L’Appia ritrovata di Paolo Rumiz – In cammino da Roma a Brindisi

“Il mio amico aveva già preso posto in carrozza. Mi precipitai al suo fianco con la fretta d’uno scolaro che parte per le vacanze, o d’un prigioniero che corre verso la libertà e al tramonto, partimmo al trotto di sei fra i più vigorosi cavalli, per Monopoli, dove dovevamo giungere in meno di quattro ore. Facevamo a ritroso il viaggio di Orazio, costeggiando da Brindisi a Roma quella via Appia (*) da lui seguita da Roma a Brindisi. / È un’opera degna di attenzione quella alla quale si deve questo percorso, che tanti secoli non hanno potuto distruggere e contro il quale tanti carri sono venuti meno. Costruita con enormi blocchi di pietre, le cui forme irregolari s’incastrano le une nelle altre, la via si potrebbe considerare opera dei ciclopi. Per prima cosa avevamo ammirato la sua solidità; ben presto un qualche inconveniente si aggiunse alla nostra ammirazione. Trasportata dai cavalli di gran carriera, la vettura urta contro uno dei massi che pavimentano l’indistruttibile selciato, l’asse cigola e si rompe, ed eccoci in piena notte costretti a fermarci sulla strada, alla stessa distanza dalla città da cui venivamo e da quella verso cui andavamo. (Antoine-Vincent Arnault, scrittore francese dell’800 proveniente da Corfù, ove era stato con incarico politico-militare datogli da Napoleone; in Cronaca dei Sindaci di Brindisi II – 1787-1860 di R. Jurlaro pp. 98-102)”

(*) Facendo un errore che viene ripetuto comunemente, il visitatore francese Antoine-Vincent Arnault scambia per la via Appia la via Traiana (o Egnazia), che fu un’antica strada romana che collegava Benevento a Brindisi. Aperta al transito nel corso del II secolo d.C. quale variante alla via Appia Antica si distingueva per essere un po’ più lunga ma anche più comoda.

Le motivazioni del viaggio

Certamente è stato più facile del previsto per Paolo Rumiz, giornalista e scrittore, mettere d’accordo tanti amici intorno ad un progetto così originale ed avventuroso ma anche faticoso e per certi versi pericoloso, quale quello di percorrere a piedi la vecchia “Regina viarum”  da Roma a Brindisi. Sono tutti studiosi, appassionati  della storia e dell’ambiente, dalle dichiarazioni di Riccardo Carnovalini (guida e fotografo), Paolo Rumiz (giornalista), Alessandro Scillitani (film-maker), Irene Zambon (assistente alla logistica e cartografia) si capisce che hanno tutti un fine comune: “… la restituzione alla Res Publica di un bene scandalosamente abbandonato, ma ancora capace – dopo 23 secoli – di riconnettere il Sud al resto del Paese e indicare all’Italia un destino”.

Antonio Politano, fotografo e giornalista, definisce così questa piccola avventura:

” Quel che cercavo era la Linea, raccontare frammenti di quel che restava dopo ventiquattro secoli di quella strada tracciata dritta, senza curve da imboscata, per espandersi e colonizzare: il paesaggio e i suoi abitanti, le mirabilia e gli scempi, storie. Venti giorni tra andata e ritorno Roma-Brindisi-Roma, oltre 1.600 chilometri, tra basolati sopravvissuti, asfalti dominanti, sterrati laterali, statali e tangenziali, anfiteatri e archi di trionfo, immondizia e sfregi, feste di matrimonio e complessi siderurgici, devote in navate barocche e studenti in grotte rupestri, sikh nelle serre e uliveti accanto al tracciato, prostitute in vie laterali e gladiatori davanti a monumenti, pale eoliche e centri per vacanzieri. Partendo da Cecilia Metella, passando per la campagna romana, costeggiando il litorale laziale, superando il Garigliano al confine con la Campania, sui monti Aurunci, oltre le Forche Caudine, Benevento e Capua, giù per le grandi distese della Puglia fino al mare malato di Taranto e quello di confine di Brindisi, uscio d’Oriente. Dal centro-Capitale verso il Tacco dello Stivale, una piccola avventura. Alcune di quelle immagini sono poi finite in mostra e ora qui.”

Le potenzialità nascoste in questo viaggio, che ha avuto il merito di far conoscere le attuali condizioni di questa antica strada, non sono sfuggite alla politica che, attraverso le parole del ministro dei beni e delle attività culturali pro-tempore Dario Franceschini, dice:

“Un racconto suggestivo e al contempo incalzante che ha portato alla luce il lavoro che si sta compiendo, grazie anche alle risorse ora disponibili, per ripristinare ove possibile e valorizzare l’antico tracciato romano.  Si tratta di un percorso che unisce territori in cui non arrivano turisti stranieri, rivaluta il Mezzogiorno, recupera un patrimonio archeologico unico: tre elementi fondamentali per lo sviluppo di quel turismo diffuso capace di divenire il traino della crescita sostenibile del territorio”.

L’esplorazione

Il viaggio di avanscoperta dell’Appia Antica si è concluso il 13 giugno 2015, a 2327 anni dall’inizio dei lavori, dopo 611 chilometri, 29 giorni di cammino e circa un milione di passi.

Nell’agosto dello stesso anno il racconto dell’avventura è uscito a puntate su La Repubblica. In settembre il quotidiano ha diffuso la storia in tre DVD dal titolo “Il cammino dell’Appia antica”. Ma il lavoro di riscoperta si compie solo ora, con la messa in rete dell’itinerario, la pubblicazione del libro sul viaggio a opera di Feltrinelli e con questa mostra voluta dalla Società Geografica Italiana.

