“Baia e Porto di Brindisi” – Jakob Philipp Hackert

Nell’ambito della Mostra “Brindisi: Porto d’Oriente”, che si terrà a Palazzo Nervegna fino al 30 giugno 2018, è possibile ammirare per la prima volta a Brindisi  il celebre quadro”Baia e Porto di Brindisi” che il vedutista prussiano Jakob Philipp Hackert realizzò nella seconda metà del ‘700 su incarico del re Ferdinando IV di Borbone.

L’esposizione è stata organizzata nell’ambito del progetto “La via Traiana” e comprende una serie di opere che raccontano la storia della città attraverso alcune vedute del porto, fatte dai viaggiatori del ‘700.

Brundarte, in questo articolo, prova a mettere sotto la lente d’ingrandimento la grande opera di Hackert suddividendola nelle tante scene che la compongono, allo scopo di formarci una rappresentazione della vita all’interno del porto di Brindisi a quei tempi, dei suoi traffici, della gente che ci viveva e lavorava, della sua strana morfologia.

Nel nostro racconto fotografico ci avvaliamo delle preziose didascalie che accompagnano il quadro in esposizione, ringraziando per questo gli organizzatori di questa splendida iniziativa e la Reggia di Caserta proprietaria del dipinto.

Jacob Philipp Hackert – Primo pittore di paesi, cacce e marine

Jakob Philipp Hackert nacque il 15 settembre del 1737 a Prenzlau nella Uckermark, distretto del Brandeburgo, allora parte del Regno di Prussia. Le prime lezioni di pittura le apprese dal padre ma ben presto fu mandato a Berlino nella bottega dello zio Johann Gotdieb, pittore di decorazioni, per poi procedere con gli studi presso l’Accademia delle Belle Arti. Specializzatosi nella pittura paesaggista, ebbe le prime importanti committenze tra la Germania e la corte di Stoccolma in Svezia. Trascorsi un paio di anni a Parigi acquisì prestigio tra la nobiltà locale che gli commissionò diverse opere; giunse poi in Italia nel 1768 in compagnia del fratello per stabilirsi a Roma. Affascinato dalle antiche rovine romane e dalle campagne nei dintorni, affinò la sua tecnica artistica per poi seguire diverse e numerose commissioni. Nella primavera del 1782 l’Hackert intraprese un viaggio a Napoli dove venne presentato dall’ambasciatore di Caterina II, il conte Cirillo Grigorievic Rasumovskij, al re Ferdinando IV di Borbone, dal quale ricevette i primi importanti incarichi. Con questa commissione iniziò un periodo di lavoro intenso che portò l’artista alla stipula di un contratto nel 1786, nel quale il re nominò l’Hackert pittore di corte.

Si legge nella Gazzetta universale del 25 aprile 1786:

“S. M. […] ha chiamato al suo R. Servi¬zio il Sig. Filippo Hackert col titolo di primo Pittore di Paesi, Cacce, e Marine, con annua pensione di ducati 1200 oltre un bel quartiere in questa Città, e a Caserta. Essendo la prelodata S. M. intieramente soddisfatta de’ quadri che quest’abile Professore fece fino da 4 anni per adornamento dei vari Palazzi Reali, ha estesa la sua bonità anche al fratello del medesimo Sig. Giorgio Hackert, dichiarandolo suo primo Incisore nel genere inteso”.

I fratelli Hackert abitarono a Napoli nel palazzo Francavilla (oggi Cellamare), mentre a Caserta ebbero a loro disposizione un’ala del palazzo vecchio.
L’incarico più prestigioso che il pittore ricevette dal re fu la commissione del famoso ciclo di dipinti raffiguranti i porti del Regno di Napoli. Le numerose vedute dei porti si articolano in tre gruppi suddivisi tra le vedute campane, pugliesi, calabre e sicule. Per eseguire i disegni preparatori si recò così in Puglia e Campania. La serie comprende 17 quadri e si trova ancora oggi alla reggia di Caserta; vi sono raffigurati i porti di Taranto, Brindisi, Manfredonia, Barletta, Trani, Bisceglie, Monopoli, Gallipoli, Otranto.

