Brindisi Capitale d’Italia: ricordi e testimonianze

La corvetta Baionetta con il suo carico di reali e ministri provenienti dalla Capitale arrivò a Brindisi il 10 settembre 1943.
Fu subito raggiunta dall’ammiraglio Rubartelli che cominciò ad organizzare la sistemazione notturna dei numerosi ospiti. Consumata una cena frugale nel silenzio più assoluto, al primo piano della palazzina di Rubartelli furono preparate le stanze per i sovrani. Badoglio, insieme al gen. Sandalli e al ministro Acquarone, prese posto nella casermetta dei sommergibili. Lo Stato Maggiore Generale e quello dell’Esercito occuparono l’albergo Internazionale.
La concitata partenza da Roma aveva impedito ai viaggiatori di portare il minimo bagaglio, per cui fu prelevato alla Banca d’Italia un milione di lire che fu subito speso all’Unione Militare per l’acquisto di abiti e da Anelli per la biancheria.
Man mano che arrivavano personalità militari e civili, venivano ospitate da famiglie dell’aristocrazia di tutto il Salento e, anche se Lecce divenne capitale della mondanità, casa Stampacchia e il salotto dell’on. Assennato divennero sede di conversazioni politiche spesso intervallate da partite a poker e a dama.
Con l’arrivo delle truppe alleate le requisizioni aumentarono per far posto ai sempre più numerosi ufficiali anglo-americani. I comandi inglesi cominciarono a requisire alberghi, ville, appartamenti di gerarchi e ricchi cittadini. Gli ordini repentini costrinsero i proprietari di case, anche modeste, ad abbandonarle in sole 2 o 3 ore, giusto il tempo per prendere gli effetti personali. Tutto il resto rimaneva a disposizione degli ufficiali stranieri che prendevano il loro posto.
A causa di tale arrogante comportamento e della rabbia accumulata dai soldati italiani, spesso scoppiavano delle risse furibonde sedate severamente dalla polizia militare anglo-americana.
Nonostante la curiosità tipica della piccola città di provincia, Vittorio Emanuele conservò la sua abitudine di passeggiare al mattino presto lungo i giardini del Castello Svevo; dopo la lettura dei giornali e della posta riceveva Badoglio e i suoi generali e, col passare del tempo, sempre più spesso, i membri della Missione Alleata.
La Regina Elena, invece, si fece notare spesso per le sue visite di beneficenza all’orfanotrofio tenuto dalle suore di San Vincenzo in piazza Duomo, portando in dono ai bambini, grembiuli e biancheria comprati da Anelli o giocattoli costruiti da lei stessa.
Il 14 settembre, giunse da Venezia il Saturnia con gli allievi dell’Accademia di Livorno. Fu festa grande per il loro arrivo, ma anche per le abbondanti scorte alimentari che servirono a rifornire la mensa dei numerosi ospiti.
In occasione del compleanno del Re, l’11 novembre, fu invitato anche il dott. G. Bruno allora direttore della Biblioteca Provinciale che ricorda come prima di entrare nello studio, l’aiutante di campo avesse raccomandato loro di non fare domande ma, dopo i primi minuti di imbarazzato silenzio, il prof. Giacomo Rubini chiese a Vittorio Emanuele come si trovasse a Brindisi e il Re prese a raccontare della fuga da Roma, del viaggio travagliato e dell’arrivo a Brindisi.
Rubini chiese allora che fine avesse fatto la sua collezione di monete e Vittorio Emanuele, visibilmente imbarazzato, rispose che forse i tedeschi l’avevano già fusa per recuperare l’oro. In seguito si seppe, invece, che i tedeschi l’avevano consegnata al direttore della Banca d’Italia a Roma.
Anche la Regina Elena fece conoscenza dell’ambiente brindisino; quando ebbe bisogno di un cappello le fu presentata Gheisha Parigino, giovane modista alle prime armi, che rimase letteralmente sbalordita quando vide la Regina Elena disegnare velocemente una cloche (tipo di cappello in voga a quei tempi) a cui lei si limitò ad aggiungere un inserto di lapin nero.
Quotidiani furono i contatti del Duca d’Acquarone, ministro della Real Casa, con il sen. Antonio Perrino titolare dell’omonima farmacia, sia per l’acquisto di medicinali sia per scambiare qualche chiacchera. In quella sede ricordò al farmacista la ferma volontà di Umberto di rimanere a Roma per difendere la Capitale e di come egli stesso, insieme a Vittorio Emanuele, dovette faticare non poco per convincerlo a partire alla volta di Brindisi.
Secondo Badoglio, il vero artefice del trasferimento a Salerno fu il generale americano Joyce. Quando nel dicembre 1943, un bombardamento aereo tedesco fece scoppiare un deposito di munizioni poco distante dall’Hotel Internazionale in cui alloggiava il generale, ne rimase talmente impaurito che prese a dormire in un paese distante ben 4 ore di macchina da Brindisi. Per comodità, dunque, propose il trasferimento del governo a Salerno.

Il Re con la sua corte lasciò Brindisi all’alba dell’11 febbraio 1944.

Nella foto di copertina: Vittorio Emanuele III, nel cortile del Comando Marina, riceve il saluto dell’ammiraglio Rubartelli – Fototeca Briamo presso B.A.D.

Nostro intervento facebook del 9 maggio 2020 – Memorie della sig.ra Giulia Savoia

Come detto in precedenti occasioni, la città di Brindisi, dopo l’8 settembre 1943, cambiò completamente stile di vita.  Anche per chi viveva in città e povero non era, l’esistenza non fu facile. Importante, in questo senso, la testimonianza della signora Giulia Savoia in Zaccaria, proprietaria dell’omonimo edificio poi divenuto Palazzo Caravaglio, sito in piazza Vittoria angolo Corso Umberto I.

La breve intervista che raccontiamo è riportata nella mostra documentaria dell’AdS “Brindisi 1927-1943 da Capoluogo a Capitale..” e per noi è anche l’occasione per mostrare questa bella palazzina in stile liberty di inizio Novecento.

“Il nostro palazzo fu requisito la prima volta dal podestà, è quello che si trova su Corso Umberto, palazzo Caravaglio, ex Palazzo Savoia. Vi furono installate alcune aule scolastiche e la sede del Partito Monarchico mentre noi eravamo sfollati a Lecce. Quando mia madre si ammalò mi recai al Ministero per chiedere che mi fosse restituita la casa. Ero la più grande dei figli ed i miei fratelli erano tutti prigionieri all’estero. Ci fu concesso di tornare ma ci restituirono solo tre delle cinque stanze della nostra casa”.

Le altre stanze del palazzo Savoia in quei giorni erano occupate dal duca d’Acquarone e dal Ministero della Real Casa.

Bibliografia:

Testo estratto dal libro “Brindisi Capitale. La vita in città: ricordi e testimonianze, di Francesca Mandese” – dal libro “Brindisi capitale a metà. Settembre 1943 – Febbraio 1944”  ed inserito nella pubblicazione “Brindisi 1927-1943 da Capoluogo a Capitale…” pp. 93-100

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