La cartella di seta verde di Elisabetta Schlippenbach Dentice di Frasso

Una vita che giunge dal passato

schlippenbachUna cartella rivestita di seta verde bordata con la stessa cordicella con cui era legata. Così riposte sono state ritrovate, quasi in maniera casuale, le memorie della contessa Elisabetta Schlippenbach Dentice di Frasso, conservate nell’Archivio Dentice di Frasso di San Vito dei Normanni tra registri contabili, giornali di cassa, riviste, fotografie, lettere, atti di nascita, contratti, testamenti e tutto quello che gli archivi familiari gelosamente custodiscono. Una preziosità che giunge a noi per raccontarci la sofferta e combattiva vita di questa donna, “una vita che giunge dal passato”, scritta in lingua tedesca da  Elisabetta negli anni della sua maturità, a 58 anni per l’esattezza, e rimasta inedita fino al 2007, anno in cui le sue memorie sono state tradotte e pubblicate.

Elisabetta Schlippenbach nacque a Gratz, in Austria, il 30 settembre 1872. A poco meno di 17 anni, nel 1889, sposò per volontà della famiglia il conte John Palffy, più anziano di lei di quindici anni. L’anno dopo nacque Paul, il loro unico figlio. Dopo 10 anni di matrimonio, con grande scandalo della famiglia di fervente credo cattolico, Elisabetta decise di separarsi dal marito che non aveva mai amato, accettando l’imposizione dell’allontanamento dal figlio che la legge sui divorzi allora vigente in Austria le imponeva. Nel 1905, dopo anni travagliati e inquieti,  sposò Alberto Dentice di Frasso e si trasferì nel castello di Carovigno.  Morì ad Udine il 7 agosto 1938 in seguito ad un incidente stradale.

Una donna che combatte e si oppone quindi alla mentalità conservatrice dell’epoca e che non si rassegna al matrimonio che le aveva spezzato la giovinezza. Una donna che cerca l’amore, che si ribella alla logica del matrimonio come affare di famiglia.

Avrebbe potuto rassegnarsi ad un matrimonio senza amore, che comunque le garantiva agiatezza, libertà di azione, relazioni di alto rango e vicinanza al figlio. Affronta, invece, il divorzio. Rischia il “baratro” come lei scriverà, innamorandosi prima di un uomo sbagliato e incontrando finalmente l’amore di Alfredo Dentice di Frasso con cui sceglie di vivere nel Salento, nel castello di Carovigno, che con lei tornerà a nuovo splendore.

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La lettura delle memorie di Elisabetta ancora di più conferma le grandi capacità documentative degli archivi familiari e l’inestimabile valore che essi hanno per la storia meridionale, italiana ed europea. Attraverso i suoi ricordi si possono  facilmente ricostruire le trasformazioni della società nel suo complesso e della condizione della donna in particolare: per secoli il matrimonio aristocratico e alto borghese era stato “affare di famiglia”, governato dalla logica del rafforzamento del patrimonio e dal consolidamento di alleanze. L’affermazione del “matrimonio romantico”, ovvero della scelta del coniuge per amore ed affinità elettiva, in questi contesti sociali, è stata una conquista novecentesca che si è prodotta sia per i cambiamenti sociali nel loro complesso sia per le prese di posizione e le scelte compiute dai singoli.

Non deve essere stato facile, né esente da costi e da rischi, primo tra tutti l’allontanamento dall’amatissimo figlio che Elisabetta rivede solo quando lui, diventato maggiorenne, sceglierà di vivere con lei a Carovigno.

E. S.

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Leggete le riflessioni di Elisabetta, tratte da Una vita che viene dal passato sulla sua vita, sul suo futuro, sul  matrimonio cui era stata obbligata dalla famiglia, cosa racconta del divorzio che scelse di affrontare.

“Tutto in me ricalcitrava contro questa ennesima prova. Non avevo più coraggio – e non lo volevo più avere – avevo aspettato penato, sperato e tremato abbastanza – volevo essere felice, dominare, decidere, volevo spezzare tutte le catene che mi tenevano prigioniera…”

“Quante volte nella vita ho sentito e pensato: “Così non si può andare avanti” eppure si è sempre andato avanti, e si continua e si continuerà ad andare sempre avanti, finché il tempo e le circostanze stesse volgeranno lentamente e automaticamente in altre direzioni modificando le cose e gli avvenimenti; oppure finché per una netta svolta del destino, tutto d’un tratto e inaspettatamente, si spezza!”

“H. (il marito) non ne voleva sapere di un divorzio e quand’anche si fosse arrivati a ciò, avrebbe significato la separazione completa dal mio bambino!Così continuai a trascinare la mia catena e a tacere.
Per alcuni amici era incomprensibile come potessi rifiutare così categoricamente i loro buoni consigli, quando mi chiedevano con tanta insistenza di evitare il divorzio dicendo “Perchè divorziare? hai un bel nome, una casa stupenda, sei bella e adorata, hai spasimanti quanti ne vuoi – e rimani una donna felice e invidiabile, lascia stare il divorzio che potrebbe minare la tua posizione!”. Questi discorsi mi indignavano. Che mi importa della mia posizione, a cosa serve un bel nome, un marito indulgente, che me ne faccio della bellezza e della popolarità se la mia anima deve soffrire e perire, il mio cuore disperare e soffocare?! – Volevo uscire da quella campana di vetro e preferivo soccombere nelle tempeste, nei fulmini, nei temporali e negli orrori che non rimanere prigioniera di questa campana di vetro!
Allora il cosiddetto mondo trattava una donna divorziata come un animale rognoso, e ancora oggi, alla fine della mia lunga vita, ripenso con rabbia e indignazione al modo stupido in cui mi trattarono nei confronti di mio figlio! lo potevo vedere soltanto ogni 3 mesi in un luogo estraneo, per pochi giorni e mai da sola! Soltanto durante le sue vacanze poteva venire dai miei genitori e allora a volte potevo anche stare sola con lui, anche se il suo tutore aveva l’ordine tassativo di controllarci sempre.”

L’eterno ricatto che le donne hanno subito e, in parte, ancora subiscono.

Fonti

Quaderni dell’Archivio della scrittura femminile salentina a cura di Rosanna Basso

Elisabetta Schlippenbach Dentice di Frasso, Una vita che giunge dal passato

http://www.salentofemminile.unile.it/

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