Nel gennaio del 1799 i lavori vennero interrotti quando i francesi entrarono a Napoli. Il 20 marzo Hackert fuggi via mare dalla città insieme con il fratello Georg e il pittore Johann Heinrich Wilhelm Tischbein per trasferirsi a Pisa. L’artista morì il 9 maggio 1807 nella sua casa di San Piero a Careggi a seguito di un ictus; le sue opere, oltre a quelle custodite nella Reggia di Caserta, sono disseminate in alcuni dei musei delle capitali d’Europa, in Russia e negli Stati Uniti, dipinti particolarmente esemplificativi della sua arte sono esposti nei tre Goethe-Museum a Francoforte sul Meno, Dusseldorf e Weimar.

Memoria del riaprimento del Porto di Brindisi

Nel 1739 Carlo di Borbone manifestò il suo interesse per la città di Brindisi inviando una delegazione guidata dal suo primo ingegnere, Andrea de los Covos, per rilevare una pianta del sito, nota come mappa spagnola. Alla fine del secolo anche il figlio Ferdinando IV di Borbone dovette riconoscere che nessuna programmazione politica ed economica poteva prescindere da una capillare conoscenza del territorio e dei suoi costumi e stabilì che essa dovesse andare di pari passo con un rafforzamento difensivo del Regno in grado di sostenere l’attività mercantile. Ma da dove partire se non da Brindisi, il più importante approdo dell’antichità, allora inagibile? Insabbiato ed impaludato, il porto non consentiva l’ingresso ai grandi vascelli per il carico delle merci. Le navi, quindi, erano costrette a sostare all’esterno e bisognava ricorrere a barche e navi di piccolo taglio per effettuare il carico e scarico delle merci dai vascelli. Per risolvere il problema, nel 1775 Ferdinando inviò due tra i più rinomati ingegneri del Regno per risanare i luoghi con opere idrauliche: Vito Caravelli (Irsina, 1724 — Napoli, 1800), professore di matematica presso la Regia Accademia di Marina, e Andrea Pigonati (Siracusa, 1734 — Napoli, 1790), tenente colonnello del Genio. I due esperti progettarono un canale — noto ancora oggi come Canale Pigonati – con sponde rivestite di banchine murarie per collegare i due bracci di mare e consentire il passaggio anche alle navi di grosso carico. In questo periodo le condizioni della città erano tali che il viaggiatore inglese Hanry Swinburne descrisse il porto come uno stagno impraticabile, focolaio di infezioni ed insetti nocivi. Le operazioni di bonifica del porto di Brindisi – che impegnarono Caravelli e Pigonati dal 1776 al 1778 – sono raccontate dallo stesso Pigonati in un volume, pubblicato a Napoli nel 1781 presso Michele Morelli: Memoria del riaprimento del porto di Brindisi sotto il Regno di Ferdinando IV. I due ingegneri furono costretti a far venire da Napoli attrezzi e legnami e dovettero ricorrere al lavoro dei galeotti per supplire all’insufficienza e aH’impreparazione della manodopera locale.
In brevissimo tempo però il canale era di nuovo pieno di sabbia e di alghe al punto da compromettere persino la salubrità dell’aria. Così, nel 1788 il re inviò a Brindisi una commissione capeggiata da Nicola Vivenzio (Nola, 1742 — Napoli, 1816), avvocato fiscale del Reale Patrimonio, alla quale prese parte anche il pittore di corte Jacob Phillip Hackert, incaricato dal re di disegnare e dipingere tutti i porti per raccontare il progresso marittimo, economico e sociale del Regno. In quell’occasione Hackert ritrasse il canale in un disegno preparatorio, oggi conservato a Berlino.
Nel 1789 l’ammiraglio Acton fu nominato Ministro del Commercio e della Marina e Ministro degli Esteri con funzione di Presidente del Consiglio. Mentre Hackert nel suo studio napoletano a Palazzo Francavilla elaborava il dipinto sulla base dei dati ripresi dal vero, il re incaricava gli ingegneri Carlo Pollio, figlio di Giuseppe, e Conforti di effettuare i nuovi lavori correttivi al porto di Brindisi. La veduta del porto di Brindisi di Hackert fu completata nel corso dell’anno e ritrae sulla sinistra il canale di Pigonati interessato dai nuovi interventi correttivi.

