Palazzo Ducale – Martina Franca (Ta)

La “Franca Martina”
“La tradizione ne assegna la fondazione, avvenuta fra il 1310 e il 1320, a Filippo d’Angiò, quartogenito di re Carlo II, nonché principe di Taranto. Costui sarebbe andato a Roma per omaggiare il papa del primo Giubileo, Bonifacio VIII (1294-1303) e, al rientro nei territori pugliesi, avrebbe provveduto alla risistemazione amministrativa ed economica del suo Principato. Sorse allora una nuova città fortificata sulle Murge, a cavallo fra Adriatico e Ionio.

Il nuovo insediamento intendeva raccogliere gente per coltivare terre abbandonate o boschive, consentendo così un migliore controllo della popolazione rurale, che veniva attirata entro le mura cittadine da privilegi di vario genere, secondo il tipico sistema delle bastides francesi.

Nel volgere di qualche anno, l’incaricato del principe, Francesco Monteleone, potè quindi munire adeguatamente una città capace di accogliere diverse migliaia di individui. Tutt’intorno, in una fascia di più di tre chilometri, nel 1317 Filippo concedeva agli abitanti martinesi piena autonomia, franca da ogni servitù, onde agevolare l’impianto di coltivazioni e pozzi. Più che “fondare”, verosimilmente a Filippo d’Angiò toccò “rifondare” Martina Franca su nuove basi politiche, amministrative e, forse, anche religiose: sia amplificando il culto per quel San Martino che la vulgata vorrebbe onorato in zona già dall’alto Medioevo, sia permettendo alla popolazione di “acquare, pascere, ghiandare” e “legnare” liberamente. Ma una tale libertà non durerà a lungo: nel 1353, re Roberto d’Angiò infeuderà Martina a Pietro del Tocco e, seppure dichiarati (al pari del feudatario) nel 1358 “veri domini et patroni” di un territorio allargato a cinquantamila ettari, i Martinesi non avranno più la possibilità di scampare a tasse e balzelli.” (1)

“Martina Franca nel sec. XV diventò poi feudo aragonese e nel sec. XVI ducato dei Caracciolo, nobile famiglia napoletana, che nella seconda metà del ‘600, con Petracone V, provvide all’edificazione dell’attuale Palazzo Ducale, sul luogo ove anticamente sorgeva il Castello degli Orsini.

Nel ‘700 la città conobbe il suo massimo splendore, che interessò una forte crescita economica, rivolta principalmente al settore agricolo e dell’allevamento, nonché un miglioramento dell’assetto urbano, che conferì un nuovo e spettacolare aspetto all’attuale nucleo antico martinese.” (2)

Il Centro storico
“È di grande fascino l’ingresso al centro storico.
Si scorge un’area compresa in uno spazio urbanistico triangolare, è piazza Roma; per entrarci si supera la Porta Santo Stefano, adattata ad arco trionfale per evocare la prodigiosa apparizione, nel giugno del 1529, di san Martino con uno stuolo di suoi cavalieri durante il sacco delle truppe mercenarie di Fabrizio Maramaldo e che le avrebbe messe in fuga precipitosa.

Piazza XX Settembre

Porta S. Stefano

Il pezzo forte dell’arredo decorativo dell’arco – scrivono Marinò e Marturano – è costituito dalla cimasa che, nella nervosa segmentazione, allude ad un timpano delimitato da due fiaccoloni sorretti da altrettante serpentine che si avvolgono verso l’interno comprimendo lo spazio. E sopra lo scudo dell’ordine, san Martino è sul cavallo nell’atto di spartire il mantello, mentre la riquadratura del fornice – sempre i due Autori – è rappresentata da paraste di sapore manieristico a cui si appoggiano i capitelli compositivi che nel loro insieme sembrano voler ripetere quel richiamo dall’ordine unico gigante di michelangiolesca memoria, che connota la facciata del palazzo ducale.

Cimasa
Prima Epigrafe ammurata sotto la porta
Seconda epigrafe

Lo sguardo coglie una aiuola, alcune alberi e la Fontana dei delfini degli inizi del Novecento.

Piazza Roma
Via confinante con Piazza Roma
Fontana dei Delfini

Immediatamente a sinistra, di bella fattura risulta essere il palazzo Nardelli, già Martucci.