La Mostra a Brindisi

La mostra di Brindisi è promossa dalla Regione Puglia – Assessorato Industria Turistica e Culturale, Gestione e Valorizzazione dei Beni Culturali e prodotta dalla Società Geografica Italiana, in collaborazione con il Polo Biblio Museale di Brindisi e la Fondazione Nuovo Teatro Verdi. Ha inoltre ottenuto il patrocinio del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo e del Comune di Brindisi.

Allestita nel foyer del Nuovo Teatro Verdi di Brindisi, è stata inaugurata sabato 14 luglio e resterà aperta al pubblico fino al 28 ottobre 2018.

Fa tappa anche a Brindisi quindi la mostra fotografica, documentaria e multimediale dal titolo “L’Appia ritrovata. In cammino da Roma a Brindisi”, una mostra che riscopre e racconta il percorso della prima grande via europea, da Roma a Brindisi, percorsa a piedi nell’estate 2015 da Paolo Rumiz, Riccardo Carnovalini, Alessandro Scillitani e Irene Zambon. Per l’occasione è stata accompagnata da questa nota

Una nota del MiBAC (Ministero per i beni e le attività culturali)

Inaugurata a Roma nell’Auditorium, la mostra rievoca il percorso della Regina viarum.

“La via consolare fu il tramite per diffondere i principi della civiltà romana, lo strumento che fisicamente collegò il “centro del Potere” con i luoghi strategici della penisola. Appio Claudio nei cinque anni della sua censura tracciò la via da Roma a Capua per 132 miglia. L’Appia fu la linea lungo la quale marciò il temuto esercito romano, ma anche la via della condivisione, degli scambi culturali, dei traffici. La triste strada lungo la quale giungevano a Capua gli schiavi e i gladiatori, dove i 6.000 compagni di Spartaco vennero crocifissi atrocemente e simbolicamente esposti a mo’ di monito. Il selciato calcato da Paolo di Tarso e dai primi apostoli che, con la loro testimonianza, segneranno la fine dei culti pagani e delle religioni misteriche. (..)
Paolo Rumiz e compagni hanno intrapreso il loro viaggio – conclusosi il 13 giugno 2015 dopo 611 chilometri, 29 giorni di cammino e circa un milione di passi – con l’idea di tracciare finalmente il percorso integrale della madre di tutte le vie, dimenticata in secoli di dilapidazione, incuria e ignoranza. L’Appia.
Ora sono essi stessi a raccontare un’avventura che definiscono “magnifica e terribile, terrena e visionaria, vissuta attraverso meraviglie ma anche devastazioni, sbattendo talvolta il naso contro l’indifferenza di un Paese cinico e prono ai poteri forti, ma capace di grandi slanci ospitali e di straordinari atti di resistenza “partigiana” contro lo sfacelo”.

“È compito di ciascuno di noi, come cittadini, – spiegano – restituire alla Res Publica questo bene scandalosamente abbandonato, ma ancora capace – dopo ventitré secoli – di riconnettere il Sud al resto del Paese e di indicare all’Italia il suo ruolo mediterraneo. Appia è anche un marchio, un “brand” di formidabile richiamo internazionale. Un portale di meraviglie nascoste decisamente più vario e di gran lunga più antico del Cammino di Santiago.

La mostra ci accompagna sui Colli Albani, sotto i Monti Lepini con le fortezze preromane sugli strapiombi, lungo i boscosi Ausoni che hanno dato all’Italia il nome antico e ai piedi dei cavernosi Aurunci dalle spettacolari fioriture a picco sul mare. Ci guida nella Campania Felix, sui monti del Lupo e del Picchio e gli altri della costellazione sannitica, nell’Italia dimenticata degli Osci, degli Enotri e degli Japigi fino all’Apulia della grande sete.
In questo itinerario, Paolo Rumiz e compagni non sono stati soli, ma hanno avuto altri compagni d’avventura, da citare in ordine di chilometri percorsi: Marco Ciriello, Sandra Lo Pilato, Michaela Molinari, Mari Moratti, Barsanofio Chiedi, Settimo Cecconi, Giulio e Giuseppe Cederna, Giovanni Iudicone, Franco Perrozzi, Cataldo Popolla, Andrea Goltara e Giuseppe Dodaro,con la partecipazione straordinaria di Vinicio Capossela.

La mostra consente di rivivere questa affascinante riscoperta attraverso le fotografie di Riccardo Carnovalini integrate da un reportage di Antonio Politano realizzato per il National Geographic Italia e da istantanee estratte dai filmati “on the road” di Alessandro Scillitani.
Nel percorso espositivo, curato da Irene Zambon, con testi e didascalie di Paolo Rumiz, anche alcune immagini dei viaggi di Luigi Ottani sui confini dei migranti e dei sopralluoghi di Sante Cutecchia sulla Regina Viarum, oltre ai filmati di Alessandro Scillitani e le musiche e le installazioni audio di Alfredo Lacosegliaz. Completano il percorso un apparato cartografico curato da Riccardo Carnovalini e Cesare Tarabocchia e il materiale documentario conservato negli Archivi della Soprintendenza Speciale per il Colosseo, il Museo Nazionale Romano e l’Area Archeologica di Roma – Capo di Bove e della Società Geografica Italiana, come fotografie, cartoline d’epoca, mappe antiche e moderne.”

Sala I

Lo schema orografico dell’Italia centro-meridionale

tracciato a viaggio concluso da Paolo Rumiz – aiuta a capire la linea di penetrazione dell’Appia attraverso il complesso crinale appenninico

Andare a Sudest
Mentre ci arrivava notizia degli eserciti di Siriani e Afghani in viaggio verso l’Europa dei ricchi, noi ci scoprivamo un po’ simili a loro. Poiché camminavamo, la gente ci guardava alla stessa maniera.Solo una cosa ci rendeva immediatamente diversi. Marciavamo nella direzione contraria. Andavamo a Sudest. Cercavamo i mondi che l’Europa allontanava da sé: la Grecia, il Nord Africa, il Medio Oriente. Gli stessi che Roma aveva pacificato con la legge e le legioni. Sul promontorio di un’Europa che perdeva l’anima, ogni nostro passo calpestava le macerie di un magnifico equilibrio infranto, di una koiné perduta.

