Opere imperdibili della Tate Modern di Londra

Work in Progress

Inaugurata a Londra nel maggio del 2000,  la Tate Modern Gallery si trova in quella che un tempo era la centrale termoelettrica di Bankside. L’edificio, con una ciminiera alta 99,06 m e una larghezza di 200 m, fu costruito in più fasi tra il 1947 e il 1963. La centrale fu poi chiusa nel 1981 quando il crescente prezzo del petrolio la rese antieconomica ed oggi è il museo d’arte moderna più visitato al mondo con oltre 5 milioni  di presenze. Gli spazi espositivi ricavati tra le vecchie turbine ospitano sia mostre permanenti che esposizioni temporanee di arte moderna e contemporanea. L’ingresso è gratuito.

 

Marc Chagall, L’Asino Verde (1911)

Marc Chagall nacque in una famiglia ebraica a Lëzna, allora facente parte dell’Impero russo, oggi in Bielorussia. Dopo aver studiato a San Pietroburgo nell’atelier di Bakst, grande pittore, scenografo, illustratore e costumista russo, partì alla volta di Parigi, affascinato dal  linguaggio delle Avanguardie, di cui riuscì a rielaborare l’essenza alla luce delle immagini che gli provenivano dalla tradizione popolare russa ed ebraica. Ed infatti nelle opere dell’artista ritorna spesso nostalgicamente il periodo dell’infanzia, felice nonostante le tristi condizioni in cui vivevano gli ebrei russi sotto il dominio degli zar.

Anche questa opera, dallo stile naif e con un soggetto decisamente insolito, riflette l’interesse  dell’artista per le tradizioni e la cultura della sua terra. Inizialmente noto come “Scena da un Villaggio”, questo dipinto, coloratissimo e con una strana disposizione dei soggetti, evoca forse una scena forse collegata al folclore russo, anche se non si è riusciti a trovare una specifica tradizione collegata ad un asino verde.

L’Asino Verde fu esposto a Berlino allo scoppio della Prima Guerra Mondiale presso la Der Sturm, una galleria che sosteneva il movimento espressionista. Fu regalato alla Tate di Londra da Lady Clerk nel 1947.

Marc Chagall, L’Asino Verde (1911)

Amedeo Modigliani, Jeanne Hebuterne (1918)

Questo ritratto, eseguito in tarda età da Modigliani (1884-1920), raffigura l’artista Jeanne Hebuterne, sua compagna e modella preferita, dipinta in più di 20 opere..

Jeanne, cresciuta in una famiglia cattolica, venne introdotta dal fratello André Hébuterne all’interno della comunità artistica di Montparnasse, divenendo una modella di Tsuguharu Foujita. La perfezione del suo viso, oltre ai bellissimi e lunghi capelli castano chiaro, le valsero il soprannome di noix de coco (noce di cocco). Desiderosa di una carriera nelle arti, si iscrisse all’Académie Colarossi a Parigi dove, nella primavera del 1917, conobbe Amedeo Modigliani con il quale andò a vivere, divenendone amante e musa nonostante l’acceso contrasto dalla famiglia di lei (Modigliani allora era in estrema povertà, cdedito a droghe e alcool).

Nell’estate del 1918, a causa delle precarie condizioni di salute di Modigliani affetto dalla tisi, la coppia si trasferì a Nizza dove il 29 novembre nacque la loro figlia Jeanne. La permanenza in Costa Azzurra durò però meno di un anno e la primavera successiva, nonostante la salute di Modigliani sempre più precaria, i due tornarono nuovamente a Parigi, andando a vivere a Montparnasse in un atelier in rue de la Grande-Chaumière dato loro da Léopold Zborowski.

Il 24 gennaio 1920 Amedeo Modigliani morì e Jeanne Hébuterne venne condotta nella casa paterna dai propri familiari ma, il giorno dopo, la giovane, al nono mese di gravidanza, si lanciò dalla finestra dell’appartamento che si trovava al quinto piano, morendo, lei e il bimbo che portava in grembo, sul colpo.

I familiari di Jeanne, che disapprovavano la sua relazione con Modigliani, la tumularono nel cimitero parigino di Bagneux, ma nel 1930 ne permisero il trasferimento al cimitero Père Lachaise affinché venisse seppellita nella stessa tomba dell’amato. Il suo epitaffio recita in italiano: Compagna devota fino all’estremo sacrifizio.

Amedeo Modigliani, Jeanne Hebuterne (1918)

Piet Mondrian, Composizione B (No.II) con rosso (1935)

Piet Mondrian maturò il suo stile di “pura” astrazione intorno al 1920, mentre viveva a Parigi. Eliminò dalle sue opere tutti i riferimenti alla natura e si limitò a dipingere quadrati o rettangoli di colori primari, disposti in campi bianchi e delimitati da linee rette intersecanti. Voleva con le sue tele esprimere i principi dell'”equivalenza plastica”, o ciò che chiamava “neoplasticismo”. Con piani di colori primari bilanciati con piani di non colore (bianco, grigio o nero) e linee verticali contrapposte a linee orizzontali, pensava di incarnare nelle sue opere principi di equilibrio e armonia. Componeva le sue tele come un microcosmo, emblema di un perfetto equilibrio auspicando che i principi “neoplastici” sarebbero stati alla base di una futura società ideale.
 