Il termine palazzo, come vedremo nell’indicarne altri, è di uso frequente in Martina per sottolineare la qualità e il prestigio delle dimore signorili e l’immagine della città stessa.
Casa Nardelli è l’impronta di una città da ritrovare, perché permette di assaporare la estrosità in sintonia con il desiderio di eleganza, di garbo e di armonia, motivi tutti sottesi alla laudatici urbis. L’edificio rappresenta, ancora oggi, una delle più interessanti esperienze di barocchetto locale, ove sono visibili classiche lesene aggettanti, che si fondono con finestre decorate, soluzione spaziale e motivo architettonico di sicura originalità che permettono di creare un raccordo eclettico, pienamente aderente all’arte settecentesca.

Palazzo Nardelli già Martucci

Di fronte, inserito in una sorta di triangolo spaziale, si erge il Palazzo Ducale, seconda metà del Seicento, come annuncia l’iscrizione:
PETRACONUS V A FUNDAMENTIS EREXIT ANNO DNI MDCLXVIII che indica nel duca Petracone V Caracciolo il committente, il merito, il prestigio e la potenza politica ed economica.

Il Palazzo Ducale

“Palazzo Ducale oltre a rappresentare il simbolo del potere del ducato dei Caracciolo sulla città è soprattutto la metafora della svolta culturale e artistica della città, che passa dall’arte medievale per approdare a quella barocca.
Il progetto del palazzo fu firmato da un architetto bergamasco, Giovanni Andrea Carducci, residente a Martina da tempo, e avvallato dal celebre Gianlorenzo Bernini, allora soprintendente del Regno di Napoli, quindi incaricato di visionare tutti i progetti. La facciata si presenta in uno stile tardo-manieristico, infatti, è perfettamente scandita da elementi verticali e orizzontali che riecheggiano i grandiosi disegni dei palazzi romani.
Il piano della balconata coincide con la Galleria le cui sale furono affrescate ad arte da Domenico Carella nella II metà del XVIII secolo.
Agli inizi del Novecento i duchi Caracciolo-De Sangro avviarono la vendita del palazzo con tutti i suoi accessori, e fu così che nel 1928 buona parte del Palazzo Ducale divenne sede del Palazzo di Città e i restanti locali acquistati da facoltosi cittadini. Attualmente Palazzo Ducale è occupato dagli uffici comunali, dal tribunale, dalla biblioteca comunale “Isidoro Chirulli” e dal centro artistico musicale “Paolo Grassi” che ogni anno in estate, dal 1974 organizza il Festival della Valle d’Itria, uno dei Festival più apprezzati di musica lirica a livello internazionale. Il Festival è ospitato all’interno dell’atrio del Palazzo Ducale, che d’estate diventa una scala all’aperto in cui la perfetta acustica del luogo permette di riscoprire le grandi melodie del passato in uno scenario alquanto suggestivo.

Palazzo Ducale attualmente sede di Palazzo di città
Biblioteca Comunale
Uffici
Atrio del Palazzo Comunale

Le stanze, invece, accessibili alla visita e che esprimono un elevato patrimonio pittorico e culturale, sono le Sale della Galleria decorate a tempera nel 1776 da Domenico Carella, grande protagonista della stagione artistica del Settecento martinese.

Si tratta della Cappella ducale e delle Sale dell’Arcadia, del Mito e della Bibbia. Entriamo nella dimora ducale, percorrendo lo scalone di rappresentanza che si apre sulla destra dell’androne, e giungiamo davanti al portale barocco dell’antico Salone delle feste che oggi ospita la Sala del Consiglio Comunale.

Androne del Palazzo
Epigrafe dedicatoria all’artista Domenico (Antonio) Carella
Epigrafi dedicatorie a personaggi martinesi

Questo portale è ispirato all’arte leccese, come evidenziano chiaramente le due colonne tortili in gesso lavorato, avvolte da elementi fitomorfi e zoomorfi. Lateralmente, come si può costatare, ritorna la decorazione militare delle panoplie, identica a quella presente sulla trabeazione di ingresso; quasi a voler sottolineare l’autorità e la potenza del ducato dei Caracciolo. La parte superiore del portale si arricchisce di un’elegante cornice dentellata che alterna il motivo della foglia di acanto con quello di una delicata rosetta.

