Case minime o “a cannizzo”

Case minime – Brindisi

Le case minime, o case dei poveri, furono costruite nel 1714 dai mastri “fabricatori” Vincenzo Pagliara e Leonardo Sergio, quando il “venerabile e reggio convento” di San Paolo Eremita decise di concedere in enfiteusi (affitto) per il canone annuo di ducati 9, il giardino “propriamente dirimpetto la chiesa de’ reverendi padri teresiani (..) il quale per ogni anno s’affittava” per “poco lucro”.
I due “fabricorono” ventisette “case terranee, ripartendo fra loro il canone dovuto.

Erano case per la gente povera, costituite da un solo vano coperto e un retrostante ortale, testimonianza di una tradizione culturale che dal Medioevo giunge all’età moderna e da questa alla contemporanea. La copertura era a doppio spiovente, con canne ed embrici di argilla cotta; poggiava su travi di legno.

Un relitto di esse si può ancora osservare in vico De’ Moricino.

Questa la Platea che riporta l’inventario dei beni della chiesa di S. Paolo, conservata  oggi nella Biblioteca Pubblica Arcivescovile “A. De Leo”

Di seguito invece l’antica “Pianta delle case avante Santa Teresa

Le case minime negli anni ’60

Le “case minime” oggi si possono raggiungere anche da Piazza della Zecca ove campeggia un magnifico albero di carrube

Immagine in 3D ripresa da Google Earth

oppure da Piazza S. Teresa

Da questa posizione vediamo un sezione “longitudinale” della muratura che mostra sulla destra il vano coperto e a sinistra il retrostante “ortale”

Le “case minime” residuate

Un cartello ci indica che le case sono state poste in vendita; da parte nostra non possiamo che sperare che vengano inserite in un progetto che preveda il loro recupero.

Anche nella nostra città come in tutto il territorio dell’Alto Salento si usa dire: ” Amu fattu la casa a cannizzu! ”
“Letteralmente: <<Abbiamo fatto la casa a cannizzata!>>.
La casa con il tetto di canne era una casa estremamente povera, che non proteggeva a sufficienza dalle intemperie e, in breve tempo, crollava.
Questa è un’espressione popolare che si usa anche in senso figurato, per intendere l’atto di aver messo in piedi qualcosa o, comunque una situazione, fatta in povertà e di poca durata.
In barba ad ogni ironia, nei paesi dell’Alta Daunia e del Molise, in occasione del terremoto del 31.10.2002, le case col tetto a cannizzata si sono dimostrate le più sicure: quelle che non hanno subito alcun danno e non hanno creato vittime.” (http://www.altadauniaaltosalento.it/showthread.php?2080-Amu-fattu-la-casa-a-cannizzu!)

Nostro intervento e foto del 24 maggio 2019 sulla pagina facebook “Brundarte di Francesco Guadalupi”

Passare per via De’ Moricino non può lasciare indifferenti. Incontrare quelle che furono chiamate le “case dei poveri” merita più di una riflessione. Innanzitutto consideriamo il periodo in cui sono state costruite: il 1714, cioè più di 300 anni fa, da due mastri muratori brindisini: Vincenzo Pagliara e Leonardo Sergio che, dovevano essere davvero bravi se queste case hanno resistito alle ingiurie del tempo più di tante costruzioni moderne che in genere non durano lo spazio di due generazioni. Ricordiamo che solo nell’Ottocento avvenne la definitiva scissione della professione di ingegnere da quella dell’architetto e che fino a quel momento erano stati considerati artisti-artigiani prima e e artisti-scienziati poi. Dobbiamo arrivare al XVIII secolo per trovare il primo urbanista moderno che viene considerato Charles Fourier: egli collegava al suo sistema sociale un tipo particolare di alloggio privato nel “Falansterio”. Nelle città di Fourier le strade dovevano avere diciotto metri di larghezza e le piazze rappresentavano l’ottava parte della superficie cittadina.
Era una prima risposta alla situazione invivibile che si era creata nelle grandi città in conseguenza della rivoluzione industriale! Questa la descrizione di M. Ragon nel suo libro “Storia dell’architettura e dell’urbanistica moderne”(pp.26-27): “Ferrovia, fabbrica, tuguri sono le tre caratteristiche basilari della città industriale. Gli operai sono incasermati in edifici costruiti con materiali mediocri. Le fondazioni, insufficientemente protette, lasciano che il salnitro corroda i muri. Ogni stanza è prevista per una famiglia. In Inghilterra, molte di queste case sono costruite a ridosso per economizzare il terreno, ma ciò significa che due stanze su quattro non hanno finestra, dunque nessuna aerazione diretta, nè alcuna illuminazione naturale. Per ogni immobile non vi è che un solo gabinetto, nello scantinato. I rifiuti sono gettati nella strada, direttamente dalle finestre, ed i maiali, che percorrono familiarmente la città come oggi i cani, hanno il compito di far sparire le immondizie. A Liverpool, a Londra, a New York, a Roubaix, a Manchester si abita nelle cantine. In questi alloggi sovraffollati, senza igiene, circolano topi portatori di colera, pidocchi propagatori di tifo, cimici e mosche. L’acqua inquinata porta il tifo. Ma alcuni quartieri poveri mancano completamente di acqua e si vedono donne e bambini andare a mendicare un po’ d’acqua nei quartieri borghesi. Per favorire ancora la concentrazione, si creano dormitori dove si ammucchiano venti per vano, uomini e donne.”
Tornando alle case di via Moricino, possiamo dire con certezza che gli abitanti erano più fortunati di qualunque altro abitante nelle città “industriali”: La copertura delle costruzioni era a doppio spiovente, con canne ed ambrici di argilla cotta, poggiante sopra travi di legno, ma erano nel centro cittadino vicino al quartiere delle Sciabiche ed anche se avevano un solo vano coperto senza finestra (ad eccezione di quella ad angolo) avevano un restrostante ortale da cui prendere aria e luce ed utilizzare per le necessità familiari. Oggi, solo la forza del vento che ha aperto l’imposta ci ha concesso di fare la foto dell’interno, che si è presentato a noi fortemente deteriorato rispetto alla foto del 1960 (dal libro di R. Jurlaro – Storia e cultura dei monumenti brindisini). Sarebbe un vero peccato se dovesse scomparire quello che ormai è possibile considerare un vero monumento storico, anche se alla povertà.

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Si ringrazia la Biblioteca Arcivescovile A. De Leo per averci messo a disposizione i preziosi manoscritti e le cartine della chiesa di San Paolo Eremita – Brindisi

Bibliografia:

R. Jurlaro, Storia e cultura dei monumenti brindisini. Ed. Salentina, Galatina (Le) – 1976

G. Carito, Brindisi Nuova Guida. Italgrafica Oria – 1994

1 commento

  1. Si però sono in piedi dal 700, io spero non li vendano e li ristrutturano per museo sia per i turisti ma come testimonianza ai giovani brindisini

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