Arte degenerata – L’arte nella Germania di Weimar (1919-1933)

Lo scorso anno Brundarte ha visitato la mostra Magic Realism: Art in Weimar Germany 1919-33 , presso la Tate Modern di Londra. L’esposizione, incentrata in particolar modo sulla figura di alcuni importantissimi pittori e scultori tedeschi del tempo, offre una rara opportunità di visualizzare una serie di opere non ordinarie, poco note e quasi mai esposte in una mostra pubblica. Dipinti rari, materiali e documenti inediti, schizzi, disegni e sculture, tentano di rileggere la complessa e intricata storia dell’arte moderna tedesca nel decennio della Repubblica di Weimar (1919-1933) quando,  in seguito alla sconfitta nella Prima Guerra Mondiale,  si tentò di stabilire in Germania una democrazia liberale attraverso la stesura di una nuova costituzione.

Il 1° febbraio 1933 però, appena preso il potere, Adolf Hitler proclamò la fine della repubblica di Weimar che descrisse come un periodo di declino e anarchia e comunismo che aveva infettato lo spirito tedesco. Promise che in soli quattro anni avrebbe  rinnovato lo spirito della Patria utilizzando l’arte come un’arma di attacco contro i valori corrotti di Weimar, ma anche come «lo strumento più fiero per difendere il popolo tedesco». Era l’oscura incoronazione del metodo che avrebbe utilizzato per nazificare la Germania, creando un popolo nuovo anche attraverso l’influenza di un’arte nuova, purificata da quella, corrotta, del recentissimo passato.

Fino al 1936, con la necessità di dare al mondo durante l’Olimpiade di Berlino una falsa impressione di apertura, era ancora consentito organizzare mostre di arte moderna. Ma, terminata l’Olimpiade, vennero fatte chiudere numerose mostre e annunciata una fase nuova. Monaco, capitale artistica come Berlino era quella politica, ospitò la prima grande mostra di Arte Germanica, organizzata dal Partito. Queste le parole di Hitler durante la cerimonia inaugurale:

«D’ora in poi, dichiareremo una guerra durissima, e spazzeremo via quel che resta di ciò che aveva provocato la nostra decadenza culturale».

Di conseguenza tutte le opere d’arte moderna rimaste in Germania, tra musei, istituzioni, collezioni private di ebrei, vennero confiscate. Ventuno mila opere in tutto.

La straordinaria mostra della Tate di Londra, ad ingresso eccezionalmente gratuito, ripercorre questo periodo dell’arte del Novecento in cui autori come Otto Dix, George Grosz, Harry Heinrich Deierling, Rudolf Schlichter, Albert Birkle, Jeanne Mammen esprimevano  lo spirito di un’era che non riusciva a dimenticare l’orrore della Prima Guerra Mondiale: ecco quindi il suicida di Grosz in una strada rosso sangue, con la prostituta a seno scoperto che guarda dalla finestra e l’impiccato appeso al lampione che anticipano di ottant’anni gli incubi di David Lynch; ecco le due donne impiccate nello studio dell’artista immaginate da Schlichter; ecco il Delitto passionale di Dix con l’uomo con la bombetta e la donna massacrata e seminuda sul pavimento.

Nella mente degli artisti sono impressi gli orrori delle battaglie: i colori si fanno cupi, le luci livide, i corpi diventano freddi e grotteschi involucri di paure e speranze infrante. Apertamente schierati contro la guerra, gli esponenti del Realismo Magico tedesco trasferiscono nelle proprie opere tutto il dolore e le angosce provate durante gli anni della guerra insieme alle incertezze per un tetro futuro.  La mostra della Tate Modern turba, ma in qualche modo riesce a confortare: l’arte è fragile, ma è anche tanto potente da aver fatto tremare la macchina dello sterminio nazista. Con le sue 70 opere in esposizione, dimostra come la rabbiosa forza dei messaggi trasmessi dagli artisti di questo movimento e la loro energia sia riuscita a superare l’ostacolo del tempo riscoprendosi di una straordinaria attualità.