Portale barocco

Sala dei Duchi

La prima sala di accesso della Galleria ospita la Sala dei Duchi e conserva alcuni ritratti dei duchi Caracciolo. La casata dei Caracciolo era originaria di Buccino, nel salernitano, e rivestiva già il titolo di conte di Buccino, quando nel 1507 fu investita anche del titolo di duca di Martina.
Sulle pareti si possono ammirare i ritratti dei duchi Caracciolo. Si tratta di dipinti del Seicento di autore anonimo che riproducono alcuni eredi del casato diversificando gli attributi del viso e dell’abbigliamento. Nella parte bassa dei dipinti sono riportate le iscrizioni latine con il nome e l’anno. Il passaggio nelle stanze della Galleria avviene attraverso delle porte rococò, sagomate ad orecchio e decorate da conchiglie, volute e motivi floreali tinteggiate di verde e impreziosite da foglia d’oro.

 

Petracone V, Duca di Martina e Caggiano, Conte di Buccino e Brienza, Vicario Generale nelle Province Citra e Ultra, Marito di Isabella dei Duchi della Marca di Pescara e Vasto dal 1655

Petracone V, Duca di Martina e Caggiano, Conte di Buccino e Brienza, Vicario Generale nelle Province Citra e Ultra, Marito di Isabella dei Duchi della Marca di Pescara e Vasto dal 1655

Petracone II, Conte di Brienza, Gran Cancelliere e Consigliere del Re Alfonso e Barone di Molte terre, marito di Camilla Gesualdo dei Conti di Caggiano, morì nell’anno 1474

Petracone II, Conte di Brienza, Gran Cancelliere e Consigliere del Re Alfonso e Barone di Molte terre, marito di Camilla Gesualdo dei Conti di Caggiano, morì nell’anno 1474

Sergianni Caracciolo di Avellino, Conte di Venosa e Duca del Regno di Napoli, siniscalco e moderatore, morì nell’anno 1432

Sergianni Caracciolo di Avellino, Conte di Venosa e Duca del Regno di Napoli, siniscalco e moderatore, morì nell’anno 1432

Ricciardo Caracciolo, Gran Maestro dei Cavalieri di San Giovanni di Gerusalemme, morì a Gerusalemme nel 1395

Ricciardo Caracciolo, Gran Maestro dei Cavalieri di San Giovanni di Gerusalemme, morì a Gerusalemme nel 1395

Giacomo I, Conte di Brienza e Buccino, Duca di Caggiano e Barone di molte terre, Grande Cancelliere, Arbitro, moderatore del Re di Napoli, marito di Lucrezia del Balzo dei Conti di Alessano, morì nel 1498

Giacomo I, Conte di Brienza e Buccino, Duca di Caggiano e Barone di molte terre, Grande Cancelliere, Arbitro, moderatore del Re di Napoli, marito di Lucrezia del Balzo dei Conti di Alessano, morì nel 1498

Ferdinando Giovanni Battista, Duca di Martina e Marchese di Brienza, Conte di Buccino e Brienza, marito di Camilla Castriota dei Marchesi di Atripalda, morì nel 1647

Ferdinando Giovanni Battista, Duca di Martina e Marchese di Brienza, Conte di Buccino e Brienza, marito di Camilla Castriota dei Marchesi di Atripalda, morì nel 1647

(Petr)acone I Caracciolo, Gran Siniscalco della Regina Giovanna, marito (?) Brancaccio, morì nell’anno del Signore 1383 nel giorno 18 del mese di giugno

(Petr)acone I Caracciolo, Gran Siniscalco della Regina Giovanna, marito (?) Brancaccio, morì nell’anno del Signore 1383 nel giorno 18 del mese di giugno

Carlo, Duca di Martina, Conte di Brienza e Buccino e Marchese di Castellaneta, marito di Diana Loffredo dei Marchesi di Trevico, morì nel 1607

Carlo, Duca di Martina, Conte di Brienza e Buccino e Marchese di Castellaneta, marito di Diana Loffredo dei Marchesi di Trevico, morì nel 1607

Giovanni Battista, Duca di Martina e di Caggiano, Conte di Buccino e Brienza, Marchese di Castellaneta, marito di Isabella Acquaviva, figlia dei Principi di Caserta, morì nel 1628

Giovanni Battista, Duca di Martina e di Caggiano, Conte di Buccino e Brienza, Marchese di Castellaneta, marito di Isabella Acquaviva, figlia dei Principi di Caserta, morì nel 1628

 

Tela di autore e soggetto non identificati

La sala successiva si caratterizza per dipinti di rimando neoclassico inseriti all’interno di motivi floreali e ghirlande. Nei clipei, infatti, si intravedono le vedute di antiche città greche-romane, forse le testimonianze archeologiche che emersero dagli scavi di Ercolano e Pompei, tinteggiate di azzurro. Le pareti sono decorate da finta carta da parati dipinta con la predominanza delle tonalità rossastre.