La ricerca di Mondrian di una nuova spiritualità e di una nuova arte furono fondamentali per il movimento artistico modernista. In questa opera il colore è ridotto a un singolo rettangolo rosso e si è dato alle linee nere una maggiore importanza come elementi compositivi. La struttura è leggermente sfalsata in quanto Mondrian ha sempre ricercato l’equivalente pittorico di quello che chiamava “l’equilibrio dinamico della vera vita”.

Piet Mondrian, Composizione B (No.II) con rosso (1935)

Pablo Picasso, Busto di donna (1944)

Picasso dipinse questo quadro a Parigi il 5 maggio 1944, durante gli ultimi mesi dell’occupazione nazista.  I colori di questo lavoro fanno già intuire la prospettiva della liberazione differenziandolo dai dipinti prodotti nel periodo di guerra che invece erano austeramente monocromatici. La modella fu la fotografa Dora Maar, una delle muse ispiratrici di Picasso, musa i e il dipinto mostra i suoi tipici tratti che Picasso aveva già dipinto in forma estremamente angosciante sette anni prima in “Donna che piange” (Tate T05010).  Il viso è dipinto metà in bianco e metà in grigio, come fosse tra luce e ombra, mentre le linee verticali  e orizzontali, rosse e viola, sulle metà inferiore e superiore della tela producono uno sfondo caotico. L’abito della donna è verde, colore ripreso nel cappello insieme al giallo dei capelli.

Il quadro venne realizzato nello studio in Rue des Grands-Augustins dove Picasso aveva dipinto (e Maar  fotografato) Guernica nel 1937. La repressione nella Francia occupata dai Tedeschi si andava intensificando: alla fine di febbraio del 1944 i poeti Robert Desnos, membro di circoli surrealisti, e Max Jacob, grande amico di Picasso, furono arrestati dai nazisti e deportati perchè ebrei. Jacob morì di polmonite a Drancy e Desnos morì di tifo in Germania. Il 19 marzo 1944, tuttavia, un gruppo di intellettuali, sfidando il coprifuoco, riuscironom a mettere in scena, dividendosi tra loro le parti,  la prima commedia scritta da Picasso: Le dèsir attrapè par la queue. Tra loro, oltre a Maar,  Albert Camus, Jean-Paul Sartre e Simone de Beauvoir. Terminata la commedia, gli ospiti restarono a bere e a conversare fino all’alba, cioè fino a quando, cessato il coprifuoco, ognuno potè far ritorno a casa. Si parlò di pittura, di poesia e delle grandi speranze che erano nell’aria. “Assaporavamo un piacere così furtivo da sembrare illecito”, dirà poi Simone de Beauvoir. E Sartre, scrivendone, a liberazione avvenuta, aggiungerà: “Mai la nostra libertà è stata così grande come sotto l’ occupazione tedesca… Poichè il veleno nazista filtrava anche nelle nostre menti, ogni retto pensiero era una vittoria; poichè l’ onnipotente polizia tentava di obbligarci al silenzio, ogni parola diventava preziosa come una dichiarazione di principio; poichè eravamo in scacco, persino i nostri gesti avevano il peso di solenni promesse”.

Busto di donna  cattura questo complesso momento di paura e speranza che avrebbe portato Picasso ad unirsi al Partito Comunista nell’ottobre del 1944.

Pablo Picasso, Busto di donna (1944)

Roy LichtensteinWhaam! (1963)

Whaam! è un dipinto in due tele del 1963 dell’artista americano Roy Lichtenstein, uno degli artisti più famosi del Novecento, conosciuto in tutto  il mondo per i quadri che sembrano riproduzioni di fumetti.  I suoi dipinti sono stati venduti anche negli ultimi anni per decine di milioni di euro e riprodotti  su poster e gadget: anche se sembrano a loro volta riproduzioni, Lichtenstein non utilizzava assolutamente tecniche meccaniche. E’ questa  certamente una delle opere più famose ed iconiche della Pop Art, movimento artistico d’avanguardia  fiorito negli anni ’60 in America e in Gran Bretagna che suscitò, insieme a violente polemiche, un immediato interesse da parte del grande pubblico. Fu esposta per la prima volta alla Leo Castelli Gallery di New York City nel 1963 e acquistata dalla Tate Gallery di Londra nel 1966.

Roy LichtensteinWhaam! (1963)

Il dipinto, lungo più di 4 metri,  si ispira ad una vignetta di un fumetto pubblicato su un giornalino nel 1962, All American Men of War, e raffigura un caccia americano mentre lancia un missile contro un aereo nemico. Recentemente il dipinto è stato restaurato con un trattamento  con un nuovo gel creato dai ricercatori italiani del progetto Nanorestart di Firenze.