La Madre di tutte le vie
Non è vero che tutte le strade portano a Roma.
È più giusto dire che “tutte le strade partono da Roma”. Il conteggio delle miglia inizia e non termina in questo straordinario punto zero.
La mappa delle vie consolari è una ragnatela di canali linfatici fatti per innervare le periferie, non il contrario.
In questa rete l’Appia è la Numero Uno, la Madre di tutte le vie.
La Regina Viarum.
La linea originale è lunga trecentosessanta miglia, pari a 533 chilometri, ma il tracciato percorribile si è allungato fino a 611 chilometri per gli ostacoli cresciuti negli anni dello spreco.
E’ una direttrice indiscutibile, incurante dei dislivelli, costruita col sangue e il sudore di migliaia di sconosciuti. Il segno d’imperio di un cieco di nome Appio Claudio, che a partire dal 312 a.C. ne fa costruire la prima parte fino a Capua nel segno del rettilineo. Tracciare una linea è un atto sacrale che conferisce a chi lo compie un rango superiore, un po’ come Romolo che diventa “rex” disegnando i confini di una città. Le altre vie arriveranno dopo.
Si chiameranno Cassia, Popilia, Flaminia, Emilia, Tiburtina-Valeria.
Alla fine del secondo secolo d.C. la rete raggiungerà le 53 mila miglia dalle terre iperboree di Scozia ai confini della Persia, dalle coste atlantiche di Spagna alla Selva di Teutoburgo in Germania, dai deserti della Libia alle nevi del Caucaso.
Il sistema stradale migliore del mondo.

Il tratto romano e la tutela infinita

Fallito il grande progetto della fine dell’800 di costituire una zona monumentale, dal Campidoglio ai piedi dei Castelli Romani, l’Appia viene tagliata fuori dalla continuità con il suo originario contesto e affidata a un inarrestabile declino.
L’interesse straordinario che la cultura moderna ha rivolto all’Appia e le denunce incessanti di Antonio Cederna dal 1953 in poi, hanno fatto sì che se ne sancisse la salvaguardia integrale nel Piano Regolatore della città del 1965, per l’eccezionale interesse culturale, universalmente riconosciuto al complesso archeologico dell’Appia Antica, con la determinazione di porre fine alle gravi ferite procurate dalle nuove costruzioni, ville e strade e destinando l’intero ambito a Parco Pubblico, per il godimento della collettività.
L’inerzia delle amministrazioni pubbliche e il prevalere di interessi privati, a danno dell’interesse pubblico, hanno lasciato che l’Appia romana si trasformasse in un quartiere di residenze esclusive, alle quali l’antico conferiva un fascino speciale. E tante sono ancora le ferite da risanare: un abusivismo diffuso e inarrestabile, i condoni che, in una gestione ambigua, hanno legittimato e rischiano di sanare sfregi al patrimonio di interesse culturale e all’agro romano, qui preservato miracolosamente dalla trasformazione urbanistica. E tanti sono i monumenti ancora in proprietà privata, privi di cure e conoscenza, destinati a rimanere beni dimenticati, bisognosi di restauri, studi e di essere offerti alla fruizione pubblica.
Solo negli anni più recenti, grazie all’impegno della Soprintendenza Archeologica, spesso contrastato dalle stesse amministrazioni pubbliche, si è potuta recuperare la dignità di monumento della strada, si sono eseguiti scavi, restauri, allestimenti nei complessi archeologici e si sono acquisite nuove importanti proprietà private, oggi trasformate e offerte alla fruizione pubblica: si è dato vita così al “laboratorio” dell’Appia per studiosi, studenti e tutta la comunità civile.
Per gestire adeguatamente questo patrimonio complesso occorre ancora la netta determinazione di ripristinare uno stato di legalità, affinché uno dei più straordinari complessi archeologico-paesaggistici d’Italia assuma un ruolo nella città adeguato ai suoi valori per offrire alla società il godimento dell’insieme di storia, archeologia, paesaggio, natura che questo territorio racchiude. Dopo circa mezzo secolo dalle battaglie per la salvaguardia dell’Appia vi è infatti il rischio che ci si possa accontentare di qualche risultato positivo strappato con impegno straordinario, di qualche ettaro di meraviglia, di un luogo dove fare trekking o andare in bicicletta.
Quello che è diventato pubblico ha costituito un’occasione di crescita per la conoscenza della storia antica e l’applicazione di metodi di ricerca, restauro e valorizzazione. Quello che è in proprietà privata, troppo spesso ha subito trasformazioni più o meno gravi, nell’esclusivo interesse individuale, violando regole indirizzate al rispetto dei valori del territorio dell’Appia.
L’ultima edizione del libro “Roma moderna” di Italo Insolera indica il ruolo che l’Appia può ancora assumere quale “colonna vertebrale” di una nuova struttura in grado ancora di costruire per tutti “la vera Roma futura”.