Cappella Ducale

Segue la Cappella Ducale, dipinta da Domenico Carella nel 1776, e con la quale ha inizio il ciclo pittorico settecentesco più importante dell’antica dimora dei Caracciolo.

Qui si conserva un maestoso altare in pietra policroma e dorata, sul cui paliotto è scolpito il simbolo dell’unione matrimoniale fra i Caracciolo e i Pignatelli; rispettivamente il leone rampante e le tre pignate. I dipinti di questa cappella, a sinistra, rappresentano San Gennaro con l’ampolla di sangue e affianco la Madonna del Carmine. Di fronte, a destra, si collocano San Martino in abiti vescovili con il grappolo di uva e le Anime del Purgatorio. La volta rappresenta i Simboli dell’eucarestia. Molto interessante è il Cristo Crocifisso (XVIII secolo) in legno dipinto, la cui l’espressione, priva di pathos, esprime calma e serenità anche nel momento tragico del trapasso.

Domenico Carella, Cappella Ducale dipinta nel 1776
Volta con i simboli dell’Eucaristia
Crocifisso in legno del XVIII secolo
Paliotto con i simboli delle famiglie Caracciolo-Pignatelli
San Martino in abiti vescovili con il grappolo di uva e le Anime del Purgatorio
San Gennaro con l’ampolla di sangue e affianco la Madonna del Carmine

Volta con i simboli dell’Eucaristia

Sala dell’Arcadia

Siamo nella Sala dell’Arcadia, dipinta interamente a tempera da Domenico Carella nel 1776, dietro commissione del duca di Martina, Francesco III Caracciolo. La scritta DOMENICUS CARELLA F(ecit) 1776, (Domenico Carella dipinse nel 1776), è riportata sul sottovolta in direzione della finestra all’interno di una conchiglia illuminata da un angelo con una fiaccola.

Domenico Carella (1721-1813) nacque a Francavilla Fontana (Brindisi), si formò a Napoli presso la bottega del Solimena e poi si trasferì a Martina dove iniziò a dipingere sia per la committenza ducale, religiosa e signorile.

Questa sala è detta dell’Arcadia poiché si ispira al movimento culturale seicentesco che si diffuse in tutta Italia, proponendo il recupero della cultura classica e dell’arte in alternativa all’esuberanza stilistica delle meraviglie del barocco.

Il pittore ritrae la corte dei Caracciolo in una scenografia agreste e bucolica circondata da pastori e pastorelle (così erano detti i partecipanti all’Arcadia), dediti all’arte in ogni sua manifestazione.

Il riquadro sulla destra raffigura al centro il duca Francesco III, che con fare accogliente, sembra quasi volerci invitare a partecipare all’otium intellettuale della sua corte. Sull’angolo di destra, seduta, c’è la contessa Stefanina Pignatelli, moglie del duca, che si distingue per la sua acconciatura alla Fontange, alta ed elegante. Tutto il riquadro è allietato da ballerini, musicisti e attori che si muovono nella scena fra antichi monumenti; esedre, statue montate sui piedistalli alti e avvolti da una vegetazione lussureggiante e florida.

La scuola di ballo: il duca Francesco III Caracciolo saluta gli ospiti fra due musici girovaghi con flauto e corno, un cavaliere esegue un passo di danza con la duchessa Stefanina Pignatelli, un buffo cinese chiacchiera con un’ancella, un’ancella conversa con la sorella del duca, la duchessa Isabella D’Avalos, seduta con il cane, domina la scena.

Sul riquadro della parete opposta, si scorge sulla destra, la figura raffinata di Isabella d’Avalos, madre del duca Francesco III, circondata da musicisti che accompagnano i virtuosissimi vocali di un soprano e da diversi artisti. Fra questi si distingue Giambattista Lanucara (1745-1835), medico e poeta locale, steso sul prato, al centro della composizione, intento a comporre i suoi versi. Di fianco c’ è un bambino, sicuramente trattasi di Petracone VII, futuro duca di Martina accompagnato dal suo precettore. Alle sue spalle si apre la visione prospettica di un arco con un palazzo, forse si tratta di una reinterpretazione pittorica dell’Arco di Santo Stefano e del Palazzo Ducale in prospettiva.

La scuola di canto: due eleganti violinisti, il duca Francesco III di spalle con la duchessa Isabella D’Avalos imparruccata, la duchessa Stefanina Pignatelli con ancella, la lettura della poesia alla dama, il poeta Giovanbattista Lanucara con il libro, il precettore e il duchino Petracone VII. Due monelli si affacciano a curiosare dal muretto.

