Brindisi sede della Zecca

La Storia

La città di Brindisi divenuta Colonia Romana con l’ingresso dei coloni avvenuto nel quinto giorno del mese Sestile dell’anno 509 di Roma fu la prima tra quante se ne stabilirono in tutta la Japigia; ad essa si unirono molte famiglie nobili e consolari.
Nel tempo divenne una delle colonie più fedeli meritandosi perfino pubblici ringraziamenti nel Senato Romano.


Dopo la guerra sociale godette anche del diritto di Municipio, che gli rendeva la facoltà di vivere secondo le loro leggi e gli conservava anche il privilegio di coniare monete. In molte di esse si vede da una parte la testa barbata di Nettuno , con dietro il tridente, ed alla quale una Vittoria impone una corona; in altre invece di Nettuno si vede o Giove o Ercole. Nel verso un uomo ignudo pileato (con berretto) o talora galeato (con elmo), sedente sopra un delfino, colla destra sostiene un’altra Vittoriola con corona in mano, e colla sinistra una lira.


Sotto il dominio normanno la città continuò a emettere moneta ma fu con Federico II di Svevia che la Zecca ebbe una nuova sede (la Zecca doveva trovarsi dove ora c’è la Chiesa di S.Paolo e la Prefettura) e a Brindisi vennero coniati i denari (a. 1222 per ordine di Federico II) che ebbero corso in tutto il Regno, in sostituzione dei tarì amalfitani. Nel 1231 vi furono coniati gli Augustali ed i mezzo Augustali, di oro, e nel 1236 gli Imperiali d’argento.
Anche gli Angioini ebbero molto rispetto per la nostra città ridando ai brindisini la regale prerogativa della Zecca (che era stata tolta alla città da Manfredi indignato contro i cittadini che si erano ribellati) allogandola in un nuovo edificio nei pressi della Cattedrale di cui si ritiene di vedere gli avanzi nella loggia di Palazzo Balsamo.
All’epoca angioina la Zecca dovette essere attivissima se riusciva a battere sino a 42 mila libbre all’anno di sole monete d’oro, ed espertissimi ne dovettero essere gli zecchieri, perchè richiesti ed inviati presso le altre aurificine del Regno.
Risulta infatti che nel 1278 fu ordinato agli zecchieri Sergio Serano, Andrea Bonito e Goffredo Buchinato di mandare a Castel dell’Ovo di Napoli, alcuni fonditori di oro, un incisore di conii, un battitore di monete piccole e un monetiere, tutti dei più esperti. Nell’anno seguente furono richiesti altri 18 zecchieri ed altri 14 nel 1284.
Capi operai della Zecca brindisina furono, inoltre, richiesti dal re per recarsi a Clarenza, ove si recarono, infatti, con 1600 libbre di bolzonaglia (Insieme di monete messe fuori uso, vendute a peso e a valore di metallo), per coniare i nuovi piccoli tornesi. (abstract da: Il porto di Brindisi, di V.A. Caravaglios – Napoli 1942)
Le Fonti dicono

Secondo alcune fonti la zecca di Brindisi fu probabilmente aperta dai Normanni all’inizio del XII sec. La questione però è ancora incerta. Il primo documento che attesta l’esistenza di questa zecca risale al 1215, anno in cui Federico II concedeva all’Ordine dei Cavalieri Teutonici parte della domus Margariti (che era stata proprietà del celebre Margarito da Brindisi) escludendo il Telonio ( la Banca dello Stato) e la Moneta ( la Zecca). L’edificio venne poi donato nel 1284 ai Francescani e attualmente è identificabile con la Chiesa di San Paolo. Nel 1229 Federico, riappropriandosi dell’intero edificio, cominciò ad ampliare la zecca.

La prima emissione per Brindisi risale al 1209 con la coniazione di un denaro a nome suo e della moglie Costanza d’Aragona per commemorare le loro nozze. Manfredi Re di Sicilia (1258-1266), fu l’ultimo re svevo di Sicilia.
Figlio dell’imperatore svevo Federico II di Svevia e di Bianca Lancia, fu reggente dal 1250 e quindi re di Sicilia dal 1258. Le vicende della Zecca seguirono necessariamente quelle dello Stato  nella drammatica lotta tra gli Svevi e il Vaticano.