Rita Paris

L’Appia e le altre
262.459 persone hanno percorso ufficialmente il cammino di Santiago nel 2015, qualche migliaio la Francigena, con un trend in costante aumento anno dopo anno. Battuta da migliaia di persone è anche l’Egnatia, che dell’Appia è la prosecuzione a Oriente.
La Regina Viarum è una straordinaria opportunità economica per un turismo sostenibile e responsabile in forte espansione.
Due le condizioni, facili ma quasi impossibili nel nostro paese: il coordinamento delle forze in campo, la capacità di fare tesoro delle esperienze eccellenti già vissute altrove, applicandole a una Via che non ha eguali per contenuti storici, culturali, naturalistici, enogastronomici, ecc.
Nel frattempo l’Appia si riapre camminandoci sopra. Saranno i piedi a scegliere il percorso migliore e a liberarla da abbandono e incuria.
Riccardo Carnovalini

Il Rotolo
Vedremo i Colli Albani, passeremo sotto i Monti Lepini con le fortezze preromane sugli strapiombi, attraverseremo i boscosi Ausoni, che hanno dato all’Italia il nome antico, e i cavernosi Aurunci dalle spettacolari fioriture a picco sul mare.
Esploreremo la Campania Felix, i monti del Lupo e del Picchio e gli altri della costellazione sannitica, addentrandoci nell’Italia dimenticata degli Osci, degli Enotri e degli Japigi fino all’Apulia della grande sete. Abbiamo svolto il viaggio su questi muri come un rotolo di pergamena, capace di fare avanzare nel tempo e nello spazio allo stesso modo dei soldati di pietra sulla colonna traiana.
Questo non è un portale per lettori frettolosi, ma un atto fisico di attraversamento, dove l’Incipit, più che libro, è corridoio, vestibolo d’ingresso, varco semibuio che porta a una caverna rilucente di tesori. Qui stiamo già camminando sull’Appia.
Talvolta ci è capitato di pensare questo racconto come spartito, con l’inizio inteso come “Ouverture”. Un evento acustico, organizzato per l’orecchio e la voce, come se potessimo incidere parole narrabonde sul solco del vinile con la puntina di grammofono della nostra voce.
La linea è il pentagramma su cui scrivere lo spartito dei passi. Il nomade cerca il canto, la metrica che nasce dall’andatura.

Una curiosa mappa degli anni Sessanta della prosecuzione oltremare dcll’Appia: la via Egnatia tra la costa albanese e il Bosforo.
Disegno di Marco Vantale, Biblioteca della Società Geografìa Italiana

Verso Sud alla ricerca di identità e differenze
Questa mostra è una grande opportunità per riscoprire i luoghi di quell’Italia ingiustamente definita “minore”.
Porre all’attenzione del “turista consumatore” il cammino, la mobilità lenta e l’ospitalità diffusa, non è più una modalità di turismo, né tanto meno si configura come una moda, ma è esigenza di nuove forme di sviluppo per l’Italia.
L’Appia antica, assieme alle Francigene e, più in generale, agli Itinerari culturali, nel “2016 anno dei Cammini d’Italia” e del Giubileo divengono lo “strumento” ideale e un’opportunità responsabile di promozione territoriale.
L’impegno civile, prima ancora che culturale, di quanti si sono attivati nella realizzazione di questa mostra, nasce dalla considerazione di generare aspettative che non possono più essere disattese. Non perché si giunga ad un ennesimo progetto, ma alla realizzazione della concreta possibilità che si torni a vivere l’Appia e, attraverso l’Appia, contesti urbani, ambientali e paesaggisti — tanto costieri quanto dell’entroterra appenninico — spesso meno noti e a rischio di progressivo spopolamento o di definitivo abbandono.
La sensazione che ci si trovi alle porte di una nuova fase storica, nella quale l’aggressione al grande patrimonio culturale, segno distintivo di una società fortemente orientata su un modello anacronistico di consumo, impone riflessioni sostanziali su rinnovate forme di fruizione dei territori. Lungo la direttrice dell’Appia, la comune radice euro-mediterranea dei territori attraversati, i legami identitari tra le comunità, il sincretismo degli influssi culturali che si legge nelle forme del paesaggio, meritano di tornare a essere forme evolute di narrazione dei territori e fattori fondativi per la creazione di un sistema turistico integrato.

In cammino tra Roma e Brindisi

Malgrado la compromissione di alcuni dei luoghi attraversati, alterati dalla convulsa urbanizzazione e infrastrutturazione, si riscopre sempre e comunque quel senso di appartenenza allo spazio geografico e la riappropriazionc dei valori espressi.
La commistione tra ambiente e paesaggio, tradizioni e culture, anche grazie al cammino, porta a riscoprire la propria spiritualità e ingenera sensazioni profonde, forse sopite ma non dimenticate. L’impegno della Società Geografica Italiana e, più in generale, della Geografìa, anche attraverso il Festival della Letteratura di Viaggio, vuole evidenziare l’importanza di una tutela attiva non più rimandabile, atta a definire prassi e riferimenti maggiormente aderenti alle esigenze dei territori. In una visione di scenario tutt’altro che utopica, una riflessione profonda su come “l’Appia ritrovata” e, più in generale, i cammini, i percorsi e gli itinerari culturali, possono essere strumento forte di crescita per il Mezzogiorno. Agli atti formali dell’ormai prossimo riconoscimento quale Itinerario culturale europeo della Via Francigena anche al Sud dell’Italia, da parte del Consiglio d’Europa deve corrispondere un impegno di eguale portata per lo sviluppo dei territori del Sud.
L’Appia per prima, in qualità di Regina Viarum, e gli Itinerari culturali sono storicamente, per il loro valore intrinseco, artefici di processi aggregativi e, per tali pregi, esprimono un grande valore educativo e intellettuale che supera la “cultura del confine” e che può divenire la spina dorsale di una trama che ridisegna progressivamente la geografia del rilancio del Meridione.
Simone Bozzato, Società Geografica Italiana