Negli spazi sopra le porte, lateralmente alla finestra e al balcone, ci sono dei riquadri monocromatici che omaggiano l’arte in ogni sua forma: la pittura, la musica, la poesia, la scienza ecc.

 

La Scienza
La Poesia
La Musica
La Pittura

Negli ovali, le virtù femminili

Le virtù femminili: danzatrice con Pierrot
Le virtù femminili: suonatrice d’arpa
Le virtù femminili: coppia di casti amanti
Le virtù femminili: la Filatrice

Il sottovolta riproduce le quattro stagioni in maniera allegorica. L’Autunno è impersonificato da un contadino con una brocca di vino; la Primavera è raffigurata da una leggiadra donzella; seguono sulla parete opposta l’Inverno con un uomo vecchio che si riscalda al braciere e l’Estate con una fanciulla che regge un fascio di grano. Il soffitto riproduce al centro l’Apoteosi di Ercole. E’ raffigurato Ercole che tirato da Mercurio (identificabile dall’elmo alato e dal caduceo) sta per ricevere in sposa Ebe, figlia di Zeus e simbolo dell’eternità. L’unione viene celebrata da Apollo, si riconosce dalla corona di alloro e dalla lira, oltre che dall’alone giallognolo che avvolge interamente la figura. Sotto questo gruppo ci sono le Muse ispiratrici dell’arte e in basso si scorge il cavallo alato di Pegaso che fa scaturire dai monti dell’Elicona la sacra fonte di Ippocrene, fonte ispiratrice della poesia. Ogni angolo dello spazio murario è completamente dipinto da un finto effetto di cornici e di medaglioni con volute e girali, creando una scenografia illusionistica di grande effetto in cui predominano le tonalità rossastre.

L’Autunno con la brocca
La Primavera
L’Inverno che si riscalda
L’Estate con le messi
Sulla volta: l’apoteosi d’Ercole ed Ebe presentati ad Apollo da Mercurio. Pegaso, il cavallo alato, con lo zoccolo fa scaturire dal monte Elicona la fonte Ippocrene. Tre Muse suonano il flauto sul Parnaso.

Sala del Mito

La sala successiva è chiamata Sala del Mito, detta anche delle Metamorfosi di Ovidio, dato che l’iconografia pittorica si ispira al testo del poeta latino.

Iniziamo la lettura della pellicola pittorica partendo dalla parete di destra che raffigura la Fuga di Enea da Troia in fiamme. Si riconosce la figura corpulente di Enea che salva il padre Anchise portandolo in spalle lontano dal rogo dell’incendio che ormai sta dilaniando la città di Troia. Il padre stringe nelle mani le statuette degli dèi Penati, protettori della famiglia. Ai piedi di Enea, con il viso paffuto di un puttino, si distingue il figlio di Enea, Ascanio, mentre dall’altra parte con il capo chino e mortificato si riconosce Creusa, moglie di Enea, che si smarrirà durante l’incendio. La città in fiamme, che fa da sfondo, sembra uno scorcio sei-settecentesco di Roma in cui si intravede chiaramente una colonna coclide. E’ evidente l’ispirazione della scena al dipinto dell’Incendio del Borgo (1514) di Raffaello nelle Stanze del Vaticano.

Enea e Anchise. Enea, quando Troia fu incendiata, trasse in salvo il padre Anchise e il figlio Ascanio ma perse la moglie nell’oscurità

Proseguendo sulla parete di fondo si individua il mito di Atalanta e Ippomene. Il mito racconta di Atalanta, una bellissima fanciulla velocissima nella corsa, che sfida tutti i suoi pretendenti. Ippomene, follemente innamorato di Atalanta, dietro suggerimento di Venere, scaglia per terra, durante la corsa, tre pomi d’oro. La fanciulla, adescata dai pomi, arresta la sua corsa e si fa superare dallo sfidante che poi sposerà.