I porti del Regno di Napoli

Quando Ferdinando IV di Borbone fa dipingere ad Hackert il porto di Brindisi ha un’idea in mente: rivalutare i porti del suo regno ispirandosi all’opera “I Porti del Regno” realizzata per Luigi XV dal pittore Vernet tra il 1753 e il 1762. Si tratta di un ciclo di tele raffiguranti i porti francesi che affacciano sul Mediterraneo. L’opera pittorica di Hackert fu l’impresa più significativa del pittore che lo impegnò per ben diciassette anni a corte finché non fu costretto a fuggire da Napoli nel 1799 come conseguenza dell’arrivo degli invasori francesi.
Le numerose vedute dei porti formano un corpus di dipinti eseguiti in successione e articolati in 3 gruppi. Dopo la nomina a pittore di corte, Hackert eseguì, tra il 1787 e il 1789, sei quadri con vedute dell’attuale Campania, in un formato grande, di circa 3 metri di larghezza destinati all’anticamera della Reggia di Caserta. La serie non era ancora stata ultimata quando Hackert, nel 1788, ebbe l’incarico di recarsi in Puglia per preparare i bozzetti dei porti della costa adriatica realizzando nove vedute, “il pittore impiegò più di tre mesi nel viaggio da Manfredonia a Taranto” (Goethe; Biografia ai ]. F. Hackert) mentre nel 1790 fu inviato in Calabria e Sicilia.
I sei dipinti dell’anticamera della Reggia, rappresentano la summa dell’ispirazione borbonica che aveva commissionato un rilevamento topografico, una sorta di adante geografico dipinto che aveva il compito di testimoniare la potenza marittima e commerciale del Regno. Le vedute, i personaggi e lo schema compositivo delle opere si assomigliano lasciando spazio a un modello figurativo stereotipato; qui volti, gesti e personaggi ritornano in un eco ridondante.

Il porto di Brindisi e Villa Favorita ad Ercolano: storia di un dipinto

Il porto di Brindisi fa parte dell’apparato decorativo della borbonica Villa Favorita di Resina ad Ercolano, che Ferdinando IV acquistò nel 1792 da Stefano Reggio Gravina principe di Aci e di Campofiorito. Nel 1768 la villa aveva ospitato un sontuoso ricevimento per festeggiare i sovrani appena uniti in matrimonio ed era diventata così cara a Ferdinando e Maria Carolina che, tra il 1796 e il 1798, la fecero restaurare, decorare e ne rinnovarono l’arredamento, sotto la direzione di Francesco Collecini e Domenico Brunelli per la parte architettonica e di Jacob Phillip Hackert per la parte decorativa. Per le pareti furono commissionari venti quadri di porti, tra cui quello di Brindisi, a cui Hackert stava già lavorando dal 1788. La rivoluzione napoletana interruppe i lavori della palazzina e il programma di Acton senza che la serie fosse posta in loco. La storia ce la racconta Goethe, che parla dell’irruzione dei francesi nello studio degli Hackert a Palazzo Cellammare. I francesi si impossessarono di diciassette vedute di porti del re che Georg Hackert teneva nel suo studio, forse per trarne delle acqueforti; altre tre vedute, non ancora consegnate, si trovavano invece nello studio di Philipp Hackert, che riuscì a salvarle dalla furia degli invasori dichiarando che il re non le aveva ancora pagate. In seguito Hackert lasciò il regno imbarcandosi per Livorno in compagnia dei fratelli e di Johann Heinrich Wilhelm Tischbein (Haina, 1751 – Eutin, 1829), direttore dell’Accademia di pittura napoletana, ma prima di partire riuscì a pubblicare i suoi Principi di disegno di paese disegnati dal vero. Con la nascita della Repubblica Partenopea, Ferdinando IV riparò a Palermo insieme ad Acton, che il 23 febbraio 1800 si unì in matrimonio con la nipote Maria Anna Acton, figlia tredicenne del fratello e generale dell’esercito napoletano Joseph Edward Acton nonché dama di Corte di Maria Carolina. Quanto ai quadri, diciassette di essi furono trasferiti a Parigi e recuperati solo dopo il Trattato di Firenze (1801) dal marchese di Gallo, mentre gli altri tre seguirono presumibilmente il pittore a Livorno. Nel 1802 i sovrani tornarono a Napoli per un breve periodo, eleggendo Villa Favorita a loro residenza prediletta fino alla seconda fuga a Palermo (1806). Questa volta i sovrani riuscirono a trasferire in Sicilia tutti i quadri e a conservarli nei depositi del molo di Palermo fino alla Restaurazione. Nel 1817, tornato sul trono come Ferdinando I delle Due Sicilie, il re fece restaurare di nuovo la villa e commissionò i tre dipinti mancanti al pittore Antonio Veronese, allievo di Hackert, che nel 1818 ritrasse il sovrano nei suoi luoghi e nelle sue attività. Con la morte di Ferdinando I la proprietà della villa passò prima al suo ultimogenito Leopoldo di Borbone e poi a Ferdinando II, che incaricò l’architetto Enrico Alvino di restaurare nuovamente la palazzina con l’annesso parco e di rimettere in funzione le antiche giostre che lo arredavano. Nel 1874 la villa, ormai in disuso, fu venduta dai Savoia al viceré d’Egitto Ismail Pascià mentre tutti i suoi beni mobili furono smembrati tra vari musei nel 1879. Furono allora acquisiti al patrimonio della Reggia di Caserta alcuni arredi, i dieci modellini lignei commissionati agli artigiani reali Ardito da Ferdinando I per realizzare le giostre della villa e i venti dipinti, tutti pezzi attualmente esposti nella Reggia di Caserta lungo il percorso museale.