Antico e nuovo
Roma era le sue strade, e quando decadde, decaddero le strade. Le parti basse si impaludarono, la manutenzione cessò, briganti e avidi esattori di pedaggi resero i viaggi insicuri.
L’uomo tornò a infrattarsi nelle terre del Lupo e del Cinghiale, tra boscaglie e dirupi, raccomandando l’anima sua alla protezione di un Dio unico.
Anche l’Appia decadde, abbandonata per sentieri più montani, per diventare miniera.
I possenti cippi miliari furono espiantati, i lastricati spolpati, le tombe e i mausolei depredati. Nonostante questo, la magnificenza della strada e la robustezza dei suoi ponti continuarono a incutere meraviglia e timore fino alle soglie del tempo attuale, finché venne lo scempio finale, con templi, sepolcri e fortificazioni sottratti alla Res Publica o ridotti a scenografia di ville private.
Formia è l’esempio perfetto dello scempio ma anche di un salvataggio ottenuto dall’utilizzo prima che dalla tutela. L’anfiteatro — tuttora abitato — dimostra che talvolta la romanità abitata resiste meglio di quella musealizzata.
II teatro della vicina Minturnae, rimesso a posto, è stato usato per recite, concerti e feste paesane. Per anni sono affluite famiglie intere, anche da Roma. Si accampavano con sdraio e ombrelloni in mezzo alle vecchie pietre. Poi il palcoscenico s’è crepato e ora non ci sono i soldi per ripartire. Così si lascia aumentare la distanza degli italiani dalla loro storia.
La coabitazione assolutamente casuale di antico e nuovo qui è di antica data. Risale come minimo al Medioevo. A monte dell’Appia hai casali settecenteschi cresciuti sopra ville rustiche di centurioni, come la magnifica Masseria Grotte, fondata su formidabili muraglie in opus reticulatum.
L’antico si perde in una lussureggiante cornice di serre, campi di pomodori, agrumeti alternati a campeggi, rivendite di automobili, agenzie di pompe funebri e fabbriche di matrimoni con Mercedes nera. Un’amalgama da mal di testa.
C’è chi descrive uno “sconvolgimento diabolico” del terreno, a causa dei “sacrileghi sovvertitori” che sono stati “presi dalla tarantola di piantare l’ormai inutile vigna” asportando i basoli dell’Appia anche “per inghiaiare le rotabili dei dintorni”.
Intorno a Santa Maria Capua Vetere la coabitazione fra pietre vecchie e cemento raggiunge una dimensione narcotica, psichedelica.
Paracarri secolari usati per attaccarci motorini, architravi romane fuori dai garage, iscrizioni funerarie sulla porta di un bar. Davanti al famoso sepolcro chiamato “Conocchia” hai il mega-tabellone di un supermercato.
Difficile capire simili meraviglie disperse se non hai qualcuno che te le racconti.
L’Italia richiede grandi narratori.

Verso Fondi. “Bandiere” al vento sul mausoleo di Galba

Tra Fondi e Itri. Qui è davvero la Regina delle vie

Minturnae, la via e le fondazioni del Macellum

Verso le dune di Sinuessa

Quanto resisterà ancora il Ponte Rotto sul Calore?

Tra Taranto e Brindisi. La resistenza della massicciata

Aeclanum, potenza dell’opus reticulatum

Laterza, anche il tratturo ha i suoi paracarri

Il decumano spacca Fondi in due come una mela

L’idea generò la Linea e la Linea si fece strada

Colli Albani. Il rettifilo, incurante dei dislivelli

Il grido dei Gladiatori
In duemila anni, con pazienza di intemperie, il tempo ha dilavato il sangue e il sudore colato sulle antiche pietre, addolcendone i profili.
Eppure lo senti ancora, in posti come Capua Vetere, il grido dei gladiatori scannati sulla terra battuta e l’urlo dei rivoltosi di Spartaco.
Selciati, cippi, formidabili ponti. Potenza di calcestruzzo e di opus reticulatum.
Gocciolìo di cisterne in penombra e liscio biancore accecante di fori in pieno sole. Muraglioni coperti di capperi rampicanti, mausolei con panni stesi al vento, dormicchiare di cani in ambulacri millenari.
Criptoportici mimetizzati sotto un giardino comunale, vasche di antichi vivai ancora visibili a pelo d’acqua tra una motovedetta della Finanza e un moletto pieno di gabbiani.
Non esiste Baedeker capace di contenere tutti i monumenti affacciati sulla Regina delle vie. Un viaggiatore a piedi che intendesse vederli tutti impiegherebbe non 29 giorni come noi, ma una cinquantina.
Allo stesso modo, un viaggiatore frettoloso, col supporto di una buona logistica e di un itinerario già fatto, può arrivare a Brindisi anche in venti giorni di marcia.
Meraviglie disperse, che l’Appia mette in rete.
Lavorare sui grandi musei a detrimento dei piccoli darebbe il colpo di grazia ai territori, distruggerebbe la tutela del patrimonio e la consapevolezza dell’antico.

Sala II

Tabula Peutingeriana

Riproduzione in grandezza naturale della Tabula di Konrad Peutinger che fra il XII e il XIII secolo riproduce uno schema del mondo conosciuto di epoca augustea, misurato in miglia lungo le sue strade principali. Essa può essere considerata l’antenata delle carte delle reti di trasporto attuali. Fortemente appiattito in senso Est-Ovest, il bacino mediterraneo mostra al suo centro proprio la Regina Viarum. (Bologna, Edizioni Edison, 1978 – Riproduzione facsimilare della carta manoscritta conservata presso la Biblioteca Nazionale di Vienna – Cartoteca della Società Geografica Italiana)

La mappa in rilievo dell’Italia del Centro-Sud

tratta da Cesare Tarabocchia da un assemblaggio dei plastici di Lazio, Campania. Basilicata e Puglia al 250.000 dai tipi dell’Istituto Geografico Militare. In verde brillante è stato tracciato il percorso dell’Appia con l’indicazione dei 28 punti di sosta tra Roma e Brindisi.