Atalanta e Ippomene. Atalanta vinceva tutti i suoi pretendenti nella corsa. Ippomene la sfidò e, per farle perdere tempo, fece cadere tre pomi d’oro. Atalanta si chinò per raccoglierli e fu battuta

Lateralmente compaiono delle figure tipiche di un contesto bucolico-pastorale con rimando ai pastori e alle pastorelle della Sala dell’Arcadia. Sulla parete successiva si riconosce un mito classico di ispirazione berniniana; Apollo e Dafne. Il Dio del sole cerca di prendere con la forza Dafne, una bellissima ninfa, mentre questa chiede al padre Peneo, divinità del fiume, raffigurato ai suoi piedi, di essere trasformata in una pianta di alloro pur di difendere la sua illibatezza. E così le dita della mano e del piede iniziano la lenta metamorfosi in una pianta di alloro, che diventerà da questo momento molto cara ad Apollo.

Apollo e Dafne. Apollo stava per raggiungere Dafne che, per sfuggirgli, con l’aiuto del padre Peneo ottenne la metamorfosi in alloro.

Sulla parete collocata fra le due porte che conducono sulla balconata, si riconosce Esione ed Ercole. Esione porge una corona di alloro ad Ercole come ringraziamento per averla salvata dalle fauci del drago, stramazzato per terra.

Ercole ed Esione. Esione doveva essere sacrificata ad un mostro marino, perché suo padre Laomedonte, re di Troia, non aveva pagato, ad Apollo e a Nettuno, il compenso pattuito per la costruzione delle mura. Ercole uccise il mostro e liberò Esione.

E ora volgiamo lo sguardo verso l’alto. Nel sottovolta, in direzione del caminetto, troviamo Narciso che si specchia nella fonte e affianco ha Pan e Siringa. Narciso è un bellissimo fanciullo che finirà per innamorarsi della sua figura riflessa nell’acqua al punto da suicidarsi. Affianco vi è il mito del satiro Pan che innamorato della ninfa Siringa, la rincorre in mezzo al canneto. Ma la ninfa, non ricambiando lo stesso sentimento, chiede al padre di essere trasformata in una canna. Da quella canna Pan ricavò il flauto o siringa di Pan e da allora non si separò mai più dalla sua amata.

Pan e Siringa. La ninfa Siringa, inseguita da Pan, invocò aiuto e fu trasformata in canne palustri. Pan, con le canne, fece un flauto che chiamò siringa. Narciso alla fonte. Narciso, per aver respinto l’amore della ninfa Eco, fu condannato ad innamorarsi della sua immagine, riflessa nell’acqua.

Sul lato opposto, sempre nel sottovolta, vi è sulla destra l’episodio di Nesso che rapisce Deianira. Il centauro Nesso ha rapito Deianira, la moglie di Ercole, e in lontananza l’eroe immortale sta per scoccare un dardo contro il centauro. Affianco, sulla sinistra si distinguono le figure di Piramo e Tisbe. L’episodio narra la storia di due giovani innamorati contrastati dalle rispettive famiglie. Sono costretti ad incontrarsi di nascosto e così sul luogo dell’appuntamento giunge Tisbe che viene assalita da una leonessa, riesce a mettersi in salvo ma lascia cadere il suo velo che la belva afferra lacerandolo e imbrattandolo di sangue. Arriva Piramo sul luogo dell’appuntamento, riconosce il velo della sua amata, e credendo che la belva l’abbia uccisa, estrae la sua spada e si uccide. Dopo un po’ ritorna Tisbe che di fronte alla morte del suo amato decide di uccidersi con la stessa spada.

Piramo e Tisbe. Piramo e Tisbe si incontravano in segreto. Tisbe, per sfuggire ad una leonessa, perse il velo che Piramo trovò in brandelli. Piramo, pensando che Tisbe fosse morta, si trafisse con la spada. Tisbe, tornata sui suoi passi, alla vista di Piramo morto, si gettò anche lei sulla spada. Ercole e Nesso Il centauro Nesso, mentre traghettava Deianira, tentò di usarle violenza. Ercole l’uccise con una freccia.

La volta invece è dominata dal grande Carro del sole infuocato trainato da Apollo, simbolo della continuità della vita e della poesia. Curioso è l’inserimento nel sottovolta di due cinesini. Si tratta di una palese “contaminatio” orientale che iniziava a serpeggiare fra i pittori di fine Settecento.

Sulla volta il Carro del Sole
Cinese che brucia l’incenso
Cinese che fuma l’oppio

Sala della Bibbia

L’ultima sala dipinta da Domenico Carella nel 1776 è la Sala della Bibbia e questa volta il pittore si ispira ad episodi dell’Antico Testamento e nello specifico alle storie di Tobia padre e del figlio Tobiolo.

Per seguire l’ordine cronologico diamo inizio alla lettura delle tempere partendo dal sottovolta rossastro che si trova in alto a destra. Qui si raffigura Tobia che seppellisce i suoi cittadini che morivano in guerra contro gli Assiri.