André Fougeron, Civiltà Atlantica (1953) 

Fougeron è stato il più importante artista iscritto al Partito Comunista Francese nei primi anni ’50. Questa sua opera del 1953 è la caricatura della crescente americanizzazione dell’Europa,  uno dei principali argomenti della propaganda del Partito Comunista dell’epoca. Lo stile di Fougeron gioca con i fumetti associati alla cultura americana: l’uomo d’affari che saluta un’auto americana incarna il capitalismo. La composizione è piena di elementi di critica delle guerre coloniali francesi in Indocina e Nord Africa, la continua minaccia nucleare e lo sfruttamento dei diseredati. La sedia elettrica su un piedistallo si riferisce alla vicenda di  Julius e Ethel Rosenberg, cittadini americani condannati per spionaggio per l’URSS

 

André Fougeron, ‘Civiltà Atlantica’  (1953)

Guerrilla Girls

In foto una serie di manifesti  prodotti dalle Guerrilla Girls, un gruppo femminista di artiste anonime impegnate a combattere il sessismo e il razzismo nel mondo dell’arte. Il gruppo nacque a New York nel 1985 proprio con lo scopo di denunciare le ineguaglianze di genere e di razza nella comunità artistica. Scrissero nel loro manifesto: Le donne devono essere nude per entrare al Metropolitan Museum? denunciando che meno del 5% degli artisti presenti nella sezione di Arte Moderna erano donne, ma che ben l’85% dei nudi fossero femminili. Sebbene infatti le artiste abbiano avuto un ruolo centrale nell’arte sperimentale americana degli anni ’70 e ’80, la presenza delle loro opere in musei e gallerie addirittura calò notevolmente. Proprio per questo le Guerrilla Girls, proteggendo la loro identità indossando maschere di gorilla in pubblico, iniziarono una campagna di affissione di poster come questi che vedete nelle nostre foto, indirizzati a musei, rivenditori, curatori di mostre, critici d’arte e artisti che ritenevano responsabili o coinvolti nell’esclusione dalle mostre e dalle pubblicazioni delle donne e delle artiste non-bianche. Molti di questi poster venivano affissi per le strade di New York di notte. Guardate per esempio quello rosa, romanticamente scritto in corsivo e decorato da fiorellini, che sarcasticamente dice:

“Caro collezionista d’arte vogliamo farti presente che la tua collezione, come la maggior parte, non ha abbastanza opere eseguite da donne. Sappiamo che anche tu pensi che ciò sia terribile e che cambierai le cose immediatamente. Con tutto il nostro amore, le Guerrilla Girls.”

Oltre 30 anni dopo, le Guerrilla Girls sono più politicizzate, più socialmente consapevoli, persino più agguerrite di quanto lo erano nel 1985, continuando a lavorare a nuovi progetti. Alla Tate Modern di Londra, hanno lanciato il Guerrilla Girls’ Complaints Department, che permette ai visitatori di esternare qualsiasi problematica stia loro a cuore, comprese critiche aperte al museo in questione.

Atul Dodiya, Meditazione  ad occhi aperti  (2011)

Atul Dodiya,  artista indiano nato a Ghatkopar nel 1959 che oggi vive e lavora a Mumbai,  nella sua Meditazione ad occhi aperti ha voluto rendere omaggio agli artisti e alle figure culturali che lo hanno ispirato, raccogliendo ed esponendo, in una vetrina che ricorda le teche di un museo, una serie di ritratti e oggetti relativi alla sua formazione artistica. Sugli scaffali anche souvenir e oggetti comuni con un particolare valore affettivo. La vetrina diventa quindi una specie di santuario per celebrare la vita di queste figure ispiratrici.

In alto quindi i ritratti di artisti come Robert Rauschenberg, Louise Bourgeois, Gerhard Richter, Joseph Beuys, Paul Klee e Pablo Picasso, nonché del poeta Rabindranath Tagore. Poi un dettaglio del dipinto di Henri Rousseau “Ritratto di un bambino” e un’immagine degli attori Rajesh Khanna e Amitabh Bachchan del film di Bollywood Anand 1971. Gli oggetti spaziano dal sacro al quotidiano: copie di opere d’arte di altri artisti insieme ad alcune di Dodiya stesso, fotografie, figurine in miniatura e statuette del dio indù Vishnu, citazioni del pittore americano Jasper Johns, del poeta bengalese Sunil Gangopadhyay e dello scrittore francese André Gide.

Nella seconda vetrina un omaggio all’artista olandese Piet Mondrian con riferimento al primo incontro con i dipinti di Mondrian durante una visita alla Tate Modern nel 2001, quando notò le crepe sulla superficie dei dipinti, dettaglio non visibile nelle riproduzioni stampate. La superficie screpolata dei quadri gli ricordava le fratture nel paesaggio del suo stato nativo del Gujarat in India, dove si era appena verificato un grave terremoto. Alla Tate è esposto il dipinto di Mondrian Composizione B (n. II) con il rosso.

Atul Dodiya, Meditazione ad occhi aperti (2011)

To be continued…

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