Baia e Porto di Brindisi

Il punto di vista dal quale possiamo immaginare Hackert intento ad abbozzare l’opera di Brindisi corrisponde all’attuale lungomare della città nei pressi della Capitaneria di Porto.
L’artista raffigura il porto della città con le navi ancorate alla baia cariche di mercanzie e pronte alla partenza, una felice e florida rappresentazione che in realtà trae in inganno e che non corrisponde perfettamente allo stato di fatto della fine ‘700. Sappiamo infatti che il porto versava in cattive condizioni a causa dello scarso ricircolo dell’acqua; sono diversi i cronisti dell’epoca che lo descrivono come una struttura inefficiente e malsana. Nonostante questo la veduta di uno dei porti del Regno di Napoli non poteva di certo essere rappresentata nuda e cruda in considerazione del fatto che le opere avevano il compito di testimoniare l’esistenza di un commercio florido, atto a garantire la solidità della casa reale.

La veduta lascia ampio spazio al cielo velato da nubi mentre all’orizzonte si scorge l‘Isola di S. Andrea su cui si erge maestoso il Castello Alfonsino-Aragonese quasi inghiottito dalla presenza di diversi velieri, che navigano a vele spiegate nel porto esterno. Lì era infatti la Cala delle navi, un bacino naturale che permetteva l’attracco e il transito di imbarcazioni più grandi poichè il porto interno restava agibile solo per imbarcazioni più modeste.

In primo piano, la raffigurazione si concentra sulla baia e sul molo a destra della raffigurazione dove si svolgono le operazioni di carico e scarico dei prodotti dai velieri, con l’ausilio di navi di piccole dimensioni. Un’attenzione particolare viene riservata da Hackert ai brindisini che popolano la banchina: ora lenti e svogliati, ora in fervente attività. Alcuni caricano i sacchi sui muli; altri, protetti dal sole con un cappello a larga tesa, si adagiano a riposare sulle casse (su cui si leggono le inedite iniziali “G. R.” probabilmente riferibili a un collaboratore del pittore); altri ancora caricano i barili colmi di olio o vino, disposti variamente a destra del dipinto con il doppio fine di costruire la prospettiva e di suggerire lo scopo del quadro. Lo sguardo del pittore indugia simpaticamente sui passanti in abito tipico che conversano sulla banchina, lasciando trasparire attraverso gli abiti e le posture la loro diversa estrazione sociale.
Particolarmente interessante è la presenza dell’isolotto nei pressi dell’imboccatura del porto che delimitava l’attuale canale Pigonati, da un altro accesso al porto percorribile attraverso il canale Angioino. L’isola appare provvista di un proprio molo e da poche semplici costruzioni tra cui la dogana, forse un riadattamento delle torri Angioine costruite a guardia del porto. L’isola detta Angioina creava evidenti problemi di navigazione e si finì per deciderne prima l’abbassamento e poi la rimozione.

 

Barche a vela

Barche a remi

Persone

Le vedute

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