Porta Reale – Brindisi. Cronistoria di una morte assistita

Descrivevano così la Porta Reale:

Padre Andrea Della Monaca – Memoria Historica …(1674)

Nel resto di tutto quel circuito delle nuove mura da quella parte, che riguarda l’entrata del porto tra le torri, e che sta dritto al Levante, fece edificar Ferdinando la Porta, che da lui è detta Reale, posta in mezzo di due rotonde Torrette, su la qual Porta in memoria di quel che s’è detto, fè porre un sasso quadrato, nel quale v’è questa iscrizione scolpita, benchè in gran parte alcune lettere siano per l’acqua e per il vento erose…” segue l’iscrizione in latino.

Ferrando Ascoli – La storia di Brindisi scritta da un marino (1886)

Ferdinando mandò a Brindisi, il 1474, Alfonso suo figlio primogenito, il quale, mentre mandava innani la costruzione delle mura di cinta, non mancava di fare ogni sforzo per togliere dal canale, così detto Angioino, l’impedimento fattovi gettare dal Principe di Taranto. Questi tentativi tornarono però vani, e Alfonso dovè desistere dal lavoro di escavazione. Nella costruzione delle mura, Alfonso lasciò, rimpetto all’imboccatura del porto interno, dalla parte di Levante una porta (1) che volle, in onore di suo padre intitolare Porta Reale. Al disopra di essa, in una pietra quadrata, fece incidere una iscrizione (2) che ricordasse l’opera eseguita.
1) Questa porta trovavasi nl luogo, ove attualmente si è fatto il piccolo giardino, di fronte alla casa Villanova.
2) Ecco l’iscrizione – Ferdinandus Rex, Alphonsi regis filius, Brundusium, urbem vetustate collapsam, bellorum incommodis a civibus desertam, loci opportunitate et desiderio priscae dignitatis captus, honestis civibus replevit, ac sua pecunia muro cinxit: turribusque et propugnaculis ornavit. Anno regnorum suorum XXIII.

  • Pasquale Camassa – Guida di Brindisi (1897)

(Parlando della Porta Reale viene considerata) Già scomparsa anticamente.

Vittorio Amedeo Caravaglios – Il porto di Brindisi (Napoli 1942)

Fra il 1861 ed il 1870, e cioè subito dopo l’unificazione del Regno, si procedeva ad una ulteriore escavazione del Canale Pigonati e dei seni del porto interno (..) alla sistemazione e costruzione di 506 metri di banchine lungo le rive dei seni interni. Fra il 1870 e il 1907 si procedeva ai seguenti lavori: (..) ricostruzione di vari tratti di banchine nel porto interno; ricostruzione di parte della banchina detta della Dogana, nel seno di Levante.

  • Nostra opinione è che la Porta Reale, persa ormai ogni funzione, sia stata interrata con i primi lavori di banchinamento.

Nicola Vacca – Brindisi Ignorata (Trani 1954)

Tra l’abitato e il mare, lungo il porto interno, si svolgeva, munita di torri e di propugnacoli, la cinta muraria eretta dagli aragonesi nel 1474, ch’era ancora in piedi nel 1864 (*)
(*) Nel Cittadino Leccese, a. IV (1864) n. 34, p. 136, s’invocava lo “sfondamento della Mena alle mura e dalla via Lata al porto”. Sosteneva il giornale che sfondando le suddette vie si sarebbero avute strade magnifiche per dirittura e ampiezza.

 

L’archeol. Paola Palazzo, che ha partecipato per conto della Soprintendenza insieme al suo gruppo di lavoro agli scavi compiuti nel 1912 sul nuovo lungomare del porto, in un’intervista rilasciata a Ida Santoro e pubblicata su Brundisium.net del 16 luglio 2013, ha dichiarato quanto segue:

“Sicuramente di grande interesse sono stati i rinvenimenti archeologici nell’area antistante la Capitaneria di Porto dove, in fase di scavo, è stato disposto dalla Soprintendenza un esteso saggio di approfondimento. Si tratta di elementi strutturali di diversa fattura e tipologia (costituiti da blocchi isodomi reimpiegati, lacerti murari in opera cementizia, un piano stradale, plinti di fondazione, paramenti murari con blocchetti squadrati di tufo, oltre ad una colonna romana reimpiegata come bitta ed una palizzata lignea) attribuibili ad almeno quattro fasi edilizie che si sono succedute in un arco cronologico compreso fra l’età medievale (XV secolo) e l’età moderna (XX secolo).
Tale successione cronologica può essere brevemente schematizzata per fasi, a partire dalla più antica e più rilevante rappresentata da ciò che resta di due strutture di forma circolare con fondazioni in conglomerato cementizio, legate sul lato meridionale a muri rettilinei disposti parallelamente alla linea di costa. In mezzo alle due strutture passa un asse stradale realizzato con una tessitura irregolare di spezzoni di carparo, pietra calcarea e materiale di reimpiego, con utilizzo di blocchi squadrati di carparo allineati lungo i bordi laterali. Tali strutture sono, a mio avviso, riconducibili ad un tratto del circuito murario della città, edificato tra il 1463 ed il 1474 per volere degli aragonesi. Il ritrovamento conferma quanto riportato da A. Della Monaca in un passo della sua Memoria Historica dell’antichissima e fedelissima Città di Brindisi, 1674, dove si legge: “fece edificar Ferdinando la Porta, che da lui è detta Reale, posta in mezzo di due rotonde torrette”. A conferma di tutto ciò è, inoltre, possibile riconoscere il tratto murario con le due torrette ed il varco di Porta Reale, disposto in asse con l’imboccatura del porto, in una rappresentazione della cinta muraria urbana risalente alla seconda metà del XVI secolo ed attribuibile a Carlo Gambacorta (1546-1599). L’ubicazione sembrerebbe corrispondere all’area antistante l’attuale edificio della Capitaneria di Porto.
Ad una fase successiva appartengono i setti murari che si sovrappongono alle due torrette circolari riconducibili, molto verosimilmente, a rifacimenti e modifiche strutturali del tratto di cinta muraria e dell’annessa porta, della cui esistenza rimane traccia in una rappresentazione della città di Brindisi realizzata nel 1739, la cosiddetta Pianta Spagnola, che riproduce l’ubicazione di Porta Reale, denominata Puerta Real, ed indicata in legenda con il n. 18. La porta è riconoscibile in un varco ricavato fra due strutture rettangolari legate a muri continui corrispondenti ai tratti allora visibili del circuito murario urbano.
Sono, invece, risalenti ai lavori eseguiti sul finire del XIX secolo, sia le strutture di fondazione costituite da muri con paramenti a blocchetti squadrati di tufo rosso e plinti in opera cementizia di un edificio rettangolare costruito sugli strati di obliterazione delle torrette e del piano stradale medievale, sia le palizzate lignee infisse nel terreno e trattenute per mezzo di tiranti di acciaio – molti dei quali ritrovati ancora in situ – messe in opera in occasione del ripristino di un crollo del tratto di banchina compreso tra “l’ufficio della Sanità e Palazzo Montenegro”.

Alla domanda della giornalista: E’ recente la decisione da parte del Comune di ricoprire lo scavo nell’ultimo tratto in cui sono stati rinvenuti i resti di Porta Reale, e la valutazione, sempre da parte dell’Ente, di adottare soluzioni per valorizzare l’area. Puoi esprimere un parere in merito o dirci cosa è stato fatto in altre città? l’archeol. Paola Palazzo così rispondeva.

Non conosco il progetto di valorizzazione che è stato proposto e pertanto, non posso esprimermi. Mi permetto solo di dire che, qualsiasi tipo d’intervento di recupero venga progettato nell’area antistante la Capitaneria di Porto deve fare i conti con un contesto di rinvenimento molto compromesso da interventi distruttivi moderni caratterizzati principalmente dall’attraversamento di impianti fognari ed idrici, cavi elettrici ed altre utenze che rendono difficile la comprensione di quanto emerso in profondità e che noi archeologi, con grande impegno, abbiamo ricostruito dopo aver documentato ogni singolo dettaglio. Non bisogna, inoltre, trascurare, il contesto ambientale e soprattutto la presenza costante dell’acqua affiorante a meno di un metro dalla quota dell’attuale livello stradale.

Dal punto di vista archeologico, per poter valorizzare quanto emerso, nell’ipotesi di voler lasciare i reperti a vista, è necessario, a mio avviso, prevedere innanzitutto un progetto di restauro mirato al consolidamento e alla ricostruzione delle strutture che sono state individuate, al fine di rendere leggibile la sequenza stratigrafica delle fasi edilizie che si sono succedute, cui ho accennato prima (la documentazione scientifica prodotta è agli atti della Sovrintendenza per i Beni Archeologica della Puglia e del Comune di Brindisi). Le modalità d’intervento e le soluzioni possono essere valutate, inoltre, a seconda che si voglia privilegiare la lettura di un contesto edilizio piuttosto che un altro, come ad esempio, la scelta di far emergere e rendere leggibili le strutture pertinenti al primo impianto di Porta Reale. Ed è su questa linea che, da quanto riportato dalla stampa locale, mi sembra si sia orientata l’amministrazione comunale proponendo la restituzione, attraverso un calco, degli elementi riconducibili alla fase strutturale più antica.

Quello che succede altrove, in situazione simili e nelle quali io ho interagito, dipende spesso dalle valutazioni che riguardano il contesto di rinvenimento e dalla volontà e sensibilità che viene mostrata, da parte di chi amministra e di chi tutela, a voler valorizzare il “bene archeologico”. Non sono sempre scelte facili e spesso si preferisce lasciare solo una memoria scritta di ciò che è stato riportato alla luce ma, nei casi in cui si ritiene opportuno che i reperti vengano lasciati a vista, è fondamentale avere sempre chiare le finalità progettuali e avvalersi di competenze professionali specifiche in grado di valutare la scelta più idonea, tenendo conto dello stato di conservazione dei reperti e del contesto ambientale circostante.

Da un  articolo su Brundisium.net – Approfondimenti del 16/07/2013

Gli scavi di Lungomare Regina Margherita, tre domande a Paola Palazzo, di Ida Santoro

Brindisi alla fine del ‘600 (Coll. N. Vacca)

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