1- ALBANO LAZIALE, 2- CISTERNA DI LATINA, 3- BORGO FAITI, 4- TERRACINA,
5- FONDI, 6- FORMIA, 7- MINTURNAE, 8- SINUESSA, 9- CAPUA, 10- MADDALONI,
11- MONTESARCHIO, 12- BENEVENTO, 13- PASSO DI MIRABELLA, 14- BORGO

LE TAVERNE, 15- BISACCIA, 16- PONTE S. VENERE (STAZ. ROCCHETTA S. ANTONIO),

17- MADONNA DI MACERA (MELFI), 18- VENOSA, 19- PALAZZO S. GERVASIO,
20- MASSERIA TRIPPUTI, 21- GRAVINA IN PUGLIA. 22- MACCARONARO

(ALTAMURA), 23- MASSERIA MISERIA, 24- PALAGIANO, 25- TARANTO,
26- MASSERIA MISICURO, 27- ORIA, 28- MESAGNE

La Fata Morgana

L’Appia era l’ordalia, la prova del fuoco.
La traccia era interrotta da edifici, mangiata da cancelli e poderi, cancellata da scampoli di campagna. E noi, per riprendercela, dovevamo fare anche un po’ di lavoro sporco. Buchi nella rete, guadi, colpi di roncola sui rovi, acrobazie fra camion e guard rail.
L’Appia era uno specchio del rapporto fra gli Italiani, la loro storia e il loro territorio.
Dopo aver portato a Sudest il segno di Roma, essa indirizzava verso Roma l’influenza dei clan, certificando la restaurazione dei particolarismi contro cui Roma aveva lottato per secoli.
In pochi mesi, dopo il nostro passaggio, Roma e Brindisi perdevano i loro sindaci, decapitate dalla politica o dalla magistratura, e il Casertano era investito da inchieste pesanti.
Ma quanta varietà e bellezza in quella strada.
Non era solo campagna, pietre miliari e basolato. Era anche donne ai balconi, pasta alle melanzane, rospi schiacciati, vento nei canneti, immigrati in cammino, cave abusive, la mamma e Padre Pio. Pane cafone, fiori su un guard-rail, caffè alla nocciola, processioni e cani perduti.

Era paracarro, rudere, campo di frumento, argine, strada provinciale, fontana, metanodotto, solco di carri sulla roccia viva, tiglio solitario, muretto a secco, greto, tratturo, fermata d’autobus, passaggio a livello, pelle di serpente.
Appia era anche periferia, fabbrica, banlieue. Cantoniera abbandonata, cancello con la scritta ATTENTI AL CANE.

Era talvolta filo spinato, di quelli tristi e affilati che tornano di moda oggi in Europa.
Nel cuore antico dell’Agro Falerno le bonifiche e il riassetto fondiario se l’erano totalmente mangiata. Bisognava navigare a vista, annegati in un mare di colza color giallo elettrica. Dopo Benevento, essa diventava fatamorgana, sogno e mitologia e sete, persa tra uliveti, campi di papaveri e fiori di aglio selvatica. Ci seguiva come un fantasma meridiano per poi gettarsi nelle fauci infuocate del drago, l’altoforno dell’Ilva tarantina. E uscirne, nuovamente intatta a Oriente.

Campagna e Stagioni

La strada romana è generata dal paesaggio e lo genera a sua volta. I disegni di Irene Zambon evidenziano come essa da un lato sfrutti il terreno e l’orografia, e dall’altro determini la geometria delle coltivazioni, delle strade secondarie e degli insediamenti urbani.

Particolare 1

Particolare 2

Particolare 3

Particolare 4

molto interessante per noi questo percorso tra Mesagne e Oria che individua un viadotto romano per superare la gravina verso Oria

Navigare sull’Appia
con la mappa interattiva del Ministero che ti seguirà fino a Brindisi.
Il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo (MiBACT) ha istituito il Tavolo Tecnico “Appia Regina Viarum” per la valorizzazione e messa a sistema del cammino lungo l’antico tracciato romano. Attraverso la condivisione di tutte le informazioni in un unico sistema di supporto, la condivisione del tracciato che soddisfi le condizioni di continuità, sicurezza e dimensioni di ogni tappa, la gestione di un unico sito di promozione collegato ai più dettagliati siti regionali si giungerà ad un accordo di valorizzazione. Lo strumento di supporto alle decisioni è l’HUB GEO-CULTURALE che convoglia i dati sui beni culturali provenienti da varie banche dati georiferite del MiBACT in un sistema virtualmente centrale.
Troviamo quindi sul sito: il tracciato dell’Appia antica e dell’Appia Traiana secondo i più recenti studi, con eventuali varianti e note di interpretazione; i Comuni coinvolti per ogni Regione con i relativi chilometri di tracciato; la possibilità di variare supporto cartografico, dall’IGM, a open Street map, dalle Carte Tecniche Regionali, alle foto satellitari; il tipo di pavimentazione e il livello di sicurezza per i pedoni per ciascuna tappa; i parchi, i vincoli, i punti d’interesse, le grotte, i tratturi, i siti UNESCO.
Gli obiettivi sono quelli di progettare un percorso con tappe giornaliere con una media di 20 km, con caratteristiche di continuità e di sicurezza; di avere accesso ai contenuti informativi digitali lungo il percorso; di individuare i beni culturali possibili oggetti di visita; di individuare i servizi di ricettività, ristorazione, fonti d’acqua, trasporto pubblico lungo il cammino.

Sala III

Urbes 

Da sinistra a destra e dall’alto in basso
Promenade beneventana presso l’Arco di Traiano, Benevento © Antonio Politano
Fischiano nel vento i ponteggi dell’arco traianeo a Benevento © Alessandro Scillitani
Scolari di Capua Vetere alla vigilia di una recita nell’anfiteatro © Antonio Politano
Cisternone di Formia, il gocciolìo del tempo Formia, © Antonio Politano

Rione Tamburi, Taranto, alle porte dell’Ilva © Antonio Politano
Gravina e il suo “doppio” rupestre oltre la forra © Antonio Politano

Capua Vetere, il mausoleo ribattezzato “Conocchia” © Antonio Politano
Fondi, ciò che rimane del festival della Street Art © Antonio Politano