Sul sottovolta di fronte, a sinistra, vi è la Partenza di Tobiolo con l’Arcangelo Raffaele. Si riconosce il padre Tobia, seduto ad un angolo, che invita suo figlio Tobiolo a recarsi a casa di un suo amico al quale aveva affidato del denaro. E inoltre suggerisce al figlio di farsi accompagnare da una guida durante il viaggio. La guida scelta è l’Arcangelo Raffaele, ma Tobiolo ignora la sua vera identità.

La storia prosegue sul riquadro grande a destra in cui si raffigura l’Incontro fra Tobiolo e Sara. Tobiolo è accolto dalla famiglia dell’amico di suo padre che aveva custodito il denaro dato in prestito e si innamora della figlia: Sara. La fanciulla è dipinta a ridosso del pozzale. Ma Tobiolo è titubante alle nozze, perché la fanciulla si è sposata per sette volte e per tutte e sette le volte è rimasta vedova durante la prima notte di nozze perché afflitta dal maleficio del demone Asmodeo.

L’Arcangelo Raffaele lo incoraggia e tramite una poltiglia fatta dal fegato e dal cuore di un pesce, catturato durante il viaggio nel fiume Tigri, riesce a scacciare il demonio che attanagliava lo spirito della fanciulla. Questo episodio, ossia l’Arcangelo Raffaele e Tobiolo sulla riva del fiume Tigri è riprodotto su una tela conservata presso il transetto sinistro della Basilica di San Martino, attribuita allo stesso Carella.

Dopo la guarigione di Sara, Tobiolo felicemente sposato ritorna a casa dal padre – siamo passati al riquadro sulla parete di sinistra – dove Tobiolo guarisce il padre dalla cecità con il fiele.

Tobiolo con l’arcangelo Raffaele guarisce Tobia. Tobia viveva a Ninivè con la moglie Anna e il figlio Tobiolo, dedicandosi a dare giusta sepoltura alle vittime del re. Divenuto cieco, ordinò al figlio di mettersi in viaggio per ritirare il denaro che gli era dovuto. Tobiolo, con l’arcangelo Raffaele come compagno di viaggio, partì, nonostante la disapprovazione della madre. Giunti a un fiume, Tobiolo uccise un grosso pesce, ne estrasse gli organi e, con il fiele cosparso sugli occhi, guarì il padre dal glaucoma.

Proseguiamo con la lettura delle altre scene. Sulla sinistra della porta che conduce sulla balconata è raffigurato l’Incontro di Jephte con sua figlia Ester, mentre sulla destra si descrive Abigail che rende omaggio a Davide. La prima storia narra dell’incontro fra il padre vittorioso contro gli Ammoniti e la figlia Ester che per dover di stato sarà sacrificata dallo stesso padre.

Jefteh e la figlia. Jefteh, valoroso guerriero israelita, quando andò a combattere contro gli ammoniti, promise a Dio che, se gli avesse concesso la vittoria, avrebbe sacrificato la persona che per prima avesse varcato la porta per accoglierlo. Tornato vincitore, vide la figlia venirgli incontro danzando. Jefteh mantenne la parola data ma, prima la figlia trascorse due mesi errando e piangendo la sua verginità.

Nella seconda storia si racconta di Abigail che prudentemente offre del vino e dei pani a David al fine di arrestare le sue intenzioni bellicose contro il suo popolo.

Davide e Abigail. Un ricco possidente si rifiutava di cedere alle richieste di Davide e questi decise di punirlo. Abigail, la moglie dell’uomo, per evitare la punizione al marito, offrì a Davide il cibo richiesto. Dopo che Abigail raccontò l’accaduto al marito, questi morì ed ella sposò Davide.

 

Sulla parete dove si colloca la porta che conduce nelle altre stanze, si distingue a destra Rebecca al pozzo che riceve in dono una collana di perle essendo stata scelta come moglie per Isacco dal servo di Abramo, Eliezer.

Rebecca e Eliezer. Abramo inviò il servo Eliezer in Mesopotamia per cercare una moglie per il figlio Isacco. Eliezer, giunto ad un pozzo, scelse Rebecca, la giovane che aveva dato da bere a lui e ai suoi cammelli. Le offrì doni e la condusse da Isacco, che la prese in moglie e l’amò.

A sinistra invece si riconosce Mosè salvato dalle acque, solo che l’ambientazione è tipicamente settecentesca, anziché essere egiziana.