Conversazione su un Paragrafo, Franz Radziwill (1929)

Il titolo di questo lavoro si riferisce all’acceso dibattito nato nella società di Weimar sulla legge sull’aborto, che nel paragrafo 218 del codice penale tedesco era considerato un crimine e vietato.
È significativo che l’artista abbia conservato quest’opera nel suo studio e l’abbia ritoccata dopo trent’anni (nel 1960) aggiungendo l’angelo fluttuante, che rappresenta un’anima umana.

George Grosz (1893–1959)

George Grosz (1893-1959) fu testimone diretto della prima guerra mondiale. Fu presto allontanato dal fronte a causa di problemi  psichici, dovuti allo shock della violenza della guerra, per essere dapprima ricoverato in un ospedale militare e quindi congedato nel 1916.  Si stabilì a Berlino dove partecipò a movimenti dadaisti e si iscrisse al Partito Comunista tedesco. Produsse disegni che esprimevano disperazione, collera, risentimento: disegnava ubriachi, assassini, suicidi, soldati, militari e invalidi di guerra, tentando con il suo lavoro di convincere il mondo  della sua bruttura, della sua malattia e della brutalità tedesca. Centrali nella sua arte, il suo odio profondo contro il militarismo, il clero e la borghesia.

Grosz, dichiarato dal regime nazista un artista degenerato e socialmente pericoloso, fu più volte denunciato e obbligato a pagare un’ammenda a causa delle sue opere, esposte  nel 1937 all’interno della mostra dell’arte degenerata promossa da Hitler per rinnegare tutte le opere che – secondo lui – mostravano decadenza, debolezza e impurità razziale. Di conseguenza  l’artista fu costretto all’esilio negli Stati Uniti poco prima che Hitler prendesse il potere. Tornò a Berlino solo nel 1958.

In questa ottica questo quadro, intitolato “Suicidio” e dipinto nel 1916, vuole rappresentare un più ampio collasso sociale. Quest’opera mostra Berlino di notte con le strade inondate di una luce rosso scuro. Cani famelici si aggirano intorno ai corpi di due suicidi, mentre sullo sfondo una prostituta seminuda guarda la scena dalla finestra con accanto il suo cliente borghese.

Suicidio, George Grosz (1916)

Grosz ha fatto il ritratto più spietato e crudo della borghesia tedesca. Riesce nei suoi disegni, meglio di qualsiasi artista, meglio di qualsiasi letterato, a raccontarne la decadenza spirituale, la miseria, la piccolezza. Il disgusto di Grosz verso questo ceto decrepito e corrotto è ben visibile nei suoi dipinti del mondo notturno dei caffè, dei music-hall, dell’alcolismo, della prostituzione, dell’avidità e dello sfruttamento, sullo sfondo di una città fredda e impersonale. Non risparmia nessuno: politici, industriali, l’aristocrazia terriera, il clero, gli insegnanti, tutti ugualmente responsabili, secondo lui, dell’entrata in guerra della Germania, della sua disfatta, dei disastri della Repubblica di Weimar e della progressiva ascesa del nazismo. Anche il popolo viene accusato d’essere “una mandria di vitelli facilmente influenzabili, a cui non piace altro che scegliersi i propri macellai”. L’unica speranza Grosz la vedeva negli artisti e li spronava a uscire allo scoperto, impegnandosi politicamente.

L’acquerello “Una coppia sposata” appartiene a una serie di disegni e acquerelli che Grosz eseguì durante dagli anni Venti fino al 1930. Lavorò in quegli anni infatti a una sorta di portfolio intitolato “Storia naturale della borghesia tedesca”, per il quale scrisse anche un testo. Gli eventi politici, tuttavia, interruppero i suoi piani; fu costretto infatti ad emigrare negli Stati Uniti e la raccolta non fu mai completata.

Questo acquerello, o meglio il disegno ad acquerello, è stato fatto prima a penna sottile, delineato poi con inchiostro rosso e successivamente colorato.