Prima sede della Zecca nel periodo Svevo

E’ noto che la lotta sotto Manfredi si fece più serrata.  Questo re, sulla fine del 1254, vinte le armi pontificie, fu praticamente padrone di tutte le città della Puglia, tranne Brindisi che rimase fedele al Papa. Tuttavia Brindisi si arrendeva a Manfredi nel 1256 pur rimanendo la sua obbedienza di assai dubbia fedeltà.

Ciò indusse questo sovrano a trasferire la zecca a Manfredonia, elevando così il prestigio di questa città da lui fondata.

Sconfitto Manfredi gli angioini a partire dal 1266 presero il controllo dell’Italia meridionale e di Brindisi che sotto i d’Angiò riorganizzò il sistema portuale e difensivo. Carlo I d’Angiò (1266-1278) s’impossessava del Reame e ne rimaneva padrone assoluto e senza più contrasti dopo aver fatto decapitare Corradino di Svevia in Piazza Mercato a Napoli il 29 Ottobre 1268.

Re Carlo per odio contro gli svevi chiude la zecca di Manfredonia, e la riporta a Brindisi.

La zecca nel periodo angioino

Ingiunse che da Porta Roseto sino ai confini del Regno non si poteva spendere altra moneta all’infuori di quella coniata nella Zecca di Brindisi. I trasgressori sarebbero stati multati di dodici once d’oro e gli insolvibili dovevano essere marchiati sulla fronte con la figura della moneta proibita.

Piazza Duomo vista da Via Tarantini
Piazza Duomo vista da Via Colonne
La Loggia Balsamo soprastante due grandi archi a ogiva

 

Loggia Balsamo – Sede (presunta) della seconda Zecca Angioina
Palazzo Balsamo visto dall’Arcivescovado

La zecca di Brindisi durante il periodo angioino fu molto attiva (secondo lo studioso brindisino P. Camassa ubicata nell’odierna Loggia Balsamo) e varia di tipologie monetali. Quando nel 1278 Carlo I d’Angiò fondò la Zecca di Napoli, richiamò da quella di Brindisi tutti gli operai fonditori di oro, incisorii dei coni, oberieri e monetari con tutti gli stigli dell’officina. Ma, anche se in tono minore, la zecca di Brindisi continuò a lavorare anche sotto Carlo II d’Angiò (1285-1309), pur se i nummografi mostrano di non conoscere monete di questo re battute a Brindisi, probabilmente perchè, non avendo nessun segno particolare che le differenziasse, erano identiche a quelle emesse dalla principale officina di Napoli.
Nell’anno 1496 sotto il dominio di Federico III d’Aragona (1496-1501) la zecca venne definitivamente chiusa, però possiamo affermare che per abbondanza e varietà di emissioni quella brindisina fu una delle zecche principali dell’Italia Meridionale e che insieme al suo porto diede grande lustro alla città durante i secoli di dominio degli Svevi, dei d’Angiò e degli Aragona.

Ma su una moneta, legata ad un episodio della storia di Brindisi è giusto soffermarsi: il Mezzo Carlino di Ferdinando II d’Aragona. Questa moneta è legata ad uno dei momenti più tragici attraversato dalla monarchia aragonese: la discesa di Carlo VIII nel regno che fu conquistato senza colpo ferire. Solo Brindisi con qualche altra città rimase fedele all’aragonese. Quando, dopo pochi mesi, il regno ritornò sotto lo scettro di Ferdinando II d’Aragona, questo re fece coniare dall’officina di Brindisi  il mezzo carlino che ha le seguenti caratteristiche davanti: la figura di S. Teodoro in piedi tenendo nella destra il pastorale, poggiando la sinistra su uno scudo, in cui sono rappresentate le due colonne dello stemma di Brindisi; sul retro: Lo stemma di casa d’Aragona sormontato da corona.

(Bibl. Brindisi ignorata – Saggio di topografia storica. Autore N. Vacca, Casa ed. Vecchi e C – Editori, Trani 1954)

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