Mosè e la figlia del Faraone. La madre di Mosè, per salvare il figlio dalla persecuzione del Faraone, lo pose in una cesta e lo nascose tra le canne del Nilo. La figlia del Faraone trovò il bambino e, come aveva proposto la sorella di Mosè, lo affidò ad una nutrice – la stessa madre – perché lo allattasse.

Sulla porta è raffigurato in maniera monocromatica Giuditta con la testa di Oloferne, citazione esplicita del noto dipinto del Caravaggio.

Giuditta mostra la testa di Oloferne. Giuditta fece invaghire di sé Oloferne, il generale assiro che assediava gli ebrei. Durante il sonno provocato dall’ebbrezza, ella recise il capo di Oloferne, lo nascose in un cesto e poi lo mostrò al popolo di Betulia.

La volta è dominata dalla Vittoria del Bene contro il Male. Allegoricamente il Bene è raffigurato da una donna giunonica e solare che scaccia il Male. Quest’ultimo allegoricamente è impersonificato da una figura deforme con il viso imbruttito che viene spinta in basso da un angelo con una torcia in mano.

Sala della Riconciliazione

Seguono altre due sale: la Sala della Riconciliazione, dipinta con l’effetto del finto pergolato e delle tende a muro

 

Sala degli Stemmi

La Sala degli Stemmi, con l’effigie di Martina Franca in alto a destra e quella di Taranto in alto a sinistra. Dalla finestra si può ammirare un meraviglioso panorama della Valle d’Itria.” (3)

Arma araldica di Martina F.
Arma araldica della provincia di Taranto
Aristofane, figlio di Filippo del demo di Cidateneo, è stato un commediografo greco antico, uno dei principali esponenti della Commedia antica insieme a Cratino ed Eupoli, nonché l’unico di cui ci siano pervenute alcune opere complete. (Wikipedia)
Aristosseno, figlio di Spintaro, (allievo di Socrate), fu da questi e dal padre avviato alla musica e alla filosofia. S’interessò alla dottrina pitagorica, per poi diventare discepolo di Lampo Eritreo, di Senofilo e infine uno dei principali allievi di Aristotele: infatti ebbe l’incarico di tenere nella sua scuola lezioni di musicologia. Aspirò alla successione del maestro e la nomina di Teofrasto alla direzione della scuola peripatetica, dopo la morte di Aristotele, fu la profonda delusione della sua vita. Infatti si trasferì a Mantinea, una città del Peloponneso famosa per la diffusione della musica, dove visse per molti anni, ebbe molti discepoli detti Aristosseni e fu consigliere del re Neleo. (Wikipedia)
Antico confessionale da restaurare
Veduta della Valle d’Itria
Infilata di porte

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Altre Sale da restaurare

 

 

Si ringrazia:

  • l’amico Mario Carlucci per la collaborazione;
  • il Comune di Martina Franca per aver consentito la visita;
  • l’Impiegata al Ricevimento che ci ha accompagnato, per averci segnalato con attenzione e cura tutti i punti di maggior rilevanza che hanno consentito la buona riuscita del servizio

Nota: tutte le didascalie sono state tratte dalle istruzioni esplicative messe all’ingresso di ogni sala elaborate a cura dell’Ufficio Cultura e dall’Associazione Ecomuseale di Valle d’Itria – Sez. di Martina Franca

Bibliografia/Sitigrafia:

(1) Vito Bianchi -Bari, la Puglia e la Francia, Adda editore

(2) http://www.comunemartinafranca.gov.it/index.php?option=com_content&view=article&id=166&Itemid=174&lang=it&skin=white&size=80

(3) http://www.comunemartinafranca.gov.it/index.php?option=com_content&view=article&id=1217:2-palazzo-ducale&catid=136&Itemid=175&lang=it&skin=white&size=80

3 commenti

  1. Complimenti per l’ottimo servizio,due cose,il Crocifisso è stato messo in risalto grazie al sottoscritto era sparito ew fatto rimettere al suo posto,che cappella sarebbe stata? 2* La veduta sulla valle è deturpata dal protubero ben evidenziato al centro della foto,che ha tolto il panorama su Locorotondo denunciato e’ tutti silenti causa trasformazione ex cinema Bellini,un vero peccato causa scelleratezze umane avendo posizionato un ascensore esterno inutile.

    1. Grazie

  2. Sempre molto ben documentato.
    Puoi ridarmi la tua mail?

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