ultimi interventi di restauro

Si ringrazia l’amico Mario Carlucci per la collaborazione.

Bibliografia e sitigrafia:

Legenda: allo scopo di non tediare il lettore con la ripetizione delle fonti citate, è stato attribuito un numerino per ogni opera consultata, che si ritroverà al termine della citazione e che consentirà l’esatta attribuzione bibliografica.”

  1. Cesare Marangio-Antonio Nitti, Scritti di antichità in memoria di Benita Sciarra Bardaro. Grafischena Srl – Fasano (1994)
  2. Giacomo Carito, Brindisi Nuova Guida. Italgrafica Ed. Oria 1993
  3. Nicola Vacca, Brindisi ignorata. Riproduzione anastatica a cura della CCIAA di Brindisi

 

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