Palazzo De Marzo

Il balcone barocco in pietra lavorata ed il portale sottostante sono quanto resta del Palazzo De Marzo, che prende il suo nome dal primo proprietario conosciuto, dottor fisico Don Antonio De Marzo.

Situato nel Largo che prende il nome dalla chiesa di S. Maria della Concordia, di cui non resta oggi alcuna traccia, nel 1754 era “consistente in varie camere superiori ed inferiori, nella strada della Concordia, con un cellaro sotto, che serve per uso proprio” (1).

Il Palazzo, “dopo aver ospitato al piano terra, nel locale cui dà accesso il bel portale, la Pretura, che fu poi trasferita nel 1930 a Palazzo Granafei, fu anche sede dell’Esattoria delle Imposte, data alle fiamme nella rivolta dell’aprile del 1946, insieme ad alcuni locali della Corte d’Assise”.  (2)

La loggetta, dopo il cruento episodio che fu definito la “sommossa dei reduci”, venne infatti ricostruita pezzo per pezzo dopo che ”l’intero stabile era stato danneggiato ed incendiato, con l’intento di distruggere schedari e cartelle di pagamento. L’ultima erede dei De Marzo, D. Clementina, morendo ne fece donazione all’Arcivescovo di Brindisi, Mons. T. Valeri, che la destinò come fondo della Parrocchia Ave Maris Stella, dalla quale acquistò, il 1955, il dr. Antonio Caiulo, attuale proprietario” (3).

Quest’ultimo effettuò una totale ristrutturazione del fabbricato ma fu impossibile, a suo dire, salvare l’altra loggia presente sul lato di via Maddalena, per l’avanzato stato di degrado cui era pervenuta.

Anche questa loggetta era “riccamente lavorata nel balcone  in pietra,  sorretto  da semplici ma belle mensole, incastonate quasi in un suggestivo motivo architettonico, al centro del quale si notava la scultura di una testa umana (elemento di chiaro stampo rinascimentale). (2)

Fototeca Briamo – BAD

Sull’architrave scomparsa era scolpita questa incomprensibile iscrizione:

Huc mei non me ego

Hec ex meis non ex me omnia

“Secondo il De Fabrizio, l’iscrizione sarebbe stata posta da uno dei proprietari del palazzo per esprimere la sua gratitudine verso gli avi e per far noto che in quella casa fu condotto bambino; la traduzione è infatti “qui io non da me venni, ma i miei mi portarono.

Non da me, ma dai miei provengono tutti questi miei beni” (1)

1) Carito, Brindisi Nuova Guida. Ed. Prima 1994 – p. 252

2) Cavalera, I Palazzi di Brindisi. Schena Ed. – pp. 78-80

3) Del Sordo, Toponomastica Brindisina. Schena Ed. – p. 83

 

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