Una coppia sposata, Grosz (1930)

“Lo specchio del borghese” è un testo che contiene circa  sessanta disegni satirici e acquerelli della vita berlinese a cui appartiene anche questa opera. Il disegno, scrisse l’artista, è fatto con un calamo, decisamente il mio attrezzo da disegno preferito: nessuna delineazione in anticipo; molto spesso ho fatto molti disegni dello stesso soggetto, finché non ho ritenuto che andasse bene.

Questo disegno fu presentato alla Contemporary Art Society nel Regno Unito dal famoso mercante tedesco Alfred Flechtheim, che divenne l’agente di Grosz nel 1923 e trascorse i suoi ultimi anni come rifugiato a Londra.

Lo specchio del borghese, Grosz (1925)

Albert Birkle (1900 – 1986)

Albert Birkle nacque a Charlottenburg, da una famiglia di artisti. Alla fine della prima guerra mondiale iniziò il suo apprendistato come pittore decoratore nell’azienda del padre. Dal 1920 al 1925 studiò alla Accademia di Berlino sviluppando uno stile unico, ispirato dall’espressionismo e dalla nuova oggettività, il movimento artistico nato in quegli anni in Germania che coinvolse principalmente la grafica. I suoi soggetti furono principalmente paesaggi solitari e mistici, scene tipiche della Berlino degli anni ’20 e ’30, ritratti di personaggi e scene religiose. Nel suo stile di ritrattista è stato spesso paragonato a Otto Dix e George Grosz.

L’eremita, Albert Birkle (1921)

Nel 1927, Birkle tenne la sua prima mostra personale a Berlino, che si rivelò un grande successo. Decise di rifiutare una cattedra in Accademia per continuare a lavorare in modo indipendente come artista e per dedicarsi a incarichi nel campo della decorazione di chiese in cui era diventato un abile specialista. Quando il nazionalsocialismo iniziò la scalata al potere, Birkle si trasferì a Salisburgo, in Austria. Era il 1932. Tuttavia, rappresentò la Germania alla Biennale di Venezia fino al 1936. Nel 1937, la sua arte fu dichiarata “degenerata”, le sue opere rimosse dalle collezioni pubbliche e gli fu imposto il divieto di pittura.

Quando scoppiò la seconda guerra mondiale, Albert Birkle si offrì volontario per la RAD, un corpo ausiliario, evitando così  temporaneamente il servizio militare. Il convinto pacifista Birkle eseguì un affresco nella caserma di Glasenbach e fu inviato in Francia come corrispondente di guerra.

Nel 1946  ricevette la cittadinanza austriaca e continuò a lavorare, negli anni difficili del  dopoguerra, per lo più dipingendo importanti vetrate a tema religioso e quadri ad olio per le chiese. Negli ultimi anni ritornò invece a dipingere scene berlinesi. Morì a Salisburgo il 29 gennaio del 1986.

Questo bizzarro ritratto di acrobata è stato scelto dalla Tate per il manifesto che pubblicizza la mostra di cui vi stiamo raccontando. Birkle, come molti altri autori del periodo, era affascinato dai personaggi del circo, non certo per lo sfarzo delle performance, ma piuttosto per la realtà quotidiana degli artisti circensi. Emozioni a qualsiasi prezzo: gli acrobati  sfidavano  quotidianamente la morte rischiando la vita in spettacoli spericolati nelle sale del circo o sui tetti della città.

Schulz era uno di quei temerari:  un uomo di mezza età, con la pelle flaccida e rugosa, che barcolla all’indietro e alza gli occhi al cielo per lo stupore. C’è qualcuno che cade dal soffitto? Birkle non mostra alcuna azione, non si vede che la sua emozione. Nel suo ritratto vediamo non solo un uomo incerto su come reagire e cosa fare, ma l’intera nazione tedesca perplessa e attonita nell’era della Repubblica di Weimar.

L’acrobata Schulz V, Albert Birkle  (1921)

 

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