Aeclanum, quasi intatta dopo duemila anni © Riccardo Carnovalini

Velletri. Folla di pietra on the road © Antonio Politano
Roma, Capo di Bove. Sopra, volevano farci un parcheggio © Riccardo Carnovalini
Gravina scavata nella pancia del tufo © Alessandro Scillitani

Altamura, Cattedrale. Voci del vespro © Riccardo Carnovalini

Il grande silenzio della notte nel foro di Terracina © Antonio Politano

La sete
“Siderum insedit vapor siticulosae Apuliae”, arriva alle stelle l’afa della Puglia sitibonda, scriveva Orazio. È cambiato poco da allora.
Dopo l’Appennino si entra in uno spazio rovente, di radiatori in agonia. Un tavolato ondulato e nudo, sui trecento metri di quota, dove le poche auto si annunciano a chilometri di distanza come in Anatolia o in Iran. Il caldo è tale che la temperatura in piena estate può raggiungere i quarantacinque gradi. I punti d’appoggio sono rari per chi va a piedi. Il che significa traversate lunghe e inaffrontabili a borracce vuote. Spesso sull’Appia è l’acqua che determina la scansione delle tappe. Per chilometri è un miraggio, poi improvvisamente si incarna, canta, rinfresca, disseta, diventa alma mater generosa. Sotto Palazzo San Gervasio, al termine di un rettilineo privo della benedizione di un albero, l’acqua assume il volto taumaturgico di un fontanone in pietra con sei ugelli a forma di seno di donna. Oltre, sono quaranta chilometri di tavolato incandescente. Campi azzurri di lino, punteggiati di papaveri rossi e gialle ginestre, di africani curvi su campi di pomodori, di turbini di moscerini in controluce.
Dall’alto in basso
Palazzo San Gervasio, il canto della Fontana Rotta © Riccardo Carnovalini

Dopo Benevento. La metà del viaggio è un guado © Alessandro Scillitani

La forra di Gravina ricorda Mostar e il suo ponte © Alessandro Scillitani
Agro Pontino. Acqua fresca e verde che sgorga dai Lepini © Riccardo Carnovalini

I piloni del Ponte Rotto dopo duemila anni di piene © Riccardo Carnovalini

Tentazioni

Lampascioni fritti coi fichi / Ricottina col sedano / Polpettine di pane / Frittura di moscardini in cartoccio / Pasta con le cicerchie / Mugliatelli / Crocché di patate / Pizza fritta / Primitivo di Manduria / Rosolio al finocchietto selvatico. Sull’Appia puoi inghiottire il Paese a forchettate. Ruminare allo stesso tempo cibo, storia, flora, fauna, paesaggio. Melanzane fritte e Federico di Svevia, Aglianico e canti ebraici di Oria, carciofi alla giudia e Satire di Orazio Flacco. Mozzarelle di bufala e Simon Pietro in cammino per Roma.

Il viaggio, insegna Calvino, passa anche tra le labbra e l’esofago. E chi, viaggiando, non cambia dieta, non ha capito nulla. Nei prati è facile trovar da mangiare: asparagi e finocchi selvatici, germogli di luppolo, carletti, fichi d’India, alberi di fico. Potendo friggere con la pastella un ombrello di sambuco e un grappolo di fiori d’acacia, non si avrebbe bisogno di scorte alimentari.

Le tentazioni sono continue. Il Maligno ghigna nei peperoni ripieni, nei cardoncelli fritti, nel salamino piccante e persino nel pane, se cotto con patate, aglio, peperoncino ed erbe di campo. Quando l’Italia ti schianta con le sue devastazioni, ti salva un altro ben di Dio, fatto di caponata, alici o melone bianco. “Terroni” sleali, vi fate perdonare tutto con una fritturina di paranza.

La Bestia nel grano
Quando la società si muoveva ancora a piedi c’era un legame religioso forte tra i luoghi e le santissime effigi. Oggi la Madonna di Medjugorje e quella di Fatima colonizzano anche gli spazi più appartati.

Padre Pio sopravanza Cristo stesso. La logica del supermercato è entrata anche nel sacro.
Ma il bosco del fauno serpeggia ancora di misteriose presenze. Satiri che ingravidano fanciulle addormentate col sole alto, incubi meridiani che succhiano lo spirito di chi cede alla pennica. L’urlo del mietitore che al rintocco di mezzogiorno chiede scusa del lutto inflitto con la falce a madre natura e “sente la necessità di un sacrificio per compensarla”. La Bestia nel grano, che serpeggia tra le falci, e sempre sfugge e non può essere vista da più di una persona alla volta. La Mefite, il cratere mortale, ribollente di sfiati, dove abita la divinità italica dallo stesso nome, garante della fertilità e guardiana della porta fra la vita e la morte. L’antro catacombale del Mitreo, dove il dio gemello di Cristo, col mantello stellato, uccide il toro, mentre uno scorpione attanaglia i testicoli dell’animale e un cane corre a leccare il fiotto di sangue. E poi gli alberi secolari, libri vegetali che racchiudono il mistero italico di una terra fertile, sismica e inquieta, che la notte si riempie di ululati e luci tremule fin sulle cime dei monti.
Le immagini piccole, da sinistra a destra e dall’alto in basso

In Apulia poca differenza fra le grotte e le cripte © Paolo Rumiz

La Mefite, dove si spalancano le porte dell’Oltretomba © Paolo Rumiz

Maddaloni, nella Madonna di Loreto. Al Sud il sacro è femmina © Antonio Politano

Oria, estasi in Maria Santissima Assunta in Cielo © Antonio Politano

Gravina, chiesa della Madonna della Stella © Riccardo Carnovalini

Irpinia. Ripetitore? No, un campanile del dopo-terremoto © Alessandro Scillitani
Montesarchio. I Sanniti non erano rozzi guerrieri © Riccardo Carnovalini
Brindisi, festa del patrono © Alessandro Scillitani.

Le immagini grandi, dall’alto in basso

La Madonna di Terracina © Riccardo Carnovalini

Oria, l’Arciconfraternita della morte © Antonio Politano

Finis Terrae

Il lampo blu dell’Adriatico
La Linea serpeggia tra i gelsi e i fichi d’india, poi un esercito di grandiosi ulivi secolari prende a marciarti accanto e svela, con l’allineamento a filari e le ombre a scacchiera, la direzione implacabile della via. E’ l’Appia che li ha schierati a quel modo, forti come i Trecento delle Termopili, perché è stata l’Appia a determinare, duemila anni fa, la geometria di queste terre.
Si viaggia col Salento a destra e le Murge a sinistra, il sole negli occhi e la via Egnatia che aspetta sull’altra sponda. L’arrivo al mare si gioca su una carrareccia parallela alla Statale 7, fra lucertole veloci come saette e boschetti di sugheri.
Brundisium ti viene incontro in una luce bianca con profumo di tiglio e gelsomino, e i cartelli indicatori del ferry per la Grecia. La Linea si spezza nelle stradine del centro storico fino alla piazza del Duomo, che sembra sbarrare la strada. Invece la colonna terminale è subito oltre, dietro l’angolo di una vietta, con un dio simile a Poseidone che allarga braccia propiziatrici. E’ solo lì, a cinquanta metri dalla battigia, che appare anche il lampo blu dell’Adriatico. La baia è un ventre perfetto, un grembo verde profumato di salsedine. Da Roma in poi è così. In Italia la Storia, per essere capita, non chiede costosi strumenti interattivi. Le basta la luce color miele del tramonto.
Foto piccole da sinistra a destra

Ognuno festeggia il suo sposalizio © Riccardo Carnovalini
Lo sforzo dei Telamoni sulla colonna terminale © Riccardo Carnovalini

La mente è già oltremare, verso la Grecia © Riccardo Carnovalini

Foto grandi

Via Torpediniere, l’ultimo faro © Sante Cutecchia

Struscio brindisino al capolinea © Antonio Politano

Capita
Ciò che fa unico il tuo viaggio non sono i luoghi ma gli incontri. E le facce, anche se di pietra (R. Carnovalini e A. Scillitani)

Il Sigillo

La strada ritrovata non chiedeva un “logo”, ma un sigillo. Un simbolo, come la conchiglia di Santiago. All’inizio s’è pensato a immagini: il selciato e i pini romani. Poi è emersa la lettura alfabetica. L’imperiosa doppia “A” che segna la via numero uno del mondo antico. Due linee prospetticamente convergenti come una strada che punta sull’orizzonte. Sulla pergamena del mondo il cammino è calligrafia, e un raffinato calligrafo è entrato nella storia. Pietro Porro è il suo nome. Leggere viene da “legere”, raccogliere in un fascio, e lui ha raccolto le cinque lettere come spighe. Il suggello della strada di pietra. Un simbolo che non ha pretesa di ufficialità e che mettiamo a disposizione del Paese. E fa niente se non sarà adottato per le solite questioni di procedura. Certo, ci vorranno complicati concorsi di idee. A noi basta che abbia segnato il nostro passaggio.
p.s.
E l’Appia tornerà “in hoc signo” col sigillo alfabetico proposto da un disegno di Pietro Porro, calligrafo e libraio triestino. Con atto registrato dal Ministero dei Beni Culturali il simbolo è ora a tutti gli effetti il segnavia della prima strada d’Europa, l’equivalente italiano della conchiglia di Santiago di Compostela. Sulla pergamena del mondo il cammino umano è anche struttura e questo logo di cinque lettere non è che la firma del nostro racconto.

° ° ° ° ° ° ° ° ° ° ° ° ° ° ° ° ° ° ° °

Le strade della Brindisi Romana

Il Cardine ritrovato a Brindisi in S. Pietro degli Schiavoni è una strada basolata che va da via Tarantini a via della Maddalena lunga ca. 100 mt. e larga mt. 4,50. Ai suoi lati “si aprivano ambienti di strutture abitative, pavimentati in opus signinum (cocciopesto), a mosaico e in opus spicatum (mattonelle poste a spina di pesce).”
(Vedi il nostro articolo QUI)

Le principali strade della Brindisi romana (III sec. a.C.- V sec. d.C.) tuttora riconoscibili sono il decumano superiore costituito da via S. Barbara e il suo proseguimento via Tarantini, e quattro cardini, le vie ad esso perpendicolari e tra loro parallele: Lauro, Pacuvio, il tratto di strada sottostante il nuovo teatro comunale, e Duomo, distanti circa 70 metri l’una dall’altra. Sono invece nascosti da nuove strade ed edifici il decumano inferiore, la lunga strada che partendo da via Carmine in prossimità di via S. Lorenzo tagliava le vie Fornari, S. Ippolito e Palma, attraversava l’area in cui sono il palazzo INA e il Municipio e terminava in via Casimiro; e due cardini, di cui uno percorreva gli orti che sono tra le vie Armengol e S. Benedetto (da via Carmine a via Santabarbara), e l’altro che partendo da via Casimiro giungeva al Duomo attraverso via S. Nicolicchio e vico Seminario. (http://www.provincia.brindisi.it/index.php/storia-e-tradizioni-mainmenu/61-cultura/storia-e-tradizioni/143-le-antiche-strade-di-brindisi)

In queste immagini i resti della Brindisi “romana” sono stati fotografati attraverso le spesse lastre di cristallo che costituiscono il pavimento del Nuovo Teatro “G. Verdi” sovrapposto alle antichità e, per questo detto anche “Teatro sospeso”.

In queste foto il Cardine Romano fotografato direttamente durante una visita agli scavi

Bibliografia: Paolo Rumiz + altri, L’Appia ritrovata. In cammino da Roma a Brindisi. Edito da Società Geografica Italiana

Paolo Rumiz con Alfio Tarullo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *