Qui pulsava il cuore di Brindisi

14139165_1048660461869068_1470209033_oAdolfo Maffei per Il Quotidiano di Brindisi 1984

La Fontana De Torres, collocata più in basso rispetto all’attuale sito, serviva come abbeveratoio dei cavalli ma non si esclude, data la sua particolare struttura, che fosse addirittura un’acquasantiera o una fonte battesimale. Troneggiava al centro della piazza di Basso – oggi piazza Vittoria – circondata da un’inferriata che formava una specie di corona: il vasto marciapiedi tutt’intorno era puntellato da grosse pietre esagonali a recintare la piazza che si allargava, dalla parte opposta al corso, su piazza Sedile, la piazza dell’Orologio.

E’ stata una piazza vivissima, centro propulsore della miriade di attività cui si dedicava il brindisino. C’erano più di dieci sale da barba, tutti i principali negozi alimentari e di tessuti, il bar più frequentato dal popolo (mentre il bar dei signori, in questa parte del centro storico di Brindisi, era il Gran Caffè Torino).

14123382_1048660488535732_715076871_oIl primo cinematografo, che come tantissimi altri in tutta Italia si chiamava Edison, si trovava accanto a «Caravaglio», dove oggi ha aperto una banca (all’epoca aveva aperto una filiale la Banca del Centro Sud). Era gestito da uno straordinario personaggio detto «l’Umbrilloni», che mise in essere una serie di iniziative ardite e intelligenti: il cinema, appunto, corredato di una pedana su cui suonavano, a commento delle pellicole mute, i fratelli Magno e il maestro Carito (tipico il colpo di tamburo quanto sulla scena del film compariva un cannone che sparava); l’intraprendente personaggio acquistò anche un vecchio residuato bellico galleggiante che trasformò in «circolo» dove si giocava a carte, si ascoltava la musica e si poteva fare qualche piacevole incontro. Pare che «l’Umbrilloni» verso la metà degli anni Venti si trasferì in America.

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Accanto al cinema Edison c’era l’agenzia di viaggi «Colisti», poi il Palazzo delle Poste (che fu edificato durante il fascismo, come il Banco di Napoli demolito e rifatto negli anni 70), più su un alberghetto, un paio di saloni da barba e un grande emporio di tessuti. Poi la piazza faceva un semicerchio a rientrare, più o meno dove oggi c’è quel piccolo spartitraffico al di qua del Palazzo Ina, e sfociava in Piazza Sedile.

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L’altra sponda di Piazza Vittoria era la più ricca di negozi e botteghe. Partendo dall’angolo di Piazza Sedile (“la girata ti la chiazza”) c’era il deposito di maglieria di Battaglia, il sarto Spagnolo, il negozio di fiori e corone funebri “Muzzoni”, il barbiere Giancola e il barbiere Suppressa, la merceria Brunetti, il famoso «Pitucchiettu», un bar che restava aperto tutta la notte e che diffondeva ovunque il profumo del caffè con l’anice.

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Girato l’angolo e tornando su piazza Vittoria, si incontrava un affittacamere, «Ntuninu» il falegname, la trattoria di «Scursedda», il tabaccaio Daniele (che successivamente alla demolizione di questa zona fu spostato in un chioschetto più in alto, in attesa dell’attuale posizione), il panettiere Romanelli (quello delle pizzelle), l’orologiaio Macchitella, il negozio di alimentari «Mellone», il barbiere «mestru Ninu lu francaviddesi».

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E la vita pullulava continuamente, vuoi per la posizione baricentrica della piazza, vuoi perchè nelle zone più popolose della città, da via Lata a San Pietro degli Schiavoni, gli edifici erano talmente addossati gli uni agli altri, talmente soffocati dallo stile urbanistico medievale che mancava ogni genere di esercizio commerciale. Quindi i poli di quello che oggi chiameremmo terziario erano due: la zona del porto con la prosecuzione in corso Garibaldi e la zona di piazza Vittoria con l’appendice di corso Umberto.

Per la verità c’era (e c’è tuttora) anche corso Roma, ma per ragioni che non sono mai state chiarite i brindisini hanno sempre trascurato questa arteria: i negozi più importanti, i bar, perfino lo «struscio» hanno sempre avuto come principale proscenio corso Garibaldi e corso Umberto. La vicina piazza delle Vettovaglie e il Mercato coperto eretto durante il fascismo hanno contribuito a ribadire nel tempo il ruolo propulsore della piazza Vittoria nella vita giornaliera dei brindisini.

Anche per questo, qui vi sono stati gli appuntamenti di massa più rilevanti nel corso degli ultimi cento anni, dalle «adunate oceaniche» che richiamavano i personaggi del Ventennio ai memorabili funerali degli eroi di guerra brindisini, Spagnolo e Ferrulli, culminati con lo scoprimento di una stele marmorea addossata al muro laterale del vecchio Banco di Napoli. Dal balcone dell’edificio delle Poste hanno parlato Mussolini, De Gasperi, Nenni, Saragat. Dal palco eretto al centro della piazza hanno svolto memorabili discorsi Di Vittorio, Terracini, Togliatti, Mauro Scoccimarro, Scelba e tanti altri fino a giungere ai leader brindisini che specialmente negli anni ’50 – facevano carte false per accaparrarsi la piazza più capiente della città per le ultime ore della campagna elettorale.

Re Vittorio Emanuele venne per inaugurare la nuova sede del Banco di Napoli, costruita dopo molti anni di lavoro (c’è chi ancora ricorda il profondissimo scavo per le fondamenta che si riempì d’acqua perchè si scese fin sotto il livello del mare) e caratterizzata da due imponenti colonne di marmo sormontate da un frontale su cui campeggiava un orologio che non ha mai funzionato. Il sovrano scese dall’auto fra due ali di folla festante, accolto dai notabili fascisti capeggiati dal podestà don Serafino Giannelli. I brindisini erano migliaia e ancora oggi non pochi sono quelli che hanno in casa la foto del re che posa sulla scalinata del Banco di Napoli.

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Negli anni ’50 per una scelta sciagurata quanto necessaria, fu praticamente demolita la metà di piazza Sedile, compresa la Torre dell’Orologio, per far posto a nuovi edifici, primo fra tutti il palazzo dell’Inps.

Poco prima aveva visto la luce il palazzo Ina che «scende» su via Santi e chiude la nuova e attuale disposizione della piazza; poco dopo verrà la volta del nuovo edificio del Banco. Piazza Vittoria, dunque, assume un aspetto più moderno ma proprio per questo più anonimo, così da perdere, anche per questa ragione, le sue originarie connotazioni di cuore della città.

Eugenio Rubini, è uno dei brindisini dalla memoria storica più profonda: appassionato conoscitore della sua città, Rubini sta raccogliendo una serie di motti e proverbi dialettali che prima o poi darà alle stampe. (..) Rubini ricorda anche un aneddoto: «C’era una campagna elettorale e un noto esponente monarchico tenne un comizio in piazza Vittoria infarcito di retorica. Ad un certo punto, in un raptus, si mise ad esclamare: “E quando il re, a cavallo di un cavallo bianco…” ma io e un gruppo di amici che eravamo proprio sotto il palco lo interrompemmo, gridando: ‘Viva il cavallo bianco’. Può immaginare quello che successe». Un atteggiamento tipico dei brindisini, che non sanno rinunciare al sarcasmo appena qualcuno si mette nelle condizioni di subirlo. «Cati peru ca ti mangiu» si dice in questa città e uno dei tanti significati è proprio da ricollegare a questa peculiarità del carattere degli abitanti.

Una vera e propria istituzione della piazza era il bar Vittoria, che però era conosciuto come il bar di «Ntunucciu Lu Manzu» e diventava «Rumanzu» nell’accezione dialettale del nomignolo. Affacciava accanto ad un affittacamere ma i suoi locali interni arrivavano fin quasi alle spalle della piazza, verso via Raffaele Rubini. C’erano sale da biliardo, sale con i tavolini per giocare a carte, vi si vendevano specialità di pasticceria e. soprattutto alla domenica, era affollatissimo. Era, tra l’altro, il «covo» degli antifascisti scelto emblematicamente proprio a ridosso dell’ufficio del generale Martinesi, gerarca indiscusso di Brindisi.

Fino agli anni Trenta il «Tosello», quella specie di cupoletta sotto cui veniva tenuta la statua di san Teodoro per tutta la durata dei festeggiamenti, era piantato di fronte alla Posta. «E siccome pioveva spesso, perchè allora i festeggiamenti avvenivano a settembre – ricorda Vito Perugino, barbiere in piazza Vittoria da oltre mezzo secolo – ci si precipitava a trasportare santo e Tosello dentro alla Posta. Successivamente gli operai di Marimisti regalarono alla città un Tosello di ferro che fu messo di fronte al palazzo Scotto, alla confluenza fra i due corsi».

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Negli anni ’50 prese piede a Brindisi l’abitudine delle feste dell’«Unità» e dell’«Avanti!» e i due partiti della sinistra storica facevano a gara per allestire in piazza Vittoria i banchi più belli, le esposizioni più interessanti. Ma un aspetto era comune: la sagra culinaria che culminava, generalmente di domenica o nell’ultimo giorno, con la distribuzione di «brascioli e purpetti», e l’odore forte del sugo si diffondeva per mezza città dalle cucine a cielo aperto.

Banconi e bancherelle anche a Carnevale, durante le feste patronali; e ancora per iniziative estemporanee legate alla cultura o al mondo del lavoro. Fino a giungere ai nostri giorni, ai segni della crisi della chimica per trovare in piazza Vittoria la tenda rossa del Consiglio di fabbrica della Montedison, entro cui si è vegliato per lunghe notti e lunghi giorni. Qualunque cosa accadesse a Brindisi trovava nella piazza la sua cassa di risonanza e uno dei personaggi che si prendevano cura di informare eventuali ritardatari era Bruschi, un personaggio simpatico molto benvoluto dai brindisini.

Non è rimasto quasi nulla dello spirito originario di piazza Vittoria. Oggi non interessa più a nessuno sapere che, fino all’inizio degli anni ’20, qui c’era un’alta colonna con in cima una scultura guerresca che siccome non piaceva ai brindisini fu venduta al comune di Erchie.

Oggi i giovani si incontrano per inerzia e occupano la parte bassa della piazza o la scalinata dell’Inps. C’è l’eroina che ha ingaggiato da anni un terribile braccio di ferro con le generazioni potenzialmente più vive, con i giovani, gli studenti, gli ex sessantottini che non hanno rinunciato alla loro identità, ai loro spazi culturali. Non possiamo dire che abbia vinto l’eroina perchè non lo crediamo. O forse perchè, nel profondo nel nostro cuore, non lo accetteremo mai.

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Si ringrazia la famiglia di Paolo Merola che ha messo a disposizione di Brundarte l’articolo qui utilizzato e  la Biblioteca Pubblica Arcivescovile “A. De Leo” per  le fotografie del Fondo Fotografico Briamo

2 commenti

  1. Interessante Aricolo e foto

    1. Grazie Cosimo

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