Donna e lavoro. Tra vecchi mestieri e nuove professioni – Mostra fotografica 1^ parte

E’ in corso dal 3 al 23 marzo 2017, presso il Chiostro di S. Paolo di Brindisi, la mostra fotografica “Donne e lavoro, tra vecchi mestieri e nuove professioni”, organizzato dall’ufficio della Consigliera di Parità della Provincia di Brindisi, dal Soroptimist Club e dalla Provincia di Brindisi. Responsabile scientifica della Mostra Angela Marinazzo, Ispettrice Onoraria MIBAC.

Con l’autorizzazione delle organizzatrici della Mostra, Dott.ssa Angela Marinazzo e Prof.ssa Dina Nani, che hanno consentito la pubblicazione di tale evento sul blog, Brundarte  ha fotografato e riportato  questo eccellente lavoro che approfondisce la conoscenza di un’altra pagina di storia locale, quella scritta dal lavoro delle donne.

Orari dal lunedi al venerdì

ore 9.30 / 12,30 – 17,30 / 19,30

Abstract dell’intervento di Angela Marinazzo

La presente ricerca, che non ha la pretesa di essere esaustiva, vuole porre l’attenzione sul ruolo ricoperto dalla donna, sia essa tessitrice, ricamatrice, fornaia, lavandaia, nell’ambito della comunità di appartenenza. Ogni mestiere trasmette notizie sulla cultura dell’epoca e sulla sua organizzazione sociale.

L’intento che mi ha spinto ad affrontare tale argomento è stato quello di approfondire la conoscenza di uno spaccato di storia locale, rappresentato dai vecchi mestieri femminili, interpretati non come espressione di pittoricità locale o di rievocazione sentimentale, ma come occasione per recuperare la storia minore e rivalutarla come patrimonio culturale.

Non sembri tuttavia ardito accostare i vecchi mestieri femminili, alla nuove professioni che vedono protagoniste donne giovani, ambiziose, al passo con le nuove tecnologie e con un mondo di saperi che non si coniuga solo al maschile. Queste donne testimoniano l’emancipazione femminile che proprio nei vecchi mestieri ha avuto le sue radici.

Abstract dell’intervento di Dina Nani

Dai vecchi mestieri alle nuove professioni: come cambia il lavoro? E in particolare quello delle donne? Si profilano nuove professioni alternative ad elevata specializzazione mentre alcuni vecchi mestieri tendono a scomparire. Nascono i nuovi lavoratori specializzati, i lavoratori della conoscenza, coloro che organizzeranno e gestiranno i processi lavorativi e costituiranno la nuova èlite, basata sul merito e non sul censo o sul controllo del capitale.

Sono le ICT (tecnologie dell’informazione e della comunicazione) a rivoluzionare il mondo del lavoro, ma come si posizionano le donne in questo panorama lavorativo?

“Le analisi presentate ripercorrono le diverse fasi della vita ed evidenziano la pluralità dei ruoli femminili facendo emergere i risultati conseguiti nell’istruzione, la fruizione culturale, il rapporto con le nuove tecnologie, il ruolo nel mercato del lavoro, la divisione dei ruoli, le condizioni economiche”.

LE FILATRICI

E’ antica l’immagine della donna seduta a filare. Vasi greci e corredi funerari documentano il ruolo delle filatrici: rocchetti, fusaiole, conocchie accompagnavano la donna fino all’ultima dimora.
Nel Salento tale attività era molto diffusa, nata dapprima per far fronte alle esigenze della famiglia, divenne ben presto un lavoro che consentiva alle donne di contribuire al magro bilancio familiare.
Donne solerti le filatrici che, all’ombra delle mura domestiche, con l’ausilio di semplici attrezzi: la conocchia e il fuso lavoravano lana e fibre vegetali: cotone, lino, canapa.
Batuffoli informi di lana (fig. 1 ) e di cotone venivano sottoposti alla cardatura che consisteva nello sciogliere e pettinare le fibre tessili che venivano trasformate in filo che, raggomitolato, era ridotto in matassa da lavorare. Successivamente tali matasse venivano utilizzate per confezionare maglioni, calze ed altri indumenti.


Il compenso della filatrice veniva stimato in matasse.
Erano le filatrici soprattutto donne anziane (figg.2-3) che, dopo aver svolto i lavori domestici, si dedicavano a tale attività tramandata da madre in figlia,

istruendo nello stesso tempo le giovinette di casa (fig.4) in un lavoro che richiedeva una lunga e assidua preparazione che avrebbe, tuttavia, consentito di apprendere un mestiere che in futuro poteva diventare anche fonte di guadagno. In questa attività vanno ricordate a Latiano le sorelle Cavallo che avevano un laboratorio in cui venivano addestrate giovani donne.

Fino a cinquanta anni fa la filatura a mano era molto diffusa finché non fu soppiantata dalle macchine dette appunto filatrici.
Si ricordano molte filatrici in provincia di Lecce, ma anche a Latiano, a Ceglie Messapica e a Brindisi città dove un censimento effettuato nel 1850 ne ricordava un numero considerevole.

LE MAGLIAIE

Strettamente connesso al lavoro delle filatrici era quello delle magliaie che dai fili di lana e di cotone ricavavano indumenti.
Nell’immaginario collettivo il lavoro a maglia è legato soprattutto ad antiche immagini di anziane donne che d’inverno al caldo del camino o del braciere, d’estate davanti all’uscio della propria abitazione, sferruzzavano (fig.l) per realizzare maglioni, scarpette di lana, scialli, calze e biancheria intima per neonati e adulti.


Gli antichi ferri da maglieria già negli anni quaranta del secolo sorso furono sostituiti da macchinari (fig.2) in veri e propri laboratori in cui si effettuavano corsi di maglieria organizzati, spesso, da Suore.

A tale proposito si ricordano i corsi di maglieria organizzati a Ceglie Messapica presso l’Istituto Religioso Sacro Cuore negli anni quaranta dove giovani ragazze venivano avviate ad un mestiere (fig.3).

LE RICAMATRICI

La donna è sempre stata la protagonista dell’arte del ricamo. Un viaggio nel mondo femminile salentino ci porta alla scoperta dì donne anziane e fanciulle dedite a questa arte, pur svolgendo un ruolo importante nell’ambito dell’economia domestica. In un passato ormai remoto le ragazze da marito avevano bisogno della dote: biancheria intima, lenzuola e tovaglie ricamate spesso in famiglia o commissionate a maestre di ricamo che coniugavano impegno, fantasia e abilità.
Le ordinazioni si basavano sulle esigenze di chi commissionava il prodotto. Le famiglie più agiate potevano permettersi per le figlie un corredo dignitoso finemente ricamato.
Fino agli anni cinquanta del secolo scorso “le figlie di famiglia” apprendevano l’arte del ricamo dalle proprie madri o frequentando le “mestre” del paese, ricamatrici a cui veniva riconosciuta una particolare predisposizione all’insegnamento di tale mestiere (figg.1-3).

Le loro case erano affollate da fanciulle a cui venivano affidati i cosiddetti “imparaticci’ banco di prova per esercitarsi nei diversi punti ad ago: (fig.4) punto ombra, punto erba, punto pieno, gigliuzzo, fino ai più complicati punto rinascimento, chiacchierino e sfilato siciliano. Già dalla fine dell’ottocento Istituti Religiosi ospitavano ragazze che avviavano all’arte del ricamo.

Dagli anni cinquanta furono creati dei veri e propri laboratori di ricamo – numerosi in tutto il Salento — in cui veniva insegnato un vero e proprio mestiere.
Se in un primo momento i guadagni di tale attività erano assolutamente irrisori e servivano a malapena ad arrotondare il già magro bilancio familiare, a partire dagli anni sessanta la abilità e la fantasia, commisurate alla fatica che queste artigiane profondevano nel loro lavoro cominciarono ad essere riconosciute.
Il lavoro del ricamo richiedeva pazienza e al tempo stesso creatività nel realizzare, su tessuti quasi sempre già confezionati, semplici orli, morivi floreali, decorazioni a intreccio, sfilature, motivi liturgici, su disegni prescelti dal cliente.
Gli arnesi dd mestiere erano l’ago, il filo e il telaio tondo sul quale la ricamatrice aveva precedentemente sistemato la stoffa da ricamare.
Molto apprezzate erano le artigiane del tombolo (fig.5), maestre esperte e creative che ricamavano con l’utilizzo di un cuscino detto “tombolo” su cui posizionavano il tessuto da ricamare, realizzando preziosi centri tavola e ricche applicazioni per tovaglie e asciugamani.
Pizzi e merletti da sempre hanno fatto la storia del Salento. Ancora oggi non è raro imbattersi negli stretti vicoli dei borghi salentini, in donne sedute sull’uscio della propria casa intente a ricamare.

LE TESSITRICI

In tutte le civiltà del mondo antico l’universo femminile, sia pure con distinzioni di ceto, è sempre stato occupato nella manifattura dei tessuti. E’ antica l’immagine della donna seduta a tessere al telaio. Omero nell’Odissea (XXI – 350-353) ritrae Penelope nella sua reggia di Itaca intenta a tessere.
Senofonte nell’Economico racconta che, nel V sec. a.C. in un momento di crisi economica per Atene, le signore ateniesi lavoravano loro stesse al telaio e coordinavano il lavoro delle schiave per produrre tessuti da vendere al mercato, contribuendo in questo modo al sostentamento della famiglia.
Nel Salento, fino alla fine degli anni cinquanta del secolo scorso, l’attività della tessitura era molto diffusa, quasi ogni famiglia di contadini possedeva un telaio, per lo più in legno di ulivo, che costituiva un oggetto indispensabile per l’economia familiare.
Ogni donna, ultimati i lavori domestici, sedeva davanti al telaio a pedali e con l’uso dei piedi e delle mani (figg.1-3) trasformava in tessuto i fili di fibre vegetali coltivate nelle nostre campagne o la lana delle pecore e delle capre delle nostre masserie.

Per colorare le fibre venivano usati coloranti naturali, ottenuti con la macerazione di frutti: chicchi di melograne, malli di noci, più raramente ghiande e perfino fuliggine del camino. Le tessitrici realizzavano manufatti che sarebbero serviti per la famiglia: vestiti, lenzuola, asciugamani, strofinacci, aiutate nel lavoro da altri componenti della famiglia, in special modo dalle figlie alle quali andava sempre il pensiero delle madri. La loro principale preoccupazione era infatti la preparazione della “dote” delle figlie femmine che alla luce delle ristrettezze economiche, veniva lavorata in casa, fin da quando le figlie erano piccole.
Per arrotondare il modesto bilancio familiare le donne cominciarono a lavorare anche su commissione, pertanto l’attività della tessitrice, nata per esigenze familiari, divenne ben presto un vero e proprio mestiere.
Le tessitrici cominciarono a fornire mercanti paesani e forestieri di scialli, lenzuola, asciugamani. Ma ciò che più le gratificava dal punto di vista economico era in realtà la confezione di corredi nuziali per le figlie di famiglie agiate, a cui la tradizione imponeva un certo numero di capi.
Le case di queste artigiane erano frequentate da numerose ragazze al fine di apprendere il lavoro della tessitura finalizzato all’acquisizione di un mestiere, ma non solo. Secondo una antica usanza diffusa nel Salento un matrimonio era definitivamente approvato se la suocera fosse rimasta soddisfatta delle abilità mostrate dalla sposa nella pratica del tessere e nell’arte del ricamo.
Le tessitrici migliori erano punto di riferimento non solo professionale, ma anche culturale per le giovani apprendiste che, grazie ai loro insegnamenti, erano e sono (fig.4) in grado di realizzare oltre a manufatti di biancheria, tappeti e arazzi, anche abiti liturgici, coniugando colori e fili diversi.

LE MATERASSAIE

Figura tipica del novecento era la materassaia il cui mestiere consisteva nel rinnovare i materassi usurati. In antico, e soprattutto presso le classi più umili, il materasso era imbottito con crine (fig. 1 ) o con paglia, da cui li nome di pagliericcio; per le famiglie più agiate l’imbottitura era costituita da lana di pecora.


Nel Salento, il materasso, considerato un bene di famiglia, da tutelare e tramandare ai figli, entrava di diritto nel patrimonio che faceva parte della “dote” al momento del matrimonio. Alla famiglia della sposa spettava l’acquisto della copertura che spesso veniva direttamente tessuta in casa, nel caso in cui la madre e la sposa fossero esperte tessitrici.
Il tessuto della copertura era quasi sempre di colore bianco decorato con fasce rosse o azzurre.
L’imbottitura del materasso, soprattutto nelle classi più umili, spettava alla famiglia dello sposo che provvedeva all’acquisto della paglia o del crine, a meno che non si trattasse di lana, nel qual caso era sempre la famiglia della sposa, che acquistava la lana. L’operazione di imbottitura del materasso era opera della materassaia (fig.2)

che, fornita di aghi, spago e laccetti (figg.3-4) provvedeva a cucire il tessuto per tre lati con la macchina da cucire e per un lato a mano.

Era un lavoro ben remunerato, che veniva svolto a domicilio, soprattutto nel caso in cui si doveva ripristinare l’imbottitura di materassi di lana usurati, su cui si interveniva con l’utilizzo di uno strumento chiamato “scardasse” che spesso la materassaia affittava.

Tale mestiere poteva essere considerato un lavoro stagionale dal momento che il lavoro di cardatura della lana avveniva di solito in primavera.
Non tutti però potevano permettersi il costo di una materassaia per cui, nel momento in cui si decideva di rifare il materasso, tutti i componenti della famiglia, aiutati a volte dai vicini di casa, si alternavano al lavoro di cardatura della lana che non veniva effettuato con lo “scardasse” ma direttamente con le mani. Aprire e dare volume ai cirri di lana più compatti procurava spesso dolori alle mani e problemi alle vie respiratorie, ciononostante il lavoro di ripristino dei materassi costituiva un momento di ritrovo per la famiglia e di socializzazione con i vicini di casa, a cui la padrona di casa, finite le operazioni di imbottitura, offriva dolci e caffè.
Oggi la moderna tecnologia che consente di produrre materassi in lattice, a molle, ortopedici, ad aria, ha soppiantato il faticoso lavoro della materassaia che, comunque, è stato attivo, sicuramente nella provincia di Brindisi, fino agli anni sessanta del ventesimo secolo.

LE ARTIGIANE DELLE “IMBOTTITE”

In una civiltà contadina quale era quella della provincia di Brindisi, ricca di masserie e di conseguenza di pecore e di capre che producevano la lana, le donne contribuivano al bilancio familiare confezionando in casa per la famiglia, ma anche su commissione, le cosiddette “imbottite” o trapunte (figg. 1-2).


Le artigiane raccoglievano dapprima la lana, spesso utilizzando anche lana riciclata di maglieria dismessa, quindi la facevano cardare con una macchina particolare che restituiva la lana sotto forma di fogli di feltro compatto, ma leggero, simile al cotone idrofilo. Da questo momento iniziava la confezione della trapunta.
Su di un lungo tavolo le donne stendevano la stoffa per lo più di colore rosso porpora, verde carico o giallo oro, vi poggiavano sopra il feltro di lana e ricoprivano con un’altra stoffa di eguale misura, ma di colore diverso. Iniziava quindi la cucitura che per tre lati veniva eseguita con la macchina a pedali “Singer” e per il quarto lato a mano con aghi sottili da tappezziere e fili di cotone.
La creatività delle artigiane si sbizzarriva nel decorare le “imbottite” con cuciture a forma di quadrati, rettangoli o disegni riproducenti i “mustazzuoli” dolci a base di mandorle tipici della provincia di Brindisi.

LE SARTE

La sarta è un mestiere antico ma sempre nuovo.
Oggi tuttavia sono lontani i tempi in cui le giovinette appartenenti ad ogni ceto sociale, per essere pronte a svolgere il ruolo di buona moglie e buona madre, dopo aver svolto l’attività scolastica primaria, venivano affidate alle sarte (fig.1) o anche alle suore per apprendere i primi rudimenti dì taglio e cucito, che sarebbero stati utili sia per se stesse e per la propria famiglia, sia perché, soprattutto per le giovani appartenenti a ceti sociali umili, avrebbero potuto rappresentare un lavoro per il futuro.


In un paese agricolo, come il nostro, ai primi del XIX secolo fare la sarta significava per le donne occupare un gradino più alto nella scala sociale rispetto a coloro che lavoravano nei campi e nelle fabbriche, esposte a rischi ambientali e a turni massacranti. La sarta gestiva la sua attività in laboratori tutti al femminile, approntati in casa, dove le giovani apprendiste non avevano alcuna tutela, sia a livello retributivo, sia dal punto di vista dell’orario di lavoro.
La legge Calcano n.242 del 1902 che per la prima volta disciplinava il lavoro femminile, non tutelava tuttavia il lavoro domiciliare.

Ciononostante vi erano molte donne che di tale mestiere ne avevano fatto una scelta di vita. Si ricorda, per esempio una fanciulla di Ceglie Messapica, in provincia di Brindisi, che già alle scuole elementari aveva dimostrato interesse per la sartoria tanto che in momenti di pausa delle lezioni, mentre le tue compagne giocavano, lei era intenta a confezionare, con fogli di carta, modelli di abiti per le bambole (gli strumenti del mestiere erano le stoffe, cui si doveva dare forma, gli aghi, il ditale per un lavoro prettamente manuale e in seguito, la macchina da cucire (figg. 2 -4).


Si racconta che in alcuni paesi della provincia salentina determinante fosse il ruolo delle sarte in occasione dei matrimoni.
Oltre a confezionare l’abito della sposa, era la sarta che decideva gli addobbi in casa e in chiesa, il bouquet di fiori e chi doveva sostenere lo strascico della sposa durante la cerimonia nuziale. La sua presenza costante accanto alla sposa durante la cerimonia per aggiustare le guarnizioni del vestito la rendeva partecipe dei complimenti insieme alla sposa.

Agli inizi del ventesimo secolo molte di queste sartine emigrarono dai piccoli paesi del sud a Milano e a Torino dove erano sorte grandi sartorie, in seguito alla aumentata richiesta di abiti confezionati cui si poteva far fronte, con l’aiuto delle macchine da cucire che aiutavano ad aumentare la produttività e a favorire la produzione in serie.
Sorsero così i primi corsi gratuiti di taglio e cucito organizzati dalla scuola Singer.
Tuttavia nel Salento le sarte continuarono a svolgere la loro attività nei propri laboratori realizzando abiti su misura, consigliando le clienti sulla scelta dei tessuti e delle forme.
Nei piccoli centri della nostra provincia resiste ancora oggi la presenza tradizionale di botteghe artigiane in cui si confezionano abiti per matrimoni o per altre cerimonie, ma anche quella  di sarte che svolgono, presso il proprio domicilio riparazioni ai capi acquistati, soprattutto in un periodo quale è il nostro di crisi economica.

LE MODISTE

Nel 1943 una giovane donna brindisina bella elegante e sognatrice Geisha Parigino, realizzava nel suo atelier di modista cappelli per la regina Elena durante la sua permanenza a Brindisi con il re Vittorio Emanuele II, in occasione del trasferimento della capitale da Roma nella nostra città.
Se la circostanza diede notorietà alla giovane modista, in realtà la sua attività era ben nota in città, insieme a quella di altre modiste che hanno operato ininterrottamente e con successo fino alla fine degli anni settanta del secolo scorso.
L’arte del confezionare cappelli ha conosciuto il periodo di maggiore floridezza tra la fine dell’ottocento e gli inizi del novecento come riflesso della crescita economica e demografica delle principali città italiane.
Fino a tutto il settecento il termine “modista” non solo in Italia, includeva tutti coloro che lavoravano nel settore dell’abbigliamento.
Solo nel 1776 in Francia fu istituita la corporazione delle modiste quando i cappelli avevano ormai preso il posto delle incipriate parrucche.
Le doti di una buona modista erano: creatività, tecnica e conoscenza dei materiali da trattare, rapportati comunque alla richiesta delle committenti.
Geisha e le sue colleghe (fìgg.1-7) creavano cappelli interamente a mano, fornendo alle committenti proposte attraverso varie riviste di moda: cloche negli anni venti, baschi alla Greta Garbo negli anni trenta, piume e velette negli anni cinquanta, cappelli a larga tesa negli anni sessanta del secolo scorso.

I materiali più utilizzati erano soprattutto il feltro, la lana, la seta, il velluto, la pelle, ma anche la paglia intrecciata. Gli arnesi del mestiere erano le forbici, il ferro da stiro, gli spilli, i ferretti, le forme (figg.8-9).


I cappelli di tipo morbido, quale il turbante, venivano realizzati con cartamodello, tutti gli altri avevano bisogno di una base in sughero a forma di testa, su cui veniva plasmato il tessuto prescelto, a seconda del modello richiesto dalla committente.
II luogo di lavoro delle modiste era quasi sempre un stanza della propria abitazione dove le signore si incontravano intrattenendosi a sfogliare riviste, scegliere i tessuti a cui con tocco civettuolo abbinavano piume, fiori artificiali e merletti ed infine a seguire le varie prove per il confezionamento del cappello prescelto.
Se il cappello con gli anni era diventato quasi uno “status simbol”, in realtà in antico costituiva un elemento essenziale dell’abbigliamento femminile borghese, così come lo scialle e il fazzoletto lo era per le donne del ceto popolare.

LE SPIGOLATRICI

Erano le spigolatrici espressione di un passato contadino di fame e di fatica, ben documentato dal dipinto (fìg.l) del pittore francese G. Francis Millet nel 1857 e dalla celebre poesia di Luigi Mercantini del 1858 che celebra lo stupore dell’umile spigolatrice che assiste allo sbarco degli uomini di Pisacane al grido di viva l’Italia libera da Borboni.


Nella penisola salentina erano numerose le donne, soprattutto giovani, che, in estate dopo la mietitura, spinte dalle ristrettezze economiche, si recavano nei campi (fìg.2) a raccogliere le spighe sfuggite alla falce dei mietitori per ricavarne, una volta pulite dalla pula (fìg.3), farina per preparare pasta e pane per un magro sostentamento della propria famiglia.


Quello delle spigolatrici era un lavoro umiliante e molto faticoso e spesso causa di una malattia procurata, secondo una credenza popolare, dal morso della tarantola, un piccolo ragno presente nei campi durante la mietitura.
La malattia si manifestava con sudorazione, palpitazioni, dolori addominali fino alla catalessi, ai quali la miseria e la danza potevano porre rimedio; un rituale coreutico parte integrante del folclore salentino.

LE PANIFICOLE

Numerose nella provincia di Brindisi erano le panificole, artigiane che lavoravano la farina per fare il pane, oggi alimento principe della dieta mediterranea, ieri nell’antica civiltà contadina, elemento essenziale per la sopravvivenza.
Nell’immaginazione popolare la panificola era la madre di famiglia che, all’imbrunire esorta i figli ad andare a letto per potersi dedicare alla lavorazione del pane secondo un rituale che richiedeva tempo e tanta passione.
Tra gli strumenti utilizzati vi erano il paiolo, una pentola contenente l’acqua per l’impasto, un bancone destinato all’impasto, una madia per farlo riposare. All’alba tolto l’impasto dalla madia e sistemato su un largo asse di legno (tavoliere), iniziavano le preparazioni lunghe e laboriose che richiedevano forza nelle braccia finché il composto non acquistava morbidezza ed omogeneità (fig.l).


Poiché le panificole lavoravano non solo per la propria famiglia, ma anche su commissione, la lavorazione terminava con segni geometrici o sigle impresse nell’impasto, come contrassegno dei committenti.
Prima di iniziare qualsiasi altra attività domestica le panificole, per lo più donne umili che non avevano la possibilità di cuocere in casa il pane, si recavano al forno più vicino alla propria abitazione, ognuna con il proprio asse di legno colmo di pagnotte da cuocere (fig.2).

LE FORNAIE

La figura della panificola era strettamente legata a quella della fornaia che era panificola e fornaia al tempo stesso.
Le fornaie preparavano (fig.l ) e cuocevano il pane, le panificole portavano al forno il pane da cuocere e qui, in attesa della cottura socializzavano tra di loro, dimenticando la stanchezza del lavoro domestico e le preoccupazioni per le ristrettezze economiche della famiglia.


Quello delle fornaie è un mestiere molto antico. Le prime testimonianze di questa attività risalgono alla cultura egizia che ci ha tramandato pitture parietali che raffigurano donne intente nell’ambito familiare a macinare il grano, a fare il pane accanto agli uomini che lo cuocevano nei forni.
I greci introdussero i primi forni pubblici.
A partire dal II sec. a.C. la professione dei fornai conquistò anche i romani documentata da un monumento funebre fatto erigere nel I sec. a.C. a Roma nei pressi di Porta maggiore, singolare monumento tutt’oggi visibile che inneggia alla fortuna dei fornai (figg.2-3).


Il monumento simbolicamente riecheggia nei bassorilievi le fasi della lavorazione del pane, dalla macinatura del grano, alla cottura del pane nel forno. Alla base del sepolcro è una iscrizione che ricorda il fornaio Marco Virgilio Eurisace.
Si racconta anche che a Roma l’attuale via Panisperma fu in antico voluta per onorare le proprietà del pane.
La eruzione del Vesuvio del 79 d.C. ha tramandato pani pietrificati (fig.4) da Ercolano, mentre pitture parietali a Pompei ci illustrano una antica bottega del pane (fig. 5).


Attualmente il mestiere del fornaio è molto diffuso anche se con tecniche di lavorazione industriale. I forni elettrici hanno ormai sostituito gli antichi forni a legna (fig.6) sopravvissuti in alcuni paesi dell’entroterra brindisino, dove profumo e calore riempiono il cuore.
Costanza e professionalità sono state e sono le doti delle nostre fornaie impegnate, soprattutto in passato, dall’alba al calar del sole, davanti al forno sempre acceso e alimentato con le fascine degli ulivi potati.

LE PASTICCIERE

Fino alla metà del XIX secolo donne, spesso dello stesso ambito familiare, si dedicavano alla preparazione di dolci, ricercando novità sempre più prelibate da mettere in commercio.
La loro presenza era richiesta soprattutto in occasione di cerimonie familiari: battesimi, cresime, sposalizi, ma anche durante le festività.
I dolci erano quelli un pò “naifs” legati ad antichi rituali religiosi dai porcedduzzi, alle carteddate, ai mostaccioli, alle mandorle riccie (fìgg. 1-2), alla copeta, ai dolci con pasta di mandorla, indicati quest’ultimi come “dolci dei signori “ perché la loro preparazione era più laboriosa e di conseguenza costosa.


Accanto ai dolci producevano squisiti liquori chiamati rosoli: preparati per infusione di vari frutti stagionali, di fiori e di erbe aromatiche edulcorati con lo zucchero.
Artigianale era anche la lavorazione dei gelati e dei “grattachecca” che venivano venduti per strada in chioschi, oggi del tutto scomparsi come quello della signora Gina a Brindisi (figg.3-4).


Mentre i gelati sono tuttora in commercio i “grattachecca” sono stati sostituiti dalle più moderne granite. Erano i “grattachecca” alimento povero, ma rinfrescante, molto comune nelle afose giornate estive, venivano preparati con ghiaccio grattato da un grande blocco e imbevuti di sciroppo o di succhi di frutta (fig.5).

Un gelato molto particolare, ricordo di feste patronali e di antichi sposalizi è lo spumone detto anche “pezzo duro”, tipico della gastronomia dolciaria salentina, che veniva preparato in casa, ma più spesso in laboratori di pasticceria a conduzione familiare, in cui le donne avevano un ruolo primario.
A Ostuni in provincia di Brindisi è ancora oggi vivo il ricordo di “Donna Brunetta dell’Edera” che nel suo laboratorio di pasticceria “La Buttigliaria”, insieme alle sue lavoranti, confezionava dolci di grande pregio (fig.6), molto apprezzati in occasione di sposalizi ed altri eventi. Donna Brunetta continuò a preparare dolci nella sua casa, anche dopo l’incendio del suo laboratorio, vendendoli ai caffè più rinomati della sua città.

LE LAVANDAIE

Erano le lavandaie solitamente donne sole: ragazze madri, nubili, vedove di guerra e del lavoro che, per il loro sostentamento, ma anche per quello della famiglia, lavoravano dietro compenso, sia pure modesto, la biancheria altrui.
Lavoro umile al quale venivano avviate, per imparare un mestiere, le bambine (fig.1) che si esercitavano in casa, sotto la supervisione delle donne anziane, a lavare la biancheria minuta: strofinacci, tovaglioli e indumenti di neonati. Gli attrezzi essenziali del mestiere erano l’acqua, la cenere, la soda, la lisciva e in seguito il sapone che si comprava a pezzi, ma soprattutto la tinozza o la “pila” e i lavatoi pubblici là dove esistevano.


Erano soprattutto le classi sociali più agiate che commissionavano questo lavoro che le lavandaie svolgevano a domicilio direttamente a casa delle committenti, nei cortili provvisti di “pile”. Tali artigiane erano così preziose che le famiglie benestanti se le contendevano soprattutto per il lavaggio dei corredi ricamati.

Spesso il lavaggio dei panni sporchi, raccolti presso le case signorili, in sacchi di iuta contrassegnati da nastrini colorati, avveniva direttamente nella casa della lavandaia (fig.2)

o presso fontane e lavatoi pubblici (figg.3-5), là dove erano presenti. In questo caso il lavoro era alleviato dal chiacchiericcio delle lavandaie che si scambiavano informazioni, racconti di tradimenti, annunci di nascite e di morte, di qui l’epiteto di lavandaia affibbiato alla donna pettegola.

Le lavandaie erano per lo più donne giovani che trascorrevano l’intera giornata sia con il caldo che con il freddo impegnate in una attività lavorativa dura che imponeva una grande forza nelle braccia e nelle mani spesso sformate dall’artrite e infiammate da detersivi aggressivi.
L’iconografia comune le dipinge quasi sempre con un grande grembiule e un fazzoletto in testa agghindato in maniera civettuola.


Il bucato a mano nel Salento, anche nelle famiglie più povere, costituiva un vero e proprio rituale che si ripeteva più o meno frequentemente, a seconda dello stato sociale e delle possibilità economiche del committente, almeno due volte al mese.
Alla fine degli anni cinquanta del secolo scorso le lavatrici sostituirono in gran parte il lavoro delle lavandaie che, in alcuni paesi della provincia di Brindisi, rimasero comunque attive per un altro decennio.

SEGUE  

Donna e lavoro. Tra vecchi mestieri e nuove professioni – Mostra fotografica 2^ parte

Ringraziamenti:

  • alle organizzatrici della Mostra: D.ssa Angela Marinazzo e Prof.ssa Dina Nani, che hanno consentito la pubblicazione di tale evento sul blog;
  • agli amici Mario Carlucci e Giuseppe Greco che hanno